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Riapre CAP10100, lo spazio dedicato all’arte e alla libertà
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Riapre CAP10100, lo spazio dedicato all’arte e alla libertà

Alessandra Vescio

Fare cultura oggi è complicato. Complicato e faticoso, specialmente se ti devi destreggiare tra cavilli burocratici che sembrano remare contro di te e Istituzioni locali che creano barriere e spengono opportunità di crescita, in nome di una ancora non ben identificata “politica anti-movida”. Fare cultura oggi è complicato, sì, ma è un diritto e un dovere di chi riconosce nell’aggregazione un momento di formazione, di unione, di legami che nascono e menti che si aprono. E questo lo sa bene Valentina Gallo, fondatrice e direttrice artistica dello spazio culturale CAP10100 di Torino che, dopo due anni di pausa forzata, riapre con ancora più energia ed entusiasmo.

Aperto per la prima volta nel 2012, il CAP10100 ha accolto musicisti, teatranti, artisti e proposte creative per cinque anni, ravvivando la scena culturale del capoluogo piemontese. Nel luglio del 2017 però, a causa di questioni burocratiche, lo spazio viene chiuso. Tutti gli sforzi e i sacrifici e l’amore che il CAP10100 aveva portato con sé erano stati vani: tutto sembrava finito e il sogno si era infranto. Sembrava, appunto, perché per Valentina quella che sarebbe potuta essere una conclusione poco degna di un duro lavoro è stata solo una “pausa di riflessione”.

Il 17 e il 18 ottobre 2019, infatti, il CAP10100 di Torino riapre, rinnovato, fortificato, con ancora maggiori speranze e soprattutto maggiore entusiasmo. La squadra di cui Valentina si è circondata è principalmente composta da donne e giovani, per andare oltre gli stereotipi e respirare freschezza e voglia di fare. La programmazione è già fitta di proposte culturali nuove e di grandi ritorni. La voglia di ricominciare, aggregare e offrire uno spazio in cui ci si senta liberi di essere e di fare è tanta e incontenibile. Di questo abbiamo parlato proprio con Valentina Gallo, che ci ha raccontato la sua storia, quella del CAP10100 e di cosa voglia dire fare cultura oggi e farla in quanto donna.

Partiamo dall’inizio: cos’è e come nasce Cap10100?

Cap10100 è uno spazio di libertà. Nasce da un’idea, quella di far coesistere la creatività delle persone in un luogo unico, qualsiasi sia la loro modalità di espressione: teatro, musica, danza, arte in genere. Un luogo dove poter provare, sbagliare ed essere liberi di creare, di avere idee e sogni e di realizzarli. Il progetto è nato in un momento particolare della mia vita: aspettavo la mia secondogenita Amelie, avevo 27 anni. Era tutto un sogno, non avevo idea che si sarebbe realizzato, ma – come spesso accade – i figli portano fortuna. In effetti anche l’inizio del mio lavoro come operatrice culturale nasce insieme alla maternità: tre anni prima mi dovetti fermare dalle tournée per avere la mia prima figlia, Sara.

Nel 2010 grazie a un progetto di cittadinanza attiva con l’Associazione Orfeo siamo venuti a conoscenza del fatto che in corso Moncalieri 18, a Torino, c’era uno spazio vuoto disponibile, l’ex scuola del Teatro Stabile; così iniziammo il percorso che ci portò nel 2012 a ottenere la concessione dello spazio.

Nel 2017, Cap10100 è stato chiuso per questioni burocratiche: ci racconti cos’è successo e cosa ha rappresentato per voi questa chiusura?

Lo spazio chiude l’11 luglio 2017. Tra luglio e settembre 2017, i tecnici del Comune di Torino effettuano due sopralluoghi di routine per adattare il CAP10100 alle normative vigenti in tema di sicurezza. Il 27 Settembre partecipiamo a una riunione ufficiale con presenti, oltre i funzionari della circoscrizione stessa, l’Assessorato alle Politiche Giovanili e i tecnici del Comune di Torino. Solo allora veniamo a conoscenza che, a causa di una contemporaneità delle attività presenti in Corso Moncalieri 18 (per “contemporaneità” si intende quando diverse attività di diverso genere utilizzano le stesse entrate o le stesse uscite, in particolare quelle di sicurezza), qualsiasi adeguamento da noi già fatto o in programma nello stabile, sarebbe stato inutile a garantirne la sicurezza. A questo problema c’è una soluzione semplice: ridistribuire gli spazi del complesso al fine di eliminare la situazione di contemporaneità e rendere lo spazio perfettamente a norma per tutti.

