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Legge numero 194: storia dell’aborto in Italia
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Legge numero 194: storia dell’aborto in Italia

Benedetta Geddo

La questione diritto all’aborto è da sempre fonte di discussione e dibattiti, perché di solito coinvolge l’insieme di valori di una persona, dalle sue credenze morali a quelle politiche. Quello che vogliamo fare qui, però, non è una discussione sull’aborto, quanto un riassunto breve della sua storia nel nostro paese: da dove siamo partiti, come sono cambiate le cose e dove siamo adesso.

Partirei con una piccola precisazione, la distinzione tra i diversi tipi di aborto. Generalmente se ne distinguono tre: l’aborto spontaneo (l’espulsione involontaria di un embrione e un feto per motivi indipendenti dall’esterno); l’aborto terapeutico (quando la gravidanza viene interrotta chirurgicamente per salvare la vita della madre); e infine l’aborto elettivo, quando viene effettuato su richiesta della donna per ragioni non strettamente legate all’aspetto medico della gravidanza. Gli ultimi due tipi di aborto sono anche spesso raggruppati insieme sotto il termine-ombrello “aborto indotto”, ed è ovviamente dell’aborto indotto che si parla più spesso.

In Italia, l’aborto è stato considerato un vero e proprio reato, regolato dal Codice Penale, fino al 1978: chiunque praticasse un aborto veniva punito con la reclusione da sette a dodici anni se la donna non era consenziente, da due a cinque anni se invece la pratica avveniva con il supporto della donna incinta. La “paziente” stessa correva il rischio di essere reclusa dagli uno o ai quattro anni, e la pena era considerevolmente aumentata per chi aveva praticato la procedura se all’aborto seguiva la morte della donna. Questo, ovviamente, non ha mai fermato le donne italiane dal cercare un modo per abortire: le procedure venivano effettuate dalle donne stesse, o andando a cercare l’aiuto di “mammane“, medici o infermiere disposti ad andare contro la legge, spesso dietro lauto compenso. Come si può immaginare, gli aborti praticati in questo modo erano effettuati in segreto e spesso dolorosi all’inverosimile, in condizioni igieniche non ottimali (la presenza della gruccia per gli abiti a molte marce per proteggere il diritto all’aborto rimanda al fatto che l’oggetto era uno di quelli utilizzati per effettuare questi aborti clandestini): la morte della donna era un rischio considerevole e molto probabile, e furono proprio diversi casi di aborti illegali finiti in tragedia che portarono il dibattito alle pagine di cronaca dei giornali, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta.

In quegli anni la questione era molto dibattuta anche all’estero, con ventate di opinioni

I movimenti femministi abbracciarono subito il dibattito, chiedendo una legalizzazione totale dell’aborto

che arrivavano dagli Stati Uniti e dalla Francia: anche in Italia si cominciò a parlare di depenalizzazione e legalizzazione. Nel 1961 uscì un’inchiesta di Noi Donne (il giornale ufficiale dell’Unione Donne Italiane) che rivelava effettivamente quanti casi di aborto ci fossero in Italia (quasi 50 su 100 concepimenti), mentre nel 1968 fu la Chiesa a prendere posizione con l’enciclica Humanae Vitae, dove papa Paolo VI invitava a non “diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita”. L’opinione pubblica e della stampa continuò ad essere divisa e il dibattito non mostrò segni di cedimento.

Il primo disegno di legge sull’interruzione di gravidanza venne presentato nel 1973: prevedeva la legalità dell’aborto in caso di rischio per la salute fisica o psichica della madre o in caso di probabilità di malformazioni fisiche e mentali del nascituro, dando ai medici il pieno e insindacabile giudizio sulla necessità o meno della procedura (e garantendo loro il diritto all’obiezione di coscienza). Il dibattito proseguì in Parlamento (dove la Democrazia Cristiana seguiva le stesse posizioni della Chiesa, mentre il Partito Comunista si stabilizzava su posizioni attendiste) ma anche al di fuori. Anzi: il dibattito civile fu molto più acceso di quello politico, che cercava di temporeggiare e procrastinare una questione che invece si faceva di giorno in giorno più vitale, arricchendosi anche di voci di intellettuali importanti tendenti sia da una parte che dall’altra (da Pasolini a Moravia, da Eco a Calvino fino alla Fallaci), finché nel 1974 un sondaggio condotto da Panorama rivelò che il 63% degli italiani pensava che il Parlamento dovesse occuparsi al più presto di una legge sull’aborto.

Il passo successivo avvenne all’inizio del 1975, quando la Corte Costituzionale emise una sentenza con la quale dichiarava che l’articolo 546 del Codice Penale, quello che prevedeva la reclusione per chiunque praticasse l’aborto con il consenso della donna incinta e della donna stessa, fosse parzialmente illegittimo. È qui che si comincia a dichiarare che il diritto alla salute e alla vita di chi “è già persona” e di chi “persona ancora deve diventare” non sono equivalenti. Sempre in quell’anno, con le

Questo schema dei cinque disegni di legge viene dal libro “L’aborto e la responsabilità” di Cecilia d’Elia (Ediesse, Roma, 2008)

elezioni vennero avanzati cinque disegni di legge sul “delitto di aborto” (da parte di Psdi, Pci, Pri, Pli e Dc), le cui proposte erano però in netto contrasto con quanto richiesto dai movimenti femministi che avevano guidato le campagne pro-legalizzazione nel corso degli anni precedenti. Appariva abbastanza chiaro a buona parte degli osservatori politici dell’epoca che i grandi partiti (la Dc e il Pci erano perfettamente in accordo su questo obiettivo comune) volevano evitare del tutto di portare la questione alle urne in un referendum (come invece era successo con la proposta di abrogare il divorzio solo un anno prima), giocando in anticipo con una legge che creasse un compromesso.

