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Odio online: sono le donne la categoria più odiata del web
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Odio online: sono le donne la categoria più odiata del web

Rossella Mormile

Diffondere odio non è mai stato così semplice come nell’era dei social media. Anonimato, possibilità di creare una falsa identità, distanza fisica, deresponsabilizzazione, convinzione di non poter subire alcuna sanzione, sono alcuni dei fattori che influenzano la diffusione di messaggi di incitamento all’odio e alla violenza, che prendono il nome di “hate speech”. L’hate speech è un fenomeno ormai caratterizzante di qualsiasi piattaforma digitale e, nella maggior parte dei casi, i bersagli più colpiti dagli haters sono le donne.

Misoginia online

Nel 2020, Vox – Osservatorio italiano sui diritti, in collaborazione con alcune università, ha realizzato la quinta Mappa dell’Intolleranza, con lo scopo di analizzare e geolocalizzare i tweet contenenti messaggi sensibili nei confronti di alcuni gruppi sociali particolarmente discriminati. Il risultato è che i tweet negativi sono diminuiti rispetto al 2019, ma sono aumentati quelli contro le donne. Dei 1.304.537 tweet raccolti nel periodo marzo-settembre 2020, 565.526 sono stati quelli negativi, e di questi tweet negativi il 49, 91% sono rivolti alle donne, seguite da persone ebree (18,45%), migranti (14,40%), islamici (12,01%), omosessuali (3,28%) e persone con disabilità (1,95%). Nel 2019, il numero di tweet negativi in proporzione era di gran lunga superiore (su 483.810 tweet raccolti 330.951 erano negativi) e i gruppi più colpiti erano migranti (32,74%), seguiti da donne (26,27%), islamici (14,84%), persone con disabilità (10,99%), persone ebree (10,01%) e omosessuali (5,14%). Ciò che colpisce è che l’anno scorso la distanza tra le prime due categorie, migranti e donne, era del 6,47%, mentre nell’anno della pandemia lo scarto tra le donne (salite al primo posto) e il secondo gruppo (le persone ebree) è del 31,46%. In sintesi: l’odio in rete diminuisce, ma la misoginia aumenta e si radicalizza.

Lo studio di Vox sottolinea che, oltre all’onnipresente body shaming (i corpi delle donne continuano a essere fonte primaria di odio e indignazione), uno dei motivi per cui le donne sono state maggiormente attaccate è il lavoro. Nel 2020, più degli anni scorsi, le donne sono state offese e criticate per le loro competenze e la loro professionalità. Curioso che ciò accada proprio in un periodo in cui sono state costrette alla conciliazione faticosa di smart working e lavoro domestico, dal momento che quest’ultimo è ancora considerato appannaggio del genere femminile. Tra gli insulti più usati dagli haters non stupisce che ci siano in pole position le parole “stronza”, “puttana” e “troia”, perché in fondo per gli haters, qualsiasi sia il (non) motivo per cui offendono una donna, un bell’insulto a sfondo sessuale ci sta sempre bene.

Il trend crescente della misoginia online è confermato anche da Amnesty International, che dal 2018 si occupa di misurare il livello di intolleranza e discriminazione nel dibattito online con il Barometro dell’odio, un monitoraggio dei social media realizzato con il contributo di attivistə. Per la terza edizione del progetto, la task force di Amnesty si è focalizzata sul sessismo da tastiera, poiché già nelle edizioni precedenti era emersa la preponderanza dell’odio di genere tra i contenuti analizzati. Tra novembre e dicembre 2019, per 5 settimane, sono stati raccolti e valutati i contenuti (post, tweet e commenti) relativi a 20 personalità influenti nel panorama italiano, 10 donne e 10 uomini, definiti “influencer”. Dall’analisi risulta che l’incidenza media degli attacchi personali diretti alle donne è del 6%, mentre quella degli uomini non arriva al 4%. Per quanto riguarda gli attacchi personali rivolti alle donne, 1 su 3 è esplicitamente sessista (33%). Le percentuali degli attacchi sessisti variano da influencer a influencer, superando il 50% in tre casi e arrivando fino al 71% in un caso. È stato notato inoltre che mentre le influencer più esposte sui media ricevono attacchi costanti, ci sono influencer giovanissime non molto esposte a livello mediatico che, messe alla gogna da esponenti politicə o da giornalistə, diventano oggetto di picchi acuti di messaggi offensivi e discriminatori, subendo quella che viene definita “shitstorm“, una tempesta di odio, disprezzo, intolleranza e violenza. In questo caso, il sessismo e la misoginia si scatenano in seguito a una sollecitazione dovuta ad affermazioni di media e politica in cui queste donne sono citate e attraverso le quali acquisiscono nuova visibilità. Una visibilità che si traduce però in episodi violenti e di breve durata e che, in molti casi, terminano quando la donna attaccata chiude i suoi profili social. Spesso queste donne sono citate e, in seguito, bersagliate per il semplice fatto di aver espresso la propria opinione riguardo un argomento.

Non a caso, circa nove anni fa la giornalista britannica Laurie Penny scrisse un articolo sul giornale The Independent dal titolo “A woman’s opinion is the mini-skirt of the Internet” in cui nota come su Internet l’opinione di una donna sia paragonabile a una minigonna nella vita fuori dal web, poiché di per sé basta a creare scalpore e a far nascere negli utenti – perlopiù uomini – la necessità di dire a colei che la esprime che è una troia, una puttana o, peggio, che merita di essere stuprata e/o uccisa. Le probabilità che una donna sia inondata di odio aumentano quando questa si esprime su temi considerati “da uomini”, come l’informatica e i videogiochi, o su donne e diritti di genere (le femministe sono bersagli particolarmente colpiti dagli haters).

