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Storytelling 101: le female sidekick
Dark Light

Storytelling 101: le female sidekick

Benedetta Geddo

Il mio professore di semiotica in triennale apriva ogni lezione con una variante dello stesso concetto: l’essere umano analizza il mondo che lo circonda attraverso le storie, creando narrazioni continue che lo aiutino a dare un senso alle cose che vede. È un meccanismo talmente basilare che spesso non ce ne accorgiamo, anche se non mancano persone che lo studiano a fondo per poterne fare il proprio lavoro (per esempio, i pubblicitari. O i professori di semiotica). Probabilmente è anche per questo che la narrazione, il processo di storytelling, mi ha sempre affascinata così tanto: ci ho costruito sopra la mia tesi, per dirne una, senza contare che sta alla base del mio personalissimo mantra, ossia non bisogna sottovalutare i prodotti di finzione, perché influenzano il modo in cui pensiamo. E questo perché le storie ci condizionano: trovate questo concetto in praticamente ogni articolo che io abbia scritto nei miei quasi due anni nella redazione di Bossy.

Proprio per questo, oggi vorrei parlarvi di un trope narrativo sul quale sono sempre stata abbastanza combattuta. Ma prima, una dovuta precisazione. Cos’è un trope? La parola trope potrebbe essere tradotta come luogo comune, anche se non suona proprio bene, o come tópos, parola che rivela brutalmente la mia adolescenza da classicista. In sintesi, si parla di trope quando un’idea, un concetto, un personaggio o una frase ricorrono costantemente nei prodotti di intrattenimento (libri, film, serie tv, videogiochi, qualsiasi cosa) tanto da diventarne un tratto saliente: il figlio segreto, l’eroe prescelto, la damigella in pericolo. Un po’ come un cliché, insomma, ma senza l’accezione negativa che di solito lo accompagna. Se cercate degli esempi, vi invito a navigare le pagine di Tv Tropes (che è già stato citato, questa volta parlando di villains, dalla mia collega Margherita Brambilla in uno dei suoi ultimi articoli), un sito dedicato esclusivamente a catalogare i diversi trope e le loro ricorrenze.

Tra tutti questi, c’è anche quello di cui tratta quest’articolo: le female sidekick, cioè le spalle. Intese non come parti del corpo ma come aiutanti dell’eroe di turno. Più precisamente, mi piacerebbe concentrarmi sul rapporto tra queste donne, spesso brillanti e capaci, e l’eroe delle storie in cui trovano calate, che solitamente non arriva al loro livello di bravura o talento, ma rimane quello che alla fine risolve la situazione. Per esempio, Hermione Granger (che è incidentalmente anche il motivo per cui mi sono ritrovata a pensare a questa cosa, perché dopo aver visto Emma Watson al cinema é scattato il bisogno per l’obbligatorio rewatch di Harry Potter), proprio un caso da manuale: the brightest witch of her age, competente mille e mille volte in più di Harry e Ron, che sopravvivono solo grazie a lei e alla sua borsetta durante I Doni della Morte, eppure non è lei che salva la giornata. A dir la verità, nel libro neanche la vediamo avere il suo momento di gloria — è Ron a raccontare che anche lei ha pugnalato un Horcrux, ma ai lettori non è dato assistere alla scena.
La stessa cosa succede nei cinecomics, in Guardiani della Galassia con Gamora e Peter Quill aka Starlord sopra tutti; nei film animati, come con Astrid e Hiccup in Dragon Trainer; oppure, per restare sui classici, con Trinity e Neo in Matrix: Trinity entra in scena dando prova di abilità incredibili e pazzesche, ma per il resto del film sembra dimenticarsele, o perderne un po’ per strada, e in tutte le sequenze d’azione successive non arriverà mai a replicare quel livello di badassery sfoggiato al momento in cui il pubblico la vede per la prima volta. La critica cinematografica Tasha Robinson ha chiamato questo fenomeno Trinity Syndrome proprio ispirandosi a lei.

