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Perché il ddl Pillon danneggia donne e bambini: intervista alla psicologa Federica Bastiani
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Perché il ddl Pillon danneggia donne e bambini: intervista alla psicologa Federica Bastiani

Jasmine Mazzarello

Nelle ultime settimane si è parlato molto del controverso disegno di legge (ddl) presentato dal senatore Pillon. Oggi ne parliamo con Federica Bastiani, psicologa e ricercatrice sulla violenza contro le donne presso l’Università di Trieste, per analizzare i punti critici e per capire meglio perché questo disegno di legge non tiene conto dei diritti delle donne, dei bambini e delle bambine.

Federica Bastiani, ci spiega in parole semplici cosa propone il disegno di legge Pillon e cosa succederebbe se dovesse essere approvato senza nessuna modifica?

Il ddl Pillon si ripropone di modificare e attuare alcuni provvedimenti in merito al diritto di famiglia, più precisamente in merito alle questioni legate alla separazione, al divorzio e all’affido dei figli. L’obiettivo è quello di rimettere “al centro la famiglia e i genitori e soprattutto restituendo in ogni occasione possibile ai genitori il diritto di decidere sul futuro dei loro figli” partendo dal presupposto che “la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile” (come si legge nella relazione introduttiva al disegno di legge, ndr). I criteri guida alla base di queste modifiche sono sostanzialmente quattro: mediazione civile obbligatoria per le questioni in cui siano coinvolti i figli minorenni; equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari; mantenimento in forma diretta senza automatismi e contrasto della alienazione genitoriale.

Partiamo con il primo punto. Come si inserisce la mediazione civile obbligatoria proposta dal ddl Pillon nel contesto di separazioni e divorzi?

Ogni coppia con figli minori a carico che voglia separarsi sarà obbligata a fare degli incontri di mediazione familiare per una durata massima di 6 mesi. Solo il primo di questi incontri sarebbe gratuito, mentre i restanti incontri sarebbero a carico delle parti. Inoltre, qualsiasi elemento che emerga durante questi incontri è tenuto sotto segreto professionale e nulla di quanto emerge può essere usato in sede giudiziaria. Alla fine sarà redatto un piano genitoriale in cui sarà necessario riportare tutta una serie di informazioni in merito a luoghi abitualmente frequentati dai figli, scuola e percorso educativo del minore, e così via. Ogni modifica del piano genitoriale prevede nuovi incontri e, quindi, nuove spese. La separazione e il divorzio diventano così delle procedure molto complesse e costose, in quanto i costi di mediazione andrebbero a sommarsi ai costi della consulenza legale. Inoltre, se la mediazione dovesse andare male, andrebbe nominato un coordinatore genitoriale con poteri decisionali. Tutto questo sempre a pagamento. Infine, nella stesura del piano genitoriale non è previsto l’ascolto del minore, i cui diritti di scelta e libertà vengono meno.

E quali rischi rappresenta la mediazione civile obbligatoria per le famiglie in cui la donna è vittima di violenza domestica?

Il percorso di separazione sarebbe già di per sé complicato nelle situazioni in cui le parti sono d’accordo e non vi è violenza. Tutto questo diventerebbe ancora più grave e lesivo dei diritti della donna e del minore nelle situazioni di violenza domestica, cui nel decreto non si fa il minimo accenno o comunque non viene definito cosa si intende con “violenza”. Ricordiamo che la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ratificata dall’Italia nel 2013 e nello stesso anno convertita in testo di legge, all’articolo 48 vieta esplicitamente il ricorso alla mediazione familiare nelle situazioni di violenza domestica. Durante gli incontri si esporrebbe, infatti, a un concreto rischio di subire ulteriori violenze la donna e di prendere decisioni pericolose per la donna e i minori. Inoltre, la mediazione in sé ha delle caratteristiche incompatibili con la possibilità di essere utilizzata in situazioni di violenza: prevede, per esempio, la sospensione del procedimento giudiziario impedendo alla vittima di sporgere denuncia. Rendendo obbligatoria la mediazione, le violenze verrebbero letteralmente occultate e non considerate nei procedimenti giudiziari con conseguenze estremamente pericolose per le donne e i minori.