In questi anni sono state fatte parecchie azioni da parte della Città alla ricerca di una soluzione, grazie alla stretta collaborazione che abbiamo, come centro per il protagonismo giovanile, con il settore Politiche Giovanili. A ogni riunione a cui abbiamo partecipato con Circoscrizione 8 e Comune di Torino si concordava sul fatto che lo spazio andasse riaperto perché ha un suo valore sociale e risponde a un bisogno reale della città. Siamo arrivati finalmente a una ridistribuzione degli spazi della palazzina, modificando le concessioni e giungendo dunque a una soluzione, il 25 giugno del 2019. Quasi due anni per ridistribuire degli spazi…

La chiusura, come tutti i momenti di crisi, ha portato in quasi tutti gli attori del progetto due reazioni: un primo momento di shock e un secondo momento di rassegnazione. Chiaramente quando la nave affonda c’è un “fuggi fuggi” generale: piano piano intorno a noi si è creato il deserto. Pochi sono rimasti solidali. Devo essere sincera: alcuni li comprendo, altri no. Immagina di avere una realtà economicamente attiva che ha debiti, crediti, fatture aperte e chiuse, flussi di cassa, ratei. Immagina di chiuderla dal giorno alla notte. Risultato? Un enorme buco economico che ricade su una persona: il legale rappresentante. Chiaramente nessuno ha colpa di una cosa del genere, ma i creditori devono individuare un responsabile e la catena di danni è stata proporzionale ai successi ottenuti nei cinque anni precedenti e alle realtà coinvolte, quindi non quantificabile in realtà. L’associazione ne è uscita piegata, non spezzata, accartocciata su se stessa. La scelta è stata quella di ricominciare dai giovani e dalle giovani. Per me personalmente è stato un lunghissimo tunnel percorso a carponi: in alcuni momenti pensavo sul serio che ci avrei rimesso le penne – o quantomeno la sanità mentale. Per fortuna, provengo da una stirpe di guerriere e la genetica mi ha dato una mano.

Cos’era il CAP10100 prima della chiusura e cos’è ora?

CAP10100 è stato e sarà sempre quello spazio di libertà di cui abbiamo parlato prima. La differenza sta nell’approccio: siamo cresciuti, abbiamo capito chi siamo e quanto sia fondamentale il nostro ruolo in città e non solo in città, grazie anche alla solidarietà che ci è arrivata da tutta Italia.

La nuova apertura avrà un respiro diverso nelle modalità, nell’innovazione e nella consapevolezza del grande lavoro fatto prima della chiusura. Una nuova modalità, una nuova rete di partner, un nuovo staff; per un nuovo modo di ascoltare ed essere l’antenna ricettrice dei bisogni della cittadinanza e dei giovani. Un grande lavoro con i collettivi universitari e le associazioni del territorio. Apriremo l’aula studio dal lunedì alla domenica, avremo corsi e laboratori artistici. Inoltre, una bella collaborazione con due favolose imprenditrici ci permetterà di dare consulenze e seguire delle start-up di impresa creativa.

Gestire uno spazio culturale oggi è sicuramente rischioso e coraggioso al tempo stesso: cosa ti spinge a farlo? E dove hai trovato la forza di ricominciare?

Non lo so, odio lasciare le cose a metà, non sopporto mollare, non sono capace. Sono certa che sia necessario uno spazio di creatività, sono sicura che a partire da piccoli tasselli si possano muovere grandi cambiamenti sociali, culturali, politici. Mi piace poter dire in modo sfrontato, chiaro e diretto che se ci si impegna ce la si può fare. Sono convinta che i presidi culturali siano l’ultimo baluardo di indipendenza che abbiamo.


Che tipo di rapporto c’è tra CAP10100 e la città di Torino?
Amore e odio. Dipende dalle persone con cui ci si interfaccia: bisogna ricordare che le Istituzioni sono composte da esseri umani e la natura di questo progetto non sempre è comprensibile per le Istituzioni stesse. Noi arriviamo prima perché ascoltiamo i giovani, i loro bisogni. Ricordo ancora l’avvento dei social e di come, per esempio, fu complicato spiegare che forse avrebbero dovuto avere una pagina Facebook per comunicare con i giovani.

Come glielo spieghi a una città che chiude, sequestra, multa, carica e fomenta i comitati “anti-movida” che i luoghi di aggregazione con offerte culturali valide sono una soluzione migliore del coprifuoco e delle sanzioni pecuniarie? D’altra parte però siamo l’unico canale (noi, come molti altri spazi e realtà: comitati, collettivi, organizzazioni, associazioni culturali) per capire cosa accade fuori dai Palazzi. CAP10100 fa parte della rete dei Centri per il Protagonismo giovanile, un progetto che in questo momento l’assessore alle Politiche giovanili sta ripensando, ma che porrà sempre il focus sulle nuove generazioni.

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Con Cap10100 hai scelto di dare spazio soprattutto alle donne e ai giovani sotto i trent’anni. Oltre a essere una scelta politica, è anche una scelta stilistica? Credi che il punto di vista femminile e giovane porti con sé un contributo particolare?

Questa è una domanda che mi fa riflettere e ringrazio di poter rispondere. Inizio dicendo che sono una donna single di 38 anni, madre di due piccole donne di 14 e 11 anni, e credo che i giovani dovrebbero essere la scelta obbligata quando si tratta di creatività, innovazione e offerta culturale. Mi piacerebbe avere un ruolo di accompagnamento, di supervisione: amerei che la mia generazione e anche quella più anziana avessero un ruolo di responsabilità per la realizzazione dei sogni e delle creatività giovanili. Con questo non voglio dire che con l’età si appiattisca il pensiero, anzi, dico solo che “a ciascuno il suo tempo”. Sulla tematica “donne” sottolineo subito che non è una scelta al fine di far emergere specie protette, ed essere portatori di organi femminili in sé non è un valore aggiunto. Però. C’è un però: la tenacia delle donne proviene dal fatto che per avere una qualsiasi cosa dobbiamo lavorare il triplo, quindi mi sento di affermare che gli obiettivi sono più facilmente raggiungibili se la squadra ha una forte componente femminile. Sono criticabile, forse, ma credo che con tutta questa predilezione per maschi over 45, un posto che preferisca i giovani e le donne abbia sul serio una marcia in più.

Valentina Gallo

In quanto fondatrice e direttrice artistica di uno spazio culturale, hai mai vissuto discriminazioni di genere nel tuo lavoro?

In quanto fondatrice e direttrice artistica di uno spazio culturale, donna relativamente giovane e madre, ogni mattina da 15 anni faccio lo slalom tra le discriminazioni di genere. Le discriminazioni ci sono a casa, in famiglia, nella relazione amorosa, negli occhi della maestra quando tardi cinque minuti per prendere tua figlia. Nel ghigno di fornitori o promoter che chiedono mille volte di parlare con “il boss”. Aneddoti ne ho a bizzeffe. Quando ero più giovane, sebbene non lo dessi a vedere, mi sentivo sempre sbagliata. Quando lavori hai la testa ai figli, quando stai con i figli hai la testa sul lavoro. Dopo la separazione, per sette anni ho eliminato le relazioni amorose “serie”, proprio perché non avrei avuto la forza di sopportare anche le pretese di coppia.

Inutile dire che la credibilità la si debba costruire sulla professionalità, ma tante volte ci si trova in tavoli di lavoro completamente maschili e ti ritrovi a imparare a parlare come loro, atteggiarti come loro e a quel punto il loro migliore complimento è: “Alla fine tu sei come un maschio, pensi da maschio”. Ora sinceramente non mi importa cosa pensino e in modo provocatorio rispondo quasi sempre per le rime.

Ci puoi anticipare i primi eventi previsti a CAP10100 e quelli a cui tieni particolarmente?

La programmazione serale vedrà la rassegna teatrale e performativa iniziare a gennaio mentre in questi primi tre mesi la musica la farà da padrona. I primi saranno Jamil, Chico Trujillo e Kaos One. Altre anticipazioni? Paolo Jannacci; forse uno sfavillante Natale con The Bluebeaters; la presentazione del nuovo progetto di Davide Toffolo. Qui però vorrei lanciare un appello: mancano le donne, i booking sono restii a proporle ma sono certa che ci siano e siano talentuosissime e meritevoli tanto quanto gli uomini.

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