«Trinity Syndrome describes the hugely capable woman who never once becomes as independent, significant, and exciting as she is in her introductory scene.»

«La Trinity Syndrome descrive la donna incredibilmente abile che non sarà mai indipendente, importante e strabiliante come nella sua scena introduttiva.»

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Ed è qui che arriva la parte che mi lascia combattuta, e da cui nasce tutta la riflessione che faccio adesso su questo tema: l’idea alla base di questo trope è anche buona. Questi personaggi sono la risposta a un crescente bisogno di donne che facciano un po’ di più che farsi salvare: un tentativo di girl power, un modo di sceneggiatori e produttori di dire certo che le donne sono competenti, anzi, lo sono anche più degli uomini!
Eppure questo girl power, questa competenza, si ferma. Va a sbattere, anche in mondi di finzione, contro il glass ceiling — e quindi è l’eroe, tendenzialmente bianco, tendenzialmente etero, tendenzialmente cisgender (prima di partire lancia in resta, considerate che una saga fondamentale come Star Wars ha dovuto far passare sei film e una serie tv e infiniti libri prima di poter concepire un personaggio “del trio” di colore), va a compiere il suo epico destino. Da solo.
Penso che sia anche per questo che ci sia un così grande problema con il Bury Your Gays (di cui abbiamo parlato qui): è “facile” uccidere il personaggio LGBTQ+, o il personaggio femminile, o il personaggio di colore, quando non sono centrali alla storia. Sceneggiatori, produttori e creatori dovrebbero smettere di credere che queste persone possano interpretare solo ruoli “eliminabili“, ruoli senza i quali il film o la serie tv o il libro si reggono in piedi magari un po’ più traballanti ma senza grossi problemi.

Va anche detto, però, che non tutti i prodotti in cui compare il female sidekick trope sono da criticare: presi caso per caso, molti sono validi e empowering, una su tutti la principessa Leia Organa (giusto per tornare a Star Wars che, come penso si sia capito già da un po’, è una costante della mia esistenza). Leia rientra nella descrizione della female sidekick che fa e sa molto di più dell’eroe (a parità d’età e sensibilità alla Forza, Luke si lamentava di dover aiutare lo zio mentre Leia gestiva una ribellione galattica), ma che alla fine gli cede il passo quando si tratta di risolvere il gran duello finale. Eppure quanto importante è stata questa donna? Quanto fondamentale il suo ruolo nella prima trilogia? È innegabile che l’ormai generale Organa abbia aperto moltissime porte per ruoli femminili meno stereotipati (anche se comunque tutti se la ricordano in primis per quel bikini metallico e la cosa non finirà mai di darmi sui nervi, esattamente come dava sui nervi a quella gran donna di Carrie Fisher), e infatti non è nel particolare che bisogna cercare la minaccia del female sidekick trope.
È nel “gregge“, nella massa di film e serie tv e fumetti e libri e videogiochi fantasy, fantascientifici e d’azione in cui lo si può ritrovare: perché tutti insieme fanno passare un messaggio importante e sbagliato, ossia che le donne hanno un ruolo da giocare meno importante di quello degli uomini. In qualunque situazione, che si tratti di uccidere titani in L’attacco dei Giganti o di ottenere una promozione nella vita di tutti i giorni. Perché di nuovo, come ho detto all’inizio di questo articolo: le narrazioni di cui ci circondiamo ci influenzano e da noi vengono influenzate, in un cerchio continuo. Quindi, per dirla in un modo che credo renderebbe fiero il mio professore di semiotica, è proprio ora di cambiarne le strutture profonde, e aggiungere al cerchio nuove storie. Nuove storie con nuove protagoniste, che al momento della resa dei conti accettino in prima persona la grande ed epica sfida finale, o che “semplicemente” non si ritrovino sempre relegate nelle retrovie.

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