Passiamo al secondo punto: in che misura il ddl stabilisce l’equilibrio tra entrambe le figure genitoriali a tempi paritari?

Questo criterio prevede che il minore debba trascorrere almeno 12 giorni al mese con ognuno dei due genitori, pernottamenti inclusi. I figli e le figlie avranno inoltre il doppio domicilio indipendentemente dal rapporto che hanno con il genitore. Questo criterio mette in risalto la natura fondamentalmente adultocentrica di questo disegno di legge e una non considerazione dei diritti e delle volontà dei minori. In questo modo i figli e le figlie diventerebbero dei veri e propri oggetti nelle mani dell’adulto, come dei pacchi da passare da una casa all’altra, non tutelando il diritto alla stabilità dei minori e alla loro protezione.

Crede che bambini e bambine dovrebbero poter scegliere con quale genitore risiedere? Quali conseguenze può avere l’assenza di questa possibilità di scelta sul loro benessere?

In accordo con quanto riportato dalla CISMAI (Coordinamento Italiano Servizi contro Maltrattamento e Abuso all’Infanzia), ritengo che la bi-genitorialità riguardi l’impegno e la responsabilità assunti nei confronti dei figli, non tanto il tempo materiale passato con loro. Sia chiaro che non voglio criticare la bi-genitorialità di per sé, ma piuttosto la non considerazione della voce del minore. Garantire la bi-genitorialità a prescindere può essere molto rischioso: non permettere al figlio o alla figlia di poter scegliere con quale genitore risiedere e trattarlo/a come un oggetto nelle mani dell’adulto lede la sua libertà personale e le sue capacità e possibilità di scelta. Tutto ciò potrebbe costringere il minore a passare del tempo con un genitore che ha condotte negative nei suoi confronti, come agiti di violenza e abusi sessuali con ripercussioni importanti su ogni aspetto della salute del minore e su un suo favorevole sviluppo, oltre una chiara perdita di fiducia nei confronti del mondo adulto.

Il terzo punto verte invece sull’abolizione dell’assegno di mantenimento. Quali sono le conseguenze per le madri?

Se venisse approvato questo ddl non si parlerebbe più di assegni di mantenimento in quanto ogni genitore contribuirebbe economicamente alla gestione dei figli quando passa del tempo con loro. Ogni spesa ordinaria e straordinaria andrebbe riportata nel piano genitoriale e ogni nuova spesa comporterebbe una revisione del piano. Questo provvedimento ignora totalmente le condizioni di squilibrio di genere insite nella nostra società, il divario salariale e occupazionale, che vedono le donne in posizioni nettamente svantaggiate, tanto più se si parla di madri, costrette spesso a lasciare il loro lavoro a seguito della maternità o a svolgerlo con orario ridotto. Necessariamente molte donne si troverebbero in difficoltà nel garantire lo stesso tenore di vita che era garantito al figlio o alla figlia durante la convivenza. Tutto questo porterebbe a un serio rischio di perdita dell’affidamento per la madre.

Infine abbiamo il contrasto dell’alienazione genitoriale. Di cosa si tratta?

Con alienazione genitoriale si fa riferimento a quelle situazioni in cui, dopo una separazione, un bambino o una bambina rifiuta di incontrare il genitore non affidatario, spesso dicendo che ne ha paura e, in questo, viene sostenuto dall’altro genitore. L’alienazione parte dal presupposto che il bambino o la bambina rifiuterebbe di incontrare il padre non perché, per vari motivi, lo teme, ma perché la madre lo avrebbe manipolato in tal senso. L’alienazione non trova alcun fondamento scientifico e l’American Psychiatric Association non l’ha mai considerata come categoria degna di considerazione. Il suo inventore, lo psichiatra statunitense Richard Gardner, ha sempre appoggiato posizioni a sostegno della pedofilia sostenendo, ad esempio, che “Ognuno di noi ha delle pulsioni pedofile”; “La pedofilia, iniziando precocemente i bambini alla sessualità, incrementa le possibilità riproduttive della specie umana” (1990).

