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Outing non richiesti e generalizzazioni: quando l’attivismo fallisce
Dark Light

Outing non richiesti e generalizzazioni: quando l’attivismo fallisce

Virgina Cafaro

“Le parole sono importanti,” tuonava Nanni Moretti in un ben noto film del 1989.

E lo sono ancor di più quando si fa dell’attivismo e/o si lavora nel campo dell’informazione, aggiungo io.

Una tale, e forse pur scontata, osservazione, mi è balenata in testa un po’ di tempo fa dopo aver letto una serie di titoli, e di conseguenti articoli, che definire tristi, offensivi e persino banali penso sia riduttivo.

Il tutto è iniziato con il truculentissimo caso di cronaca nera le cui strade portavano sulla scia di un losco omicidio gay, ed e poi è proseguito con una sorta di epidemia inarrestabile di titoli indegni che tuttora non sembra trovare una cura. Ok, mi direte voi. È tutta una questione di accaparrarsi più ‘click’.
Che tristezza però, aggiungo io, soprattutto se a farlo sono siti o comunità online che svolgono una funzione istruttiva.

Eh sì, perché l’attivismo passa anche, o forse sarebbe meglio dire soprattutto, dalle parole, essendo queste ultime uno specchio degli atti che vengono poi compiuti nel quotidiano. Riprendiamo un attimo l’omicidio gay di cui sopra. Lasciando da parte l’evidente assurdità della cosa (basti solo pensare a quante volte si è letto di omicidio etero. Ecco appunto, mai), il titolo conferma, incitato poi dal corpo dell’articolo, uno stereotipo non solo stupido ma anche pericoloso, che lega la comunità LGBT a un contesto criminale, quasi da romanzo, sottintendendo nemmeno poi abilmente che il presunto omicida abbia agito non in quanto, appunto, criminale, ma in quanto persona omosessuale.

Una situazione simile si era verificata poi con Charlie Sheen quando, dopo anni di estorsioni e ripercussioni, aveva deciso di dichiarare al mondo la sua sieropositività. Tra i vari titoloni del calibro di ‘Charlie Sheen ha l’AIDS’ e keyword  – no ma davvero non insinuano niente figurati – tipo ‘Charlie Sheen’, ‘AIDS’, ‘Pornostar’, aspettavo solamente che l’alone viola della pubblicità “progresso” degli anni Novanta arrivasse a contornare anche il mio pc.

bossy attivismo sheen

Com’è giusto che sia, l’indignazione è salita alle stelle in quei giorni, e moltissimi cybernauti si sono alleati tessendo una fitta rete di contro risposte e campagne di sensibilizzazione. Queste reazioni mi avevano rallegrata, ero effettivamente contenta di una simile unità e condivisione di una certa visione dell’attivismo, fin quando poi non ho iniziato a notare una tendenza che ho simpaticamente definito ‘fascerbista’ (no, non dispongo nemmeno io poi di così tanta fantasia), ed è lì che mi sono arrabbiata.

L’apice della tendenza fascerbista è stato raggiunto a dicembre quando, a mia insaputa, mi sono scagliata contro “l’utero in affitto”. Non sapevo di essere contro questa pratica, eppure invece sì. Come è possibile, direte voi?. Per avere la risposta a questa domanda vi basterà cercare su Google ‘femministe utero in affitto’ o anche, se volete divertirvi di più, ‘le femministe contro’. A quanto pare sono contro un sacco di cose. Anche contro le cattive ragazze.

Come denota il mio arguto termine nuovo di pacca, questi titoli fanno di tutta l’erba un fascio, dando per scontato che tutte le femministe siano contro la maternità surrogata. E non solo. Generalizzando e minimizzando il valore di un movimento storico che non solo è composto da diverse correnti di pensiero, ma anche da vere e proprie diverse ondate dello stesso, accomunano l’intera categoria a un’unica fazione, denigrando tutt* coloro che ne fanno parte (sorpresone! Anche molti uomini si definiscono femministi!), e implicitamente colpevolizzando l’intero movimento delle cause di tutti i mali che rallentano lo sviluppo sociale italiano. Non vi dico poi la lista di illuminanti articoli che saltano fuori se, alla parola ‘femministe’, aggiungete ‘omofobe’, su Google (e non sto parlando solo di testate facenti parte della comunità che lotta contro la Temibile Ideologia Gender, che di poter accoppiare la parola ‘femminista’ a quella di ‘omofoba’ è solo contenta).

Il periodo storico nel quale viviamo è, come facilmente notabile, davvero delicato, e vanificare così lotte lunghe decenni con dei titoli fascerbisti (inizio a prenderci gusto, scusate) è, e non mi stancherò mai di ripeterlo, offensivo e pericoloso.

Così com’è pericolosa, allo stesso modo, un’altra tendenza fascerbista: quella dell’outing gratuito. Ancora vivido è infatti nella mia mente il ricordo dell’avanguardista titolo che, ‘ironicamente’, si stupiva del fatto che Roberto Bolle fosse gay. Ora, sì, Roberto Bolle è omosessuale ed ha pure fatto coming out su un giornale francese, ma nessuno dovrebbe darlo per scontato né dovrebbe pensare sia lecito, se non addirittura divertente, dichiarare che Roberto Bolle sia gay perché hey, tutti i ballerini classici lo sono, no?

attivismo bossy bolle

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Ecco, anche questa tendenza di dover fare outing a tutti i costi penso sia sfuggita parecchio di mano, nuocendo esattamente tanto quanto quella di fare di tutta un’erba un fascio, contagiando anche molti siti che dell’attivismo ne fanno la propria bandiera. Ok, anche io sono consapevole del fatto che sarebbe bellissimo e aiuterebbe un sacco di persone avere più ‘celebrità’ dichiarate al mondo, ma sono anche conscia del fatto che l’outing sia nocivo e denigratorio, essendo la sua natura basata su di un accumulo di stereotipi offensivi, sbagliati e persino datati.

A peggiorare il tutto, poi, c’è l’effetto che sempre molto simpaticamente ho definito “specchio riflesso se ti muovi sei un cesso” che vede le suddette testate o comunità online difendersi da dietro un enorme specchio d’ironia che accuserà te, che ti sei infastidita per l’ennesimo ‘no ma l’attrice X è per forza lesbica, guardate con chi va in giro’, di non capire che è tutto ironico e divertente.

L’attivismo, come detto qualche paragrafo più in là, è fatto soprattutto di parole. E oggi, per tutta una serie di questioni storiche, sociali e politiche, dobbiamo fare ancora più attenzione alle suddette, perché la loro portata è triplicata, se non quintuplicata. Educare al rispetto significa educare alla tolleranza (qui nella sua accezione di ‘accettazione del prossimo’ e non di ‘sopportazione’), e fin tanto che non faremo un passo indietro stando molto bene attenti non solo ai contenuti ma anche a tutti i vari aggettivi, verbi e sostantivi (no, abbinare parole come ‘shock’ ‘hot’ ‘omicidio’ ‘contro’ a ‘lesbica’ ‘gay’ ‘femministe’, non è mai una buona idea), qualsiasi sforzo di portare l’uguaglianza a livello nazionale sarà vano.

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”

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Comunque, giusto per la cronaca, l’umore me lo ha poi risollevato questo articolo: http://www.internazionale.it/opinione/chiara-lalli/2015/12/04/femministe-maternita-surrogata

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