Prima c’è stato Weinstein. Poi Louis CK e molti altri, fra cui anche all’italianissimo Fausto Brizzi.

L’ondata di accuse di molestie sta (finalmente) scoperchiando un sistema di violenza, gerarchia, potere e omertà in atto da secoli, dividendo però la popolazione mondiale in due diverse metà.

Se da un lato c’è chi non si stupisce del numero di denunce, dall’altro c’è chi non capisce come non basti dire “no” e andarsene. Il minimo comune denominatore per ambedue i lati della medaglia, invece, sembra essere quel sentimento riassumibile in “ti prego, fa che nessun’altra personalità dello spettacolo che amo sia accusata di molestie”.



Eh sì, sebbene la violenza di genere sia una di quelle “grandi” costanti della storia dell’umanità, ci si stupisce tantissimo solo quando a perpetrala è una personalità amata, sia essa un attore, una zia, un regista o una scrittrice.

Nonostante chiunque possa subire violenze, a prescindere dal sesso, dall’identità di genere, dall’etnia, dalla classe sociale, ecc., la cultura nella quale viviamo porta spesso a provare empatia più con chi abusa che con le vittime, lasciandoci con più “perché” che certezze (che dovrebbero essere invece naturali e insindacabili).

Partendo quindi proprio da quest’ondata di accuse e dalle risposte che vengono date sia sui social media che nella vita reale, vorrei riassumere (spero non troppo sconclusionatamente, perché mi fa sinceramente male che ci sia ancora bisogno di chiarire certi punti), i perché, i come e i “mai” che entrano in gioco (o dovrebbero farlo), quando si parla di violenze sessuali e cultura dello stupro.

Violenze e accuse: una premessa

Visto che vorrei questo articolo partisse da fatti di cronaca per estendersi poi alla vita di tutti i giorni, e dato che sento arrivare già i punti esclamativi di chi si definisce antisessista, ci terrei a chiarire che:

  • Le violenze, sessuali e non, così come le dinamiche di abuso e di potere, nascono tutte da un sistema gerarchico in atto da millenni (che io chiamo patriarcato, ma se a voi questa parola proprio non va giù perché avete paura possa trasformarvi in [indicare qui un aggettivo dispregiativo a caso] femministe, allora chiamatelo come volete. Basta ne riconosciate l’esistenza). Questo sistema gerarchico ha dato via a un uroboro mitologico che porta gli abusi ad essere compiuti, non creduti quando dichiarati, e insabbiati, in un ciclo perpetuo.
  • Nessuno è immune dalle violenze e dagli abusi, semplicemente perché, trattandosi di un sistema gerarchico, chi sta sopra qualcun altro può sempre e comunque rivelarsi un esecutore di violenza. Quindi sì, anche le donne abusano degli uomini. Spesso ci si sofferma sulle violenze di genere ai danni delle donne poiché, storicamente, sono rimaste agli ultimi gradini della società. Lo sono ancora, in realtà. Vi assicuriamo sia possibile sostenere questo fatto storico senza minimizzare le violenze verso qualsiasi altra “categoria”. Davvero, eh.

Perché se ne stanno uscendo tutti con questa storia delle molestie?

Ritorniamo un attimo all’uroboro, il serpente che si mangia la coda. Vi assicuro che lo fa da millenni. Sta lì a sgranocchiarsela all’infinito, perché è da tempo immemore che chi ha posizioni di potere abusa di chi ne ha di meno.

Quello che è cambiato rispetto, anche banalmente, a dieci anni fa, è che di questo uroboro ora se ne parla. Non è che ora “se ne stanno uscendo tutti (specialmente tutte) con queste molestie” e che “si stava meglio quando si stava peggio” e che prima “le donne erano donne vere”.

È che semplicemente, ripeto, ora se ne parla.

Il vecchio ordine (nel senso di ritmo) stabilito dall’uroboro è cambiato, esponendo al mondo chi ha sempre perpetrato violenze. E quando qualcosa cambia il proprio corso, lo sappiamo, tende a destabilizzare gli animi di chi teme ripercussioni.

Molestie e idolatrie, perché è più facile provare empatia per il criminale (famoso) che per la vittima?

Questo punto sarà un po’ egoriferito, perché per analizzarlo parlerò unicamente di me.

Fin da bambina ho sempre guardato con gli occhi a cuore vari personaggi del grande e piccolo schermo, reali e non. Dal Principe Harry a Sailor Uranus, Lady Oscar e Super Vicky (la bambina robot degli anni Novanta), e ancora da Dawson Leery, a Xena e Lorella Cuccarini, i personaggi che ho amato sono moltissimi. Li analizzavo tuttavia attraverso uno schermo velato, privo di crepe, anche un po’, diciamolo pure, ricoperto da un’aurea inescusabile d’idolatria.

Siamo tutti umani e, sebbene gli errori commessi non ci descrivano come persone, capiterà sempre di commetterne, anche quando ci si ritrova quinti in linea di successione al trono britannico.

Idolatrare e guardare con occhi intrisi di venerazione un personaggio che amiamo particolarmente, per via di doti artistiche strabilianti o di un copione televisivo ben scritto, è comprensibile. Così come è naturale, ricordo ancora una volta, commettere errori.  L’idolatria può (e dovrebbe, a mio personale parere), tuttavia essere percepita come una forma di gerarchizzazione, poiché ci spinge a ergere una persona su di un piedistallo, dando per scontato sia immune alle intemperie che si abbattono su noi comuni mortali, ubicati nei gradini più bassi della scala sociale.

La realtà è che siamo e saremo sempre tutti sullo stesso piano in questa scala degli errori, a prescindere dalle nostre capacità o doti artistiche. Quando un nostro idolo fallisce, si innesta un meccanismo di difesa nocivo e pericoloso, perché porta spesso a invalidare le accuse di chi subisce un qualsiasi tipo di violenza proprio per mano di questo idolo.  

