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La mia storia con la resistenza afrobrasiliana femminile [Progetto Sorellanza]
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La mia storia con la resistenza afrobrasiliana femminile [Progetto Sorellanza]

Redazione
Articolo di Maristella Petti

Il Brasile è un’altra casa per me.
Tutto è nato con lo studio del portoghese. Dopo il primo anno di università, era la lingua che parlavo peggio. Quando mi sono ritrovata a dover scegliere tra passare un semestre a Lisbona o uno ad Assis, in Brasile, i miei genitori non hanno avuto bisogno di più di uno sguardo per trovarsi d’accordo sul suggerirmi la seconda, dato che il Portogallo sarebbe rimasto più facilmente accessibile in altre occasioni.

A quel semestre ne è seguito un altro, in magistrale. Nel 2017 mi sono trasferita a São Paulo, la metropoli più grande del Sud America, per fare ricerca per la tesi. All’epoca non avevo ancora le idee chiare a riguardo, se non per il fatto che la mia relatrice aveva risposto al mio desiderio di trattare di letteratura politica consigliandomi una linea di poetesse nere. Ricordo di aver reagito a quella traccia senza troppo entusiasmo, non trovando nell’immediato alcun nesso lampante tra i due argomenti. Per fortuna, mi sono fidata ciecamente e sono partita.

Uno dei primi giorni a São Paulo, mentre raggiungevo degli amici, sono stata aggredita da una baby-gang che aveva trovato il bersaglio perfetto in una ragazza che camminava da sola per strada di sera. Non mi dilungherò molto sulle dinamiche dell’assalto, non perché mi faccia male parlarne (anzi, è un aneddoto che non vedo l’ora di raccontare ai miei nipotini) quanto perché ha del bizzarro. In breve: invece che soggiacere come si fa in questi casi, mi sono difesa così bene che ho costretto il leader a rinunciare alle botte e a minacciarmi con una pistola (spoiler: alla fine la borsa gliel’ho lasciata). So che una simile reazione non è da manuale, però in quel momento non avevo altri mezzi che il mio istinto, ingenuamente combattivo. Ma sono stata fortunata, è andata bene.

Il cuor di leone comunque si è ritratto nei giorni seguenti, che non sono stati dei più sereni. Sorvolando sulla retorica della “vita che ti passa davanti quando ti puntano un’arma in faccia”, ricordo piuttosto di essermi sentita incredibilmente cretina per essermi cacciata in quella situazione, sensazione alimentata dai commenti di tutte le autorità con cui avevo a che fare – poliziotti, professori, parenti, medici, funzionari del consolato: “Una donna che cammina da sola per strada la sera… che t’aspettavi?”.

Non è stato facile. Eppure sono passati i giorni, la faccia si è sgonfiata, ho risolto le seccature burocratiche e, mentre reimparavo piano piano a camminare per strada, cominciavo a fare ricerca in università. E non solo avvertivo che la condizione delle afrodiscendenti in Brasile è quanto di più politico possa esistere, ma anche che il pregiudizio che le opprime, che le rende subalterne anche all’interno della propria minoranza sociale perché donne, raccontava qualcosa anche della mia realtà.

Ho scoperto così, tra le pagine dei miei cari libri, la discriminazione di genere. Non che prima non ci avessi mai pensato, anzi: sono sempre stata consapevolmente contraria a ogni tipo di pregiudizio. Eppure, per la prima volta, me la sono sentita addosso. Quella presa di coscienza ha innescato una reazione a catena che mi ha permesso di vedere tutte le piccole grandi prepotenze sessiste subite in 24 anni; fino ad allora percepite come scorrette ma allo stesso tempo avallate dalla logica patriarcale che questa civiltà sbagliata ci inculca da quando nasciamo. Ho capito, per esempio, che non ero colpevole per essermi sentita libera di camminare da sola per strada la sera e, soprattutto, che non dovevo sentirmici quando tutte le autorità con cui avevo a che fare lo insinuavano. Ho capito quanto la colpevolizzazione della donna per le ingiustizie di cui lei stessa è vittima sia un preconcetto radicato su questa terra molto più a fondo che qualsiasi frontiera.

Ho capito il femminismo intersezionale. E tutto ciò grazie alla sinergia tra la mia esperienza di donna e la letteratura. È stato come se, dopo 24 anni passati con gli occhi ben aperti e attenti a quel che mi circondava, avessi improvvisamente visto tutto nitidamente; o meglio, come scrive Cristiane Sobral, autrice che ha collaborato al mio studio: “Dopo tanti anni alfabetizzata, ho imparato a leggere”.


La letteratura brasiliana, da sempre ben cosciente della sua funzione storica, ha un rapporto viscerale con la realtà sociale del Paese. Non a caso, la sua poesia nera femminile (un sistema che segue regole precise di inversione del canone istituito e costituzione di un nuovo sistema di valori), è uno dei principali mezzi con cui le sue autrici realizzano la propria resistenza. E con cui io ho realizzato la mia.

Sono rimpatriata con le spalle grosse e una bella tesi, valutata nel 2018 con dignità di stampa. Il mio Paese intanto andava a rotoli: l’andamento politico muoveva rapidi passi all’indietro sulla linea del tempo, rigettando il progresso conquistato nei decenni passati e sostituendolo con un’alogica successione di scelte giustificate esclusivamente dall’ignoranza più assurda, più vera.

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E allora ho deciso di dire la mia, perché quello che ci hanno sempre insegnato a scuola, ovvero che sbandierare vessilli non è necessario, ci ha portato a una società tutt’altro che imparziale, in cui gli avveduti tacciono e i dissennati si sentono in dovere di dire la propria su tutto, fomentandosi con la propria eco fino a infestare il mondo di avversione, denigrazione e regresso, rendendolo un ambiente prolifico per questa cultura neofascista dilagante.

In un momento che ho sentito cruciale, tanto per la mia vita quanto per il periodo storico che stiamo attraversando, mi sono corazzata di tutto quello in cui credo e ho scelto di pubblicare “La resistenza nella poesia nera femminile brasiliana contemporanea”. L’ho fatto, declinando altre proposte, con Sensibili alle foglie, cooperativa editoriale e di ricerca sociale fondata da nomi che hanno fatto gli anni Settanta italiani (ultimo barlume di coscienza politica, per quanto controversa, della nostra Storia). Per questa scelta sono stata criticata da chi riteneva l’editrice troppo esposta in rapporto alle mie ambizioni accademiche, non rendendosi conto che il mio unico obiettivo era prendere parte.

Al contrario di quanto mi si diceva da adolescente, infatti, sono diventata adulta non quando ho imparato a essere neutrale, ma quando ho capito che non potevo non essere cittadina e partigiana, quando ho affermato che ero di estrema sinistra e femminista. Ci ho messo un po’, ma l’importante è che l’abbia fatto almeno ora che esporsi è diventata un’urgenza. Come Rolling Stone ha titolato la copertina di luglio 2018, qualche giorno dopo che il libro era uscito:“Da adesso chi tace è complice”.

Potete trovare il libro di Maristella Patti qui

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