Quello che accomuna le discipline sportive di tutto il mondo è l’agonismo. Senza competizione lo sport sarebbe una semplice attività fisica svolta a scopo ludico o magari salutistico: non si può, quindi, parlare di sport prescindendo dal confronto diretto con gli avversari. Tuttavia, affinché la competizione abbia valore e senso, è necessario che l’agonismo sia regolamentato attraverso norme ben definite.

Gli atleti, in particolare, devono trovarsi in condizioni di supposta parità e concorrere per un unico titolo. Solo in questo modo la validità del titolo in palio può essere salvaguardata: oltre a cimentarsi nello stesso esercizio, i concorrenti devono perciò affrontare avversari che rientrino nelle loro stesse categorie. Questo spiega perché, a seconda delle varie discipline, ci siano delle restrizioni o dei criteri di partecipazione alle gare, in base al peso, all’età e, ovviamente, al sesso.

In base a questo principio si evita così di sfociare in competizioni impari: immaginate se, in una gara di nuoto giovanile, dagli stessi trampolini si tuffassero bambini di pochi anni e agonisti trentenni. Oppure se un peso piuma si scontrasse con un peso massimo o, ancora, se dai blocchi dei 100 metri partissero uomini e donne… il podio sarebbe già scritto, oppure, nella migliore delle ipotesi, ci sarebbero dei concorrenti svantaggiati e altri favoriti: ciò renderebbe lo sport antisportivo.

  

Quali sessi?

Il criterio di distinzione sessuale si basa sulla differenza prestativa tra uomini e donne. Infatti, a parità di condizioni di partenza, dopo la pubertà si riscontra un divario tra le prestazioni sportive maschili e quelle femminili: le donne risulterebbero quindi svantaggiate in una competizione in cui dovessero confrontarsi con gli uomini. La soluzione nel distinguere per genere gli atleti, oltre che sensata, sembrerebbe, almeno fin qui, anche del tutto pacifica; in realtà, però, contrariamente a quanto ci si aspetti, i sessi non sempre si prestano così bene ad una riduzione binaria.

L’intersessualità (ovvero la compresenza di cromosomi sessuali/genitali/caratteri sessuali secondari femminili e maschili) e la riassegnazione di sesso possono mettere in luce i limiti di questo modello di categorizzazione. In questi casi, proprio in virtù della differenza di prestazione tra uomo e donna, si rischia di discriminare, danneggiare o svantaggiare l’individuo in questione e/o i suoi avversari.

L’obiettivo è perciò quello di stabilire un criterio quanto più giusto e trasversale che possa fungere da riferimento per i regolamenti interni alle singole federazioni sportive dei diversi stati del mondo. Proprio a questo scopo l’IOC (Comitato Olimpico Internazionale) ha indetto, nel novembre 2015, un Consensus Meeting on Sex Reassignment and Hyperandrogenism: a seguito dell’incontro, una nutrita commissione di medici e scienziati di vari paesi, ha stilato delle linee-guida in materia e ha apportato delle modifiche ai precedenti regolamenti. E, finalmente, la questione gender è stata affrontata con una certa attenzione: si è cercato di non ridurre il problema alla sola legalità delle competizioni sportive ma di seguire dei criteri di inclusione più ampi e al passo con i tempi.

 

Le ultime novità

La commissione ha ribadito la necessità di garantire la non esclusione degli atleti transgender dalle competizioni sportive e sottolineato l’esigenza di salvaguardare la giustezza delle gare. Innazitutto, è stata stabilita la non necessarietà dell’intervento chirurgico del cambio di sesso: la presenza di genitali maschili o femminili non è più una discriminante fondamentale, e questo è un passo avanti enorme. Inoltre, è stato pubblicamente affermato che questa pre-condizione, prima richiesta, è del tutto inconsistente. Dagli ultimi studi in materia è emerso, infatti, che non sono gli apparati genitali ad essere direttamente correlati alle prestazioni sportive, ma i livelli ormonali: di conseguenza, se il sesso di un*atleta non è più sotto inchiesta, nessuno può sentirsi obbligato ad effettuare l’operazione di passaggio per essere ammesso a questa o quella categoria.  

Si è precisato, poi, che gli atleti transgender female to male, per partecipare nella categoria maschile, non debbano essere soggetti a nessuna restrizione; mentre quelli male to female, per concorrere nella categoria femminile, debbano dimostrare che il loro livello totale di testosterone, per (almeno) i 12 mesi precedenti alla competizione, sia inferiore ad un certo limite. Il livello deve restare tale per tutto il tempo in cui le atlete intendano gareggiare nella categoria femminile e, nel caso in cui i test a cui devono sottoporsi risultino alterati, la loro “eleggibilità” in questa categoria è sospesa per un anno. Queste restrizioni servono a tutelare le atlete cisgender: senza la loro applicazione ne risulterebbero svantaggiate per via del loro basso livello di testosterone rispetto a quello delle atlete transgender.

Grazie a queste disposizioni agli atleti transgender si riconosce finalmente il diritto di decidere del proprio corpo, principio questo tra i diritti inalienabili dell’essere umano ma che, nonostante ciò, finora non era ancora rispettato. È evidente che il cammino sia ancora lungo e tortuoso, ma questa tappa rappresenta una conquista per una società che si impegna ad essere più giusta e più attenta alla parità.

 

Da Rio 2016 a oggi

Nel 2016, anno successivo a questo consiglio, a Rio de Janeiro, si sono tenute così le prime olimpiadi della storia aperte a persone transgender che si fossero sottoposte alla sola terapia ormonale.

Il capitolo, tuttavia, non è stato ancora chiuso: si cerca tuttora di far luce sul rapporto tra testosterone e prestazioni sportive per adottare delle misure via via più inclusive e, al tempo stesso, eque. C’è ancora molta strada da percorrere ma, almeno, la direzione sembra essere quella giusta.

Nell’ambito della questione gender, il cui dibattito arriva sempre troppo in ritardo rispetto ai tempi, lo sport  ̶  grazie alla sua imparzialità e alla sua cinica attenzione ai risultati  ̶  potrebbe apportare il suo contributo e aprire nuovi e più ampi orizzonti di riflessione.

No more articles