Ridere agli spezzoni su Youtube di Louis CK non può e non deve legittimare la derisione di chi lo accusa. Io personalmente fatico a dividere la persona dall’artista (e per questo motivo, ad esempio, non riesco a esprimere giudizi imparziali su Roman Polanski), e devo ancora capire come, se e perché, in caso, farlo.
Se qualcuno di voi ci riesce, va bene così. Si può continuare a ridere di “Louis CK il masturbatore,” senza sostenere e difendere però a spada tratta Louis Székely «il comico, sceneggiatore, attore, produttore televisivo e regista statunitense con cittadinanza messicana». 

Per concludere, insomma, non lasciamo che l’oblio da poster in camera, film conosciuti a memoria o canzoni cantate a squarciagola con i nostri migliori amici offuschino l’empatia e la comprensione che siamo in grado di elargire.

Prendiamo un bel respiro e ripetiamo: “Sì, ci saranno altre accuse di molestie”

E non dovremmo nemmeno stupirci poi così tanto, terrei ad aggiungere.  E volendo dirla tutta, non capisco nemmeno cos’altro ci sia d’aggiungere, né per quale motivo risulti così assurdo crederlo.

Mi rimane pertanto solo una questione che, spero, porti soprattutto gli scettici a porsi qualche domanda.
Il problema è che abbiamo scoperto che le persone, specialmente le donne, vengano molestate quotidianamente (su più fronti e su più livelli), oppure inizia a darci fastidio che chi subisce molestie stia trovando il coraggio di denunciarle, mettendo a rischio lo schema di potere gerarchico e di stampo patriarcale in funzione da millenni?

Ok, quindi, cosa possiamo fare quando non crediamo a una data accusa?

Se una persona X, che per comodità (sarcasticamente casuale) inquadreremo nell’archetipo della donna emancipata e indipendente, accusa di molestie Y, che invece descriveremo (sempre per mantenere alta la casualità) nell’archetipo dell’uomo di potere, e a voi questa persona X proprio non piace (o in alternativa piace un sacco Y), allora consigliamo le seguenti opzioni:

  • Non schernite X dandole dalla meretrice profittatrice, poiché questo tipo di affermazioni fomenta i fuochi (già belli alti) della rape culture, contribuendo a invalidare le testimonianze di qualsiasi vittima di violenza (quindi anche quelle di un uomo).

    NO.

  • Non fate a gara su chi abbia violentato di più chi, se gli uomini o le donne. Ha senso? No. E, di nuovo, è nocivo. Chiedetevi piuttosto come mai della violenza subita dagli uomini si parli così poco e perché quella subita dalle donne venga minimizzata e schernita. Scoprirete che la matrice di entrambe queste piaghe è la stessa, che comunque non verrà sradicata a suon di “sicuramente a lei piaceva, è una zoccola”. E anche che sì, le donne subiscono discriminazioni di genere di ogni tipo da millenni. Semplicemente ora (finalmente), se ne parla.
  • Non ironizzate con il vostro circoletto di amici e amiche su quanto questo femminismo abbia “rotto le palle perché non è possibile che si sveglino tutte ora, guarda caso dopo anni e dopo che l’ha fatto quella lì, com’è che si chiama? Ah sì Meryl Streep, che è famosa. Eh facile, adesso cavalcate l’onda e volete essere famose! Bastava dire di no!”. Perché:
    A) Sorpresa delle sorprese, non basta dire di no, soprattutto in condizioni di gerarchie di potere così elevate.
    B) Più vengono invalidati i racconti delle vittime, più le vittime, passate, presenti e future, uomini o donne, faticheranno a dar voce alle molestie subìte, per paura di non essere prese sul serio e vivere ulteriori traumi.
    C) Sì, è molto plausibile che, proprio per il punto A e B, molte persone si uniscano alle accuse forti dell’unione creatasi, perché prima si sentivano sole proprio per colpa di chi passava il tempo a sostenere il violentatore anziché la vittima.

    Dalla campagna Twitter #quellavoltache

    D) Non fate ridere, più semplicemente. E non dovreste comunque farlo, dato che stiamo parlando di violenze sessuali e le violenze sessuali non sono una nota fonte di spassose risate.

  • Non sostenete quanto voi non sareste cadute/i nella trappola di Y perché siete persone integre che sanno dire di no e siete un sacco coraggiose e piene di citazioni sul rispetto di sé (in salsa eteronormata), su Instagram. Subire molestie, di qualsiasi tipo (da quelle verbali a quelle fisiche), non è un gioco, non siamo a The Sims. Si tratta di situazioni reali e pericolose (non sono spiacevoli, sono proprio pericolose), e non è prevedibile un vademecum comportamentale preventivo. E qualora lo fosse, dare per scontato sia uguale per tutti, giudicando chi non rientra negli schemi, non è di aiuto al raggiungimento della parità e della giustizia.

 

Più in generale è bene tenere a mente che, vi definiate femministi o meno, ironizzare sulle vittime di violenza di genere non è utile alla società, ma anzi dà una mano al sistema gerarchico d’omertà e protezione dei criminali anziché a quello della giustizia e della cultura sulla parità.

È arrivato il momento di creare un safe space, un luogo sicuro, per tutte le vittime di violenza, e non di costruire altri inutili tribunali del “io so assolutamente come siano andate veramente le cose, perché Y saluta sempre tutti ed è una brava persona e a me piace mentre alle femministe interessa solo fare i soldi e non depilarsi le ascelle, e poi tanto lo sappiamo che sono tutte delle zoccole che vogliono uccidere i mariti.”

Possiamo farcela.

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