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Mary Shelley: creando mostri e femminismo #leimeritaspazio
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Mary Shelley:
creando mostri e femminismo
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Redazione
Articolo di Lenny Melziade

Nel gennaio del 1818, quindi esattamente duecento anni fa, veniva pubblicato uno dei capolavori della letteratura inglese dell’ Ottocento. Un’opera che nei secoli successivi avrebbe ispirato una lunga serie di film, opere teatrali, adattamenti, tributi e il cui personaggio principale è entrato nell’immaginario collettivo diventando una vera icona. Stiamo parlando di Frankenstein di Mary Shelley.

Frontespizio dell’edizione del 1831

Dopo due secoli, nonostante i riconoscimenti letterari della sua opera principale, è bene parlare della donna dietro Frankenstein. Nonostante la sua vita caratterizzata dal dolore, Mary è una donna che ha lottato per il riconoscimento delle sue opere.

Mary Wollstonecraft Godwin (prenderà il cognome del marito, il gigante della letteratura inglese romantica Percy Bysshe Shelley) nasce nel 1797 dalla omonima madre Mary Wollstonecraft e William Godwin. I genitori di Mary ebbero una forte influenza sulla crescita culturale della figlia. William era filosofo e politico liberale, mentre la madre è considerata una saggista antesignana del femminismo, autrice dell’imprescindibile “La rivendicazione dei diritti delle donne’’.

Il saggio è datato 1792 e va contro ogni pensiero del suo tempo. In esso la Wollestonecraft sostiene che uomini e donne debbano ricevere pari educazione e diritti, poiché le donne sono fondamentali per la crescita della nazione in cui vivono. Ma non solo, secondo la madre di Mary le convenzioni circa sesso e ‘modestia’ dovevano essere le stesse sia per uomini che per donne, andando contro ogni doppio standard del suo tempo. Perché le donne non possono avere relazioni sessuali prima del matrimonio… ma gli uomini sì? Si tratta di idee estremamente progredite per gli anni in cui viveva l’autrice e purtroppo la sua prematura morte ci ha privato di ulteriori sviluppi nei suoi scritti proto-femministi. Mary morì infatti dando la luce alla figlia omonima, la quale crebbe con l’altrettanto progressista padre. All’età di 16 anni Mary incontra Percy Shelley, il noto poeta romantico e iniziano una tumultuosa relazione, extra-coniugale fino alla morte della moglie di Shelley.

 

Mary Shelley

Ma come nasce un’opera magistrale come Frankenstein? Leggenda vuole che l’idea sia venuta in sogno. Mary, consorte, Lord Byron e il suo medico, William Polidori, si trovavano in villeggiatura a Villa Diodati, tenuta del Lord nei pressi di Ginevra. Durante una notte tempestosa, i quattro decidono di sfidarsi con una sfida letteraria dalle tinte horror. Ne usciranno vincitori, quanto meno a livello storico e letterario, i due meno sospetti. Mary scrive infatti la bozza di Frankenstein, mentre Polidori scrive un breve racconto incentrato su un vampiro, fondamentale per il filone vampiresco e che inspirerà chiaramente il ben noto Bram Stoker e il suo immortale Dracula.

 

Guardala Percy, riesci a credere quella sciapa e amorevole ragazza abbia creato Frankenstein? Un mostro assemblato da pezzi di cadaveri saccheggiati delle proprie tombe. Non lo trovi sorprendente? (Lord Byron nel film The Bride of Frankenstein- 1935)

Nonostante l’enorme fama del suo capolavoro, Mary dovette combattere strenuamente per ottenere il riconoscimento delle sue opere. La maggior parte delle case editrici non credeva affatto che fosse stata lei a scrivere il romanzo e ovviamente lo attribuivano al marito, il quale era stato in realtà solo l’editor del testo. Mary si piegò alla volontà del tempo e pubblicò Frankenstein anonimamente. Solo con la seconda edizione riuscì a vedere il suo nome stampato sulla copertina.
Grazie alla sua fama, Mary fu una figura importantissima per le sue colleghe donne. Visse secondo i princìpi della madre per tutta la sua vita e aprì la strada ad altre scrittrici, provando che l’immaginazione e il genio letterario non hanno sesso. All’epoca, era un’idea rivoluzionaria quanto quelle che professava la madre. Una donna era in grado di scrivere romanzi che non parlassero solo di amore e principesse da salvare. Potevano parlare di filosofia, mostri, scienza ed etica.

Non so perché la pensi così, cosa ti aspetti? Il pubblico vuole qualcosa di meglio di storielle d’amore, perché non dovrei scrivere di mostri? (Mary Shelley nel film The Bride of Frankenstein- 1935)

Ma possiamo considerare Mary Shelley femminista? Ni. Mary non poteva parlare di femminismo nelle sue opere, perché semplicemente erano concetti molto lontani dalla società in cui viveva. Di sicuro la madre ne era stata una pioniera e dobbiamo considerarla come ‘femminista ante-litteram’ ma Mary si è sempre dedicata a un altro tipo di letteratura e non ha scritto propriamente di femminismo, ma viveva di princìpi (pre) femministi.