L’alienazione genitoriale, come riportato nel manuale di Romito, Folla e Melato (2017) si basa su una premessa non dimostrata, e cioè che la resistenza del bambino o della bambina o la denuncia dell’abuso siano solo dei pretesti per allontanare i figli dal padre: di conseguenza, la stessa segnalazione di un comportamento paterno inappropriato o addirittura abusante verrebbe considerata con sospetto. Il risultato è che le violenze verrebbero occultate e si partirebbe dal presupposto che le denunce di violenza siano sempre false e infondate, mentre dai dati di ricerca sappiamo che la percentuale di false denunce varia dall’1% al 2% (Crown Prosecution Service, 2018; Oates, 2000). Percentuali quindi molto piccole. Di nuovo, la donna viene costretta a non parlare e a non raccontare delle violenze.

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Perché, secondo lei, l’alienazione parentale continua a essere utilizzata per accusare uno dei due genitori (spesso la madre) nei casi di violenza nonostante non ci sia alcun fondamento scientifico?

L’alienazione parentale si continua a utilizzare in primis per una scarsa conoscenza delle origini di questo concetto; in secondo luogo perché permette il mantenimento dello status quo di una società fondamentalmente patriarcale. In questo modo le violenze su donne, bambini e bambine diventano invisibili e non sembra essere necessario farsene carico con serie misure di contrasto.

Nel complesso, definirebbe il disegno di legge “maschilista”? Se sì, perché?

Sì, assolutamente lo definirei maschilista in quanto vuole annullare tutte le conquiste ottenute con le grandi lotte femministe, eliminando o rendendo molto difficili le possibilità di divorzio e non considerando questioni delicate come la violenza domestica e lo svantaggio economico in cui molto spesso vivono le donne. Ricordiamo che l’Onu riporta che le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini e che in Italia il divario retributivo di genere complessivo è del 43,7% (Commissione europea, novembre 2018). Il ddl è un serio attacco alle donne, ai minori e alle minori e al loro diritto di tutela; promuove inoltre una visione del matrimonio come legame indissolubile e una visione patriarcale della famiglia e della società intera.

In che modo l’approvazione di questo disegno di legge potrebbe aggravare il persistere della violenza domestica?

Ogni punto di questo disegno di legge rischia di mettere in scacco le donne vittime di violenza, rendendo loro molto difficile e dispendioso il processo di separazione, facendo diventare di fatto rischiosa qualsiasi denuncia rivolta nei confronti del maltrattante. Ogni cosa potrebbe essere considerata come calunnia e non creduta, ponendo la donna a rischio di perdere la potestà genitoriale. Inoltre, il ddl prevede una modifica dell’articolo 572 del codice penale, la norma che punisce la violenza domestica. I maltrattamenti, per essere considerati tali e poter quindi procedere a livello giudiziario dovrebbero, secondo il ddl, essere sistematici. Considerando la sistematicità come un requisito fondamentale per discriminare ciò che è violenza da ciò che non lo è, non si terrebbe conto della ciclicità della violenza e di quei periodi definiti “luna di miele” in cui il maltrattante si dice pentito e sospende per un periodo più o meno breve gli agiti violenti.

È fiduciosa che il disegno di legge verrà modificato, per lo meno su alcuni punti, anche grazie alla manifestazione del 10 novembre scorso?

Sì, lo spero di cuore. Le nostre voci si stanno facendo sentire e in molte e in molti si stanno rendendo conto che il ddl così com’è stato scritto non va.

Federica Bastiani è nata e vive a Trieste. Ha frequentato l’Università di Trieste dove si è laureata in Psicologia e dove ha poi conseguito un Dottorato di Ricerca il cui tema d’interesse era la violenza contro le donne. Da anni, con il sostegno e la guida di Patrizia Romito, Prof.ssa associata di Psicologia presso l’Università di Trieste, si occupa di ricerca, formazione e progetti di prevenzione e contrasto alla violenza contro le donne, l’abuso sessuale nell’infanzia e il bullismo.

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