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Il diritto all’aborto in Italia ai tempi del Covid-19
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Il diritto all’aborto in Italia ai tempi del Covid-19

Redazione
Articolo di Angelica Nucera, Dottoressa Ostetrica

Essere donna in Italia ai tempi del Covid-19. E subire, anche in questa situazione, le conseguenze di un Paese, di una cultura e di una società che ostacolano costantemente l’accesso ai servizi di salute essenziali per la salute femminile.

Come l’accesso all’IVG (Interruzione Volontaria di Gravidanza), percorso da sempre ricco di difficoltà in un Paese che vede il 68,4% di medici obiettori di coscienza nella sanità pubblica (dati del 2017). L’Italia non ha perso l’ennesima occasione per mettere i bastoni tra le ruote alle donne che desiderano avvalersi di un diritto sancito dalla legge 194 del 1978 che ha consentito l’accesso all’aborto ma che ancora oggi non è in grado di garantire in pieno questo diritto alle cittadine italiane.

In queste settimane difficili di pandemia, quarantena e misure restrittive, l’IVG (pur essendo stata inserita nell’elenco delle procedure essenziali) non è garantita nelle strutture ospedaliere. È bene limitare l’accesso ai luoghi pubblici come ambulatori medici, ospedali, pronto soccorso e consultori, che restano a disposizione solo per quelle esigenze indifferibili che, a quanto pare, in Italia non comprendono realmente l’interruzione di gravidanza, nonostante sia effettuabile solo in tempistiche ristrette oltre le quali non è più possibile usufruirne.

Oltre alla questione della limitazione dell’accesso al servizio in sé e per sé, il Coronavirus ha messo in luce un altro problema legato all’IVG, la cui risoluzione renderebbe l’interruzione molto più facilmente accessibile: il ricorso all’interruzione farmacologica tramite la pillola RU-486.

In Italia è possibile ricorrere all’aborto farmacologico entro la settima settimana di gravidanza (ma l’OMS ne dichiara sicuro l’utilizzo fino alla nona) e la pratica è accessibile solo tramite regime ospedaliero o in day hospital, rendendo in ogni caso necessario l’accesso alle strutture. Sono pochissimi gli ospedali italiani dove è possibile abortire farmacologicamente. Nel nostro Paese solo il 18% delle IVG del 2017 è stato di tipo farmacologico (in Finlandia ricorre alla pillola abortiva il 97% delle donne) e la percentuale così bassa è strettamente correlata alla scarsa accessibilità della pratica e a norme burocratiche ostili.

Sarebbe utilissimo, in questo momento, rendere usufruibile l’assunzione della pillola abortiva in regime domestico, riducendo gli accessi in ambulatorio e in ospedale, e favorire l’utilizzo, ove possibile, del consulto medico per via telematica. Le sale operatorie risulterebbero così meno affollate e ne risentirebbero in positivo sia le strutture ospedaliere che gli operatori sanitari che, soprattutto, le donne.

Perché allora non si attua tutto ciò? Perché in Italia il percorso per l’aborto volontario è sempre pieno di ostacoli? Perché il diritto alla procreazione consapevole e pianificata resta sempre in fondo alla classifica delle priorità sanitarie?

Purtroppo l’aborto tocca ambiti importanti, ostici, dove vigono dinamiche patriarcali, politiche, socioculturali e religiose profondamente radicate. In Italia uno degli ostacoli all’interruzione di gravidanza è rappresentato dalle associazioni Pro-Life che non hanno perso l’occasione attuale della pandemia per insistere a complicarne l’accesso, raccogliendo una petizione per fermare le IVG perché “non rappresentano un servizio essenziale”.

Ma Pro-Choice, la rete italiana che difende la libertà di scelta in materia di aborto, ha già messo in moto un’altra petizione, rispettosa dei diritti fondamentali delle donne e delle nuove necessità degli ospedali. Assieme alle associazioni Amica (Associazione medici italiani contraccezione e aborto), Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) e Vita di donna, è stata preparata e diffusa in rete la petizione che chiede l’accesso facilitato e domiciliare all’aborto farmacologico: QUI la petizione.

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Purtroppo siamo ben distanti dal raggiungimento dell’obiettivo: al momento il Ministero della Salute si è limitato ad inserire le IVG nell’elenco delle prestazioni non differibili, ma in molte realtà italiane il servizio non è più garantito. In tanti e tante si stanno muovendo per restare accanto alle donne e sostenerle in questo momento difficile. È stato istituito da IVG – ho abortito e sto benissimo e Obiezione respinta un canale Telegram di supporto accessibile a chiunque, dove reperire e condividere informazioni utili per chi ha bisogno di ricorrere all’aborto: QUI il link al canale.

Tutte le associazioni, le reti e i gruppi che si occupano di sostegno alla libertà di scelta in materia di contraccezione e aborto, di femminismo, di intersezionalità e di diritti umani sono costantemente al lavoro per non lasciare sole le donne. Ma le Istituzioni, lo Stato, la sanità pubblica…dove sono? Sono impegnate nel gestire un’emergenza che ci ha colto alla sprovvista e ha stravolto le nostre esistenze come mai era accaduto prima, entrando di soppiatto nella vita, nella quotidianità, nelle abitudini di ognuno di noi. Ma devono occuparsi di ogni necessità e bisogno.

La salute e il benessere dei cittadini e delle cittadine devono essere garantiti anche in tempo di pandemia, soprattutto se si parla di servizi essenziali come l’interruzione di una gravidanza non desiderata. È l’ennesima occasione che porta alla luce i problemi legati alla salute delle donne. È importante spingere, ora più che mai, affinché le cose finalmente cambino nel nostro Paese.

Non dimentichiamoci delle donne, dei loro diritti, della loro salute.

Photo by Adhy Savala on Unsplash
Leggi i commenti (1)
  • L’IVG farmacologica viene fatta in day-hospital perché si tratta comunque di una procedura che ha dei rischi, per cui è utile avere le pazienti già in ospedale, dovessero verificarsi delle complicazioni. Da quello che so è anche una procedura per alcune molto dolorosa, per cui farla in ambiente domestico potrebbe spaventare la paziente che non necessariamente sarebbe in grado di capire se si tratta di un effetto normale o di un effetto dovuto ad una complicazione.
    Si potrebbe ipotizzare l’assistenza in videoconferenza di un operatore sanitario? Qualcuno in grado di guidare la donna attraverso le varie fasi e sopratutto di identificare, se ci fosse, in tempo la necessità di chiamare un’ambulanza.
    Negli altri paesi come viene fatto?
    Sarei molto interessata ad un articolo che vada più in profondità in questa direzione.
    Grazie.

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