James McAvoy in Victor Frankenstein

Possiamo però trovare spunti interessanti in Frankenstein: se consideriamo i temi centrali del romanzo, tra cui l’alienazione sociale, l’impegno sociale e la comunione con gli altri, beh, troviamo le basi per un qualcosa di abbastanza femminista.

Victor Frankenstein per esempio, cerca di dare vita a un corpo e riesce a farlo perché studia le scienze e la medicina, cosa che era permessa solo agli uomini. Victor si pone come figura femminile ‘posticcia’, cercando di creare la vita ex-novo e di ‘sostituire’ l’apparato riproduttivo femminile.

Varie critiche letterarie hanno però sottolineato come in realtà, oltre la figura di Victor-madre biologica, non ci siano figure femminili forti. Elizabeth per esempio è la classica donna borghese al servizio del fidanzato Victor, senza contare che possiamo leggere tra le righe come il mostro crescendo senza madre e quindi senza una guida emotiva, diventi alienato e angosciato. Della serie, “Victor ha creato una persona, ma non è stata cresciuta da una donna quindi è diventato un mostro”

Il femminismo però non è solo figure femminili forti, non è del resto nemmeno solo incentrato sulle donne. Mi trovo infatti più in accordo con la critica letteraria di Anne Mellor (professoressa di Women’s Studies alla UCLA University), la quale sostiene che Frankenstein sia un romanzo a tutti gli effetti femminista. Lasciando da parte le figure femminili effettive, la Mellor si sofferma proprio sulla mancanza di una figura femminile, nello specifico la creatura che il mostro richiede a Viktor.
Il mostro infatti chiede al suo creatore, una compagna femminile, modellata a sua immagine e somiglianza, con la quale scapperà in Sudamerica per vivere nascosti nei boschi.

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Mentre lo scienziato crea la compagna, immagina le conseguenze delle sue azioni:

Colei che in tutta probabilità diventerà un animale con raziocinio, potrebbe persino rifiutarsi di passare la sua vita con ciò che è stato creato prima di lei. Potrebbero odiarsi, la creatura che è stata creata prima già odia le sue deformità, e potrebbe essere odiata a sua volta dalla creatura femminile. Lei potrebbe vederlo con disgusto, potrebbe lasciarlo da solo nuovamente, lasciarlo nella disperazione di essere stato abbandonato da qualcuno della sua specie

Quello che Viktor teme spasmodicamente è che la creatura femminile si ribelli e non voglia prendere parte al gioco, teme che lei possa avere il suo modo di pensare, teme la autonomia femminile.
Viktor teme anche che le creature possano riprodursi, sostituendosi così a lui in quanto creatore. Terrorizzato, Frankenstein non porterà mai a fine la creazione di una compagna per il mostro, gettando il suo Adamo in uno stato di disperazione e solitudine.

È proprio la mancanza della creature femminile che ci fa capire quanto la mancanza stessa di figure femminili sia importante nel romanzo. Tutte le figure materne per esempio sono morte, così come le poche donne sono passive e subiscono gli eventi senza reagire. Elizabeth per esempio viene presentata primariamente come bellissima, con i capelli biondi e gli occhi chiari, poi successivamente ci viene descritto il suo carattere. O meglio, Elizabeth è presente nel testo ma spesso come mero oggetto di Viktor. Cosa succede quando le donne vengono messe in una posizione marginale?

Succede che il punto focale del femminismo di Shelley diventa la critica alle scelte di Frankeinstein, cioè il suo sostituirsi in quando essere riproduttivo, in quanto creatore di un essere maschile e distruttore di un essere femminile.


Shelley non scrive apertamente di una cosa che al secolo non aveva nome, ma viveva secondo i precetti della madre, i precetti che oggi consideriamo femministi, e di conseguenza scrive e riversa nei suoi romanzi la sua visione della vita. Scrive della natura della società, della natura della creazione, delle relazioni uomo-donna e della figura di noi tutti nella società. Mary Shelley si è creata uno spazio nell’olimpo della letteratura mondiale, creando un capolavoro che tocca temi e solleva ancora oggi questioni etiche, con tinte femministe. Per questo lei merita spazio.

Leggi i commenti (1)
  • In Frankestein c’è soprattutto molto di autobiografico. Mary Shelley è un mostro, una creatura straordinaria, partorita e abbandonata nel mondo con tutto il suo bagaglio di straordinarietà. Non è un vanto, essere straordinaria, è un peso, è la cifra della sua diversità. Ciò che trovo estremamente femminista è l’aver riconosciuto il valore di questa storia e aver deciso di fissarla su carta: in questo senso Mary Shelley si è ritagliata uno spazio laddove spazio non c’era, quanto meno per una scrittrice.

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