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Chi era mio padre
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Chi era mio padre

Redazione
Articolo di Manuel Carminati

Avrò avuto otto o nove anni. Non ne sono certo, ma probabilmente ero appena andato alla cabina telefonica in fondo a via Dante per cercare le tessere usate, di cui ancora ho un raccoglitore. Sulla strada tra la casa dei nonni e la cabina, l’unico percorso che non avessi paura di percorrere da solo, si trovava l’agenzia Cariplo di Brugherio. Li avevo notati all’andata, ma solo al ritorno mi concessi di analizzarli: avevano installato dei futuristici schermi catodici con le scritte verdi che si affacciavano sul marciapiede, indicando a rotazione uno gli indici del MIBtel, l’altro i tassi di cambio. Era un’estate calda e mi ricordo che i segni erano tutti positivi quel giorno, come spesso accadeva in quegli anni.

Oggi sono passati quasi vent’anni e potrei descrivere quel bambino che collezionava rifiuti, ora incantato dai numeri della finanza, come un piccolo schizoide in estasi. Bambini come quelli ce ne sono tanti e tutti li prendono per pazzi; la gente non capisce come approcciarli mentre sfogliano libri troppo seri per la loro età e parla loro come voi parlereste a dei marziani che, usciti dalla metro, rigirano una cartina in cerca di un monumento che non conoscete.

 

Due uomini distinti guardavano me vent’anni fa e ridevano di nascosto. Bambini così vedono tutto, elaborano tutto, ma lo tengono per sé. Anche per vent’anni.

«Li guardi per il papà?»

«Sì,» risposi, e mentre correvo verso casa «paga in dollari.»

 

Ancora oggi mi chiedo il perché di quella risposta così chiara. Non la questione del dollaro americano: Valerio controlla i cambi quotidianamente alla ricerca del giorno migliore per comprare e vendere i prodotti dal mercato cinese. Da quando siamo a tavola assieme non ha mai mollato il televideo, il fax, lo StarTAC, il Blackberry, l’iPhone o l’iPad. La cosa per nulla ovvia è che Valerio non è mio papà, biologicamente parlando, e per quanto mia madre si sia sforzata, fino quasi a obbligarmi, non l’ho mai chiamato così. Semplicemente, non lo è, per quanto sia grato di vivere da una ventina d’anni sotto il suo tetto.

Livio vive a una sessantina di chilometri da quegli schermi futuristici, fumava in macchina quando mi portava a casa sua e aveva il vizio del vino, un vizio che ha fortunatamente abbandonato da molto tempo, solo dopo che questo gli ha portato via tutto: due mogli, due figli, l’automobile e la stima delle persone attorno a lui. Livio mi ha voluto sempre bene, ma non c’è mai stato, anche quando eravamo fisicamente nella stessa stanza. Non ho mai esitato a chiamarlo papà.

 

Allora perché ancora mi chiedo quale fosse la risposta giusta? Chi era mio padre?

La narrazione di quegli anni è ovviamente più complessa di queste poche righe. Valerio e Livio, pur non incontrandosi mai, hanno creato uno strano intreccio in cui a volte mi sono sentito strozzato, a volte sollevato e sostenuto amorevolmente. Purtroppo le paure infantili e il senso di colpa che pervadono l’infanzia di molti figli di divorziati, uniti alle mie idiosincrasie, non mi ha lasciato ragionare con lucidità, almeno fino allo scorso 19 marzo.

Non ho fatto gli auguri a Livio, non li ho fatti a Valerio. Li ho sempre fatti solo al nonno Ambrogio, finché c’è stato. La risposta alla domanda «per chi stai guardando quello schermo?» e la risposta a tutte le domande sui miei genitori passano da una sola persona: mia mamma.

Marzia mi ha cresciuto sostanzialmente da sola, aiutata dai nonni. Ha lavorato duramente da quando mi ha svezzato fino ad oggi. Era sempre presente. Mia mamma è stata un’insegnante e un’allieva, un’amica e un poliziotto, il bastone e la carota.

Mia mamma mi ha spiegato il sesso, l’omosessualità, il divorzio, con grandissima serenità; mi ha sgridato a morte per qualche stupidaggine. Mi ha perdonato un sacco di cattiverie e non ha capito tante cose di me, mi ha dato un sacco di ceffoni e di carezze. Mi ha dato Livio e mi ha dato Valerio.

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Ecco perché il 19 marzo l’ho fatta sedere qualche minuto e le ho detto: «Hai fