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Filomena Lamberti, un’altra vita contro la violenza di genere

Articolo di Elena Russo

“Nella mia mente rivedo tutto. Alle quattro del mattino, mentre dormo, viene vicino al letto il bastardo. Mi bussa sulla spalla e dice: “Vir’ che te ‘rongh” (Guarda che ti do). E mi versa addosso una bottiglia di acido solforico. La fronte, gli occhi, il naso, il mento, il collo, i capelli lunghi sulle spalle, il braccio, i fianchi bruciavano. Il mio corpo bruciava e anche la mia anima”.

Comincia così il viaggio attraverso le pagine di “Un’altra vita“, l’autobiografia di Filomena Lamberti scritta con le amiche di Spaziodonna Salerno. Quella di Filomena è una delle storie di violenza di genere più dure degli ultimi anni in Italia. Un volto deturpato dall’acido solforico e una giustizia cieca davanti a una vita segnata per sempre.

Partiamo dal principio, per raccontare questa storia. Il libro è diviso in due parti: una autobiografica, l’altra di analisi, commento, solidarietà da parte di terzi. Filomena si racconta in prima persona, ricorda l’adolescenza spensierata e l’incontro con quello che sarebbe poi diventato suo marito e padre dei suoi tre figli. Tra le pagine del libro non compare mai il nome di quell’uomo e, anche quando si racconta in pubblico, Filomena si preserva bene dal lasciarselo sfuggire. Dare nome a qualcuno che ha violato consapevolmente l’identità di un’altra persona, sarebbe dargli un’importanza che non merita. Nel suo racconto, Filomena parla di sé come di una ragazzina ingenua la cui massima aspirazione, come tante a quel tempo, era incontrare il “principe azzurro”, sposarlo e formare con lui una famiglia.

Già a quei tempi, tuttavia, si intravedevano i segnali di un rapporto sbagliato. Ma allora Filomena non poteva saperlo, non aveva gli strumenti adatti per riconoscerlo. La sua stessa coscienza era affollata da pregiudizi, idee ottuse, falsi principi morali. Come un copione da seguire – e di cui abbiamo sentito parlare tante volte – l’uomo descritto da Filomena era geloso, violento e faceva abuso di superalcolici. Eppure tutto questo non la ferma, perché Filomena ha uno scopo: salvarlo con il suo amore.

In psicologia questo meccanismo è conosciuto come sindrome da crocerossina o sindrome di Wendy. Infatti, così come la protagonista femminile dell’opera di James Matthew Barrie, Filomena si trova a ricoprire un ruolo di dedizione assoluta, cura, e compiacimento verso gli altri – il marito e i figli – a discapito dei propri bisogni. Tutto ciò la svuota, la rende insoddisfatta e, come lei stessa afferma, la porta a sentirsi un oggetto.

“Più passava il tempo e più non mi amavo, avevo fatto l’abitudine a quella vita. La mia gioia era solo vedere i figli crescere: era l’unica cosa bella del mio matrimonio. Ormai il cerchio della mia vita si era chiuso intorno a me e man mano che la mia vita scorreva, svanivano le speranze di un suo cambiamento”.

Filomena trascorre trent’anni immersa in quella violenza che diventa normalità. Trent’anni di botte, urla, gelosie e privazioni di ogni tipo. Leggere queste pagine non è semplice, è una lettura dolorosa che lascia dentro tante domande e un senso di indignazione profonda. Ciò che più colpisce è la solitudine nella quale Filomena sprofonda. Quell’uomo aveva il controllo completo sulla sua vita. Eppure nessuno chiedeva, nessuno c’era per davvero, nessuno era capace di portarla via da quella prigione. Soltanto la madre di Filomena, che forse avrebbe potuto fare la differenza, osservava dall’esterno per poi rimproverarla: era solita dirle “Te l’avevo detto che non era l’uomo giusto per te!”. E nel frattempo imponeva alla figlia il sacrificio, per il bene della famiglia, frutto degli insegnamenti di una cultura pericolosamente patriarcale.

Molto spesso, quando si parla di violenza di genere, i media utilizzano un linguaggio errato, concentrando l’attenzione sul carnefice, sulla persona che era prima di quel gesto estremo, sulle motivazioni che l’hanno spinto a tanto. Tra le parole di Filomena non troviamo nessuna retorica. Non leggiamo mai di “un amore che…“; è una narrazione diversa, che lascia finalmente spazio a chi deve e può raccontare ciò che è stato.

Filomena Lamberti è oggi un simbolo: venticinque operazioni, lunghi ricoveri in ospedale, eppure lei sottolinea che non si è mai sentita più libera di adesso. Lo sconforto iniziale per un volto che non si riconosce come proprio ha lasciato in lei il coraggio di raccontarsi, mostrarsi, essere di aiuto a chi non riesce a fuggire dai meccanismi di violenza. Nelle sue parole non c’è giudizio, non si colpevolizza mai per ciò che avrebbe potuto fare prima e non ha fatto e, proprio per questo, la sua testimonianza è preziosa.

Un’altra vita” non è solo il racconto di una violenza. È una condanna decisa verso lo Stato e le Istituzioni. L’ex marito di Filomena Lamberti ha scontato solo quindici mesi di pena. L’intero processo si è svolto nel giro di un mese, mentre Filomena era ricoverata in terapia intensiva e lottava per la sua vita. Nessuno l’ha mai ascoltata, nessuno l’ha mai visitata, e nessuno, nemmeno l’avvocata che doveva difenderla, ha mai visto il volto di Filomena sciolto dall’acido, nemmeno in foto – quella stessa foto che oggi compare tra le pagine di questo libro e suona più forte di ogni parola.

Non solo. La denuncia di Filomena appare forte anche verso tutte quelle Istituzioni che, al tempo, avrebbero potuto accorgersi di segnali che hanno invece minimizzato. Sentimento comune tra le donne maltrattate è il sentirsi sole e incomprese. Questo disagio si chiama “vittimizzazione secondaria” ed è sinonimo di una società abituata all’omertà e al patriarcato. Così come corrotta dal sistema che legittima la violenza appare la mente del medico che, davanti al volto bruciato di Filomena, osa chiederle: “Ma che gli avete fatto a vostro marito, che ha fatto un gesto simile?”

C’è bisogno di conoscenza, consapevolezza, sensibilità. C’è bisogno di un cambiamento radicale per combattere la violenza. Per questo motivo sento il bisogno di parlare di un’unica nota stonata dentro questo libro, quella che mi è apparsa come una grave mancanza.

La lettera di un’amica storica di Filomena, mi ha fatto sobbalzare dalla sedia. La donna in questione, seppur in buona fede, sembra essere ancora pervasa da quei meccanismi patriarcali dai quali Filomena si è liberata. Conosce l’ex marito, frequentava la loro casa, vedeva i segni che lui le lasciava sul corpo, ascoltava i racconti della sua amica, eppure parla di “amore” e “gelosia”.

“In fondo dovevo riconoscere che quell’uomo fosse per davvero innamorato di Filomena, ma nello stesso tempo era ossessionato da una forma perversa e malsana di gelosia, che non concedeva tregua. Il suo sicuramente era un amore malato”.

Dovremmo smetterla di usare il termine “amore malato“, è un ossimoro che non porta a nulla di buono. Se è malato, non è amore. Mi ha raggelato leggere inoltre che le speranze che nutre questa donna per l’amica riguardano il fatto che possa trovare un uomo che sappia amarla e renderla felice, “se non per il suo volto, per il suo animo”. Filomena merita di essere felice a prescindere da un uomo che la ami, Filomena merita di essere felice perché è viva ed è libera – ed è questo che le direi se fosse mia amica.

Bisogna leggere questo libro per imparare a riconoscere i segnali, per dare forza e speranza alle donne vittime di violenza, ma anche soprattutto per capire quali sono i punti sui quali noi tutti possiamo lavorare per combatere la violenza di genere.

Commenti (1)
  1. Avatar ned ha detto:

    un amore malato non è amore, giusto

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