Il gendertrolling

Gli episodi presi in esame nei diversi studi possono essere classificati come “gendertrolling”, termine coniato da Karla Mantilla, esperta di studi di genere, che nel 2015 scrisse l’opera “Gendertrolling. How misogyny went viral”. Nel suo saggio, Mantilla fa una distinzione fra quella che lei definisce una forma generica di online trolling e una forma specifica indicata come gendertrolling. La differenza sostanziale tra i normali troll e i gendertroll è che mentre i primi si indirizzano a chiunque con lo scopo di divertirsi offendendo e importunando altre persone, i secondi attaccano in modo specifico le donne, attraverso forme di abuso, minacce e molestie. L’autrice sostiene inoltre che mentre i troll generici agiscono per puro divertimento personale, considerando gli scontri verbali sul web come uno scherzo, i gendertroll credono davvero in ciò che pubblicano. Il loro obiettivo non è quello di provocare la vittima, ma cercano piuttosto di generare in lei paura per vincere la battaglia che portano avanti: la lotta per allontanare dal cyberspazio le donne, soprattutto quelle che fanno sentire la propria voce con assertività, decisione e competenza.

Quando penso ai gendertroll mi viene spontaneo fare un’associazione con gli studi dell’etologo Lorenz, che nel suo libro “L’aggressività” descrive le diverse forme di società esistenti nel mondo animale. La prima delle tre forme da lui analizzate è la schiera anonima, che egli definisce come il tipo di aggregazione animale più primitiva, che spesso incontriamo anche nelle società umane, in quanto “l’uomo può, in determinate circostanze veramente orribili, regredire in tali formazioni”. Secondo Lorenz, la schiera anonima è un’aggregazione di individui che in seguito a un innesco (spesso dovuto a un membro della specie), sviluppano un’attrazione reciproca che li porta a unirsi ad altri individui, generando una massa sempre più grande. In questa forma di società primitiva, una delle caratteristiche dell’associazione è che questa è del tutto anonima, non si creano all’interno di tale struttura dei legami di amicizia, ogni camerata vale quanto un altro. Lorenz ci spiega che i branchi di predatori nel mondo animale (per esempio certi esemplari di pesci) si uniscono formando questo tipo di aggregazione per concentrarsi più facilmente su una sola preda. Inoltre, egli sostiene che la schiera anonima appare quando i predatori si sentono in una situazione particolarmente minacciosa. Ecco, nella mia mente immagino i gendertroll come enormi branchi di pesci che in modo frettoloso ma compatto si riuniscono nel mare affollato delle varie piattaforme digitali sparse per il web per contrastare ciò da cui si sentono minacciati: la presenza delle donne nella sfera sociale.

Vedi anche

Cosa si può fare se si subisce gendertrolling?

Cosa si può fare se si subisce gendertrolling? Un primo passo può essere quello di segnalare alla gestione dei social network i contenuti offensivi, denigratori o minacciosi; in alcuni casi estremi, se si ha la possibilità, si può anche pensare di agire legalmente. Provare a controbattere con altro odio, invece, può essere solo che deleterio per la persona che subisce gendertrolling. Chiudere il profilo per qualche giorno, invece, se se ne sente il bisogno, è una delle soluzioni possibili per proteggere se stesse e la propria salute mentale, che deve sempre essere considerata una priorità. È importante ricordare poi alle donne bersagliate che non è colpa loro, che non hanno sbagliato a esprimere la loro opinione o semplicemente a essere presenti negli spazi virtuali. La misoginia e il sessismo non dipendono da chi li subisce. Qui ci sono altri consigli utili su come gestire una shitstorm.

Resta ancora una riflessione da fare in merito all’eliminazione di questi fenomeni. Sicuramente i Governi e le società che possiedono e gestiscono i diversi social devono impegnarsi per attuare misure di sicurezza più efficaci, volte ad arginare la diffusione di contenuti di questo tipo. Ma non basta. Il sessismo da tastiera non è altro che lo specchio del sessismo imperante nella società. È una proiezione del sistema patriarcale. Allora come facciamo a combatterlo?

Simone de Beauvoir scriveva: “Nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità”. La chiave allora sta nel riscrivere il paradigma con cui la virilità è declinata nelle nostre società e il modo in cui guardiamo alle donne e al femminile. E ci sono tanti modi in cui possiamo farlo: uno, per esempio, è l’analisi critica del linguaggio, per individuare le relazioni disuguali di potere che si nascondono dietro le parole e modificarne l’uso in una prospettiva più inclusiva e meno discriminante. Sicuramente è necessario poi partire dalla scuola, dai libri di testo che non possono più proporre ruoli di genere patriarcali e stantii. Si potrebbe, piuttosto, investire sulla formazione deə insegnanti, per educare ə bambinə a costruire riferimenti inclusivi e paritari e a decostruire gli stereotipi di genere. Altro passo necessario è cambiare la narrazione che i giornali fanno delle donne, partendo dal menzionarle sempre con nome e cognome, e non, come spesso accade, con l’espressione generalizzante “una donna”, come se le donne rientrassero tutte in un’unica immensa soggettività collettiva che ingloba le loro soggettività individuali. Fino ad arrivare a smettere di trasferire la colpa dal carnefice alla vittima quando si parla di stupro e di rappresentare l’uomo che perpetra violenza come un essere normalmente buono e benevolo colto da un eccesso di passione (magari causato dalla vittima).

In altre parole, per eliminare l’odio misogino in rete, si deve agire con una strategia sistemica e continuativa su più livelli nella società, e non in modo emergenziale, perché la misoginia, il sessismo non sono emergenze, ma aspetti tossici radicati nella nostra quotidianità.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Colin Sabatier, Tore F su Unsplash, di Marta Sher e olezzo

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