Il dibattito politico si protrasse a lungo, in un gioco di alleanze tra i partiti che al pubblico all’esterno delle aule di governo sembrava via via più inspiegabile. La tendenza che andava per la maggiore grandi gruppi era voler rendere l’aborto legale solo in due casi: il grave rischio di salute per la madre e lo stupro; ma sempre dando l’insindacabile autorità sulla necessità o meno dell’intervento a un medico e non alla libera scelta della donna interessata. Nel 1977 si approvò alla Camera una prima proposta di legge che sceglieva la strada della regolamentazione, scelta come compromesso tra il problema dilagante degli aborti clandestini (e quindi non sicuri) e la totale liberalizzazione voluta dai movimenti femministi e dai partiti più radicali. Il giorno della votazione della legge, però, il gruppo democristiano riuscì a determinarne il rifiuto. Nel 1978 venne presentato un nuovo testo, che passò velocemente alla Camera e poi al Senato: la legge 194, intitolata ‘Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza’, portava in calce la firma del Presidente del Consiglio Andreotti e dei ministri Anselmi, Bonifacio, Morlino e Pandolfi. La soluzione infine rispettava pienamente il diritto di autodeterminazione della donna, ma anche quello di obiezione di coscienza del personale sanitario. Per sintetizzare al massimo il testo, la 194 consente alla donna di interrompere la gravidanza in una struttura pubblica nei primi 90 giorni di gestazione (quindi entro il terzo mese), mentre è possibile far ricorso all’aborto dopo (nel quarto e nel quinto mese) solo per motivi terapeutici. Nonostante la firma della legge, il dibattito non si spense: la condanna ufficiale della Chiesa arrivò a dicembre del 1978 per esempio, anche se con gli anni Settanta si può definire concluso l’intenso periodo di riforme sociali attraversato dal Paese fin dagli anni Cinquanta.

Vedi anche

C’è un dibattito ancora aperto su come la legge 194, più che essere una legalizzazione dell’aborto, sia invece l’elenco della serie di casi nei quali l’interruzione di gravidanza non è reato.

 

Nel 1979 si cominciò a parlare, soprattutto negli ambienti cattolici, di cominciare a raccogliere firme per proporre un referendum abrogativo della legge 194. Il paese entrò negli anni Ottanta in un clima di campagna referandaria, con un dibattito acceso su quale quesito proporre: uno, definito “massimale”, prevedeva di eliminare completamente l’aborto in ogni caso, mentre l’altro, più “minimale”, prevedeva di mettere dei paletti alla 194 soprattutto in materia di autodeterminazione della donna, lasciando legale solo l’aborto terapeutico. Il referendum abrogativo (messo giù quindi sulla falsa riga del “volete voi eliminare questi determinati aspetti contenuti nella legge 194?“) aveva quindi due quesiti sull’aborto e tre su altre diverse questioni (ordine pubblico, ergastolo e porto d’armi). I cittadini andarono alle urne a esprimere il loro voto il 17 e il 18 maggio del 1981. Al referendum partecipò quasi l’80% degli aventi diritto al voto, e il “no” ricevette la maggioranza a entrambi i quesiti relativi all’interruzione di gravidanza.

I due quesiti del referendum dell’81 raggiunsero entrambi il quorum e fu votato il “no” con maggioranza netta in entrambi i casi.

 

Oggi, quindi, l’aborto continua ad essere regolato dalla legge 194, ma nonostante siano passati più di quarant’anni dalla sua entrata in vigore non si può dire che l’interruzione di gravidanza come prevista dalla legge sia disponibile su tutto il territorio italiano. Il SSN è infatti tenuto ad assicurare che l’interruzione volontaria di gravidanza sia garantita in tutte le strutture ospedaliere pubbliche attrezzate e, qualora il personale assunto sia costituito solo da obiettori di coscienza, deve ovviare al problema trasferendo o assumendo nuovo personale, cosa che non sempre avviene. Secondo uno studio della Laiga (la Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194), nel 2017 in Italia solo il 59% degli ospedali aveva personale che potesse garantire l’interruzione volontaria di gravidanza, il che vuol dire che il restante 41% non era a norma di legge. Da una relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della legge 194, compilata nel 2014, emerge che la percentuale di obiettori di coscienza all’intero del personale medico italiano si aggira attorno al 70%, mentre in confronto è al 10% in Gran Bretagna e zero in Svezia.

Ecco quindi, riassunti e semplificati, i passi fondamentali che hanno portato all’istituzione della legge 194: l’Italia non è certo stato il primo paese in Europa a regolamentare l’interruzione di gravidanza, ma non è stato neanche l’ultimo (per esempio, in Irlanda l’aborto è diventato legale solo nel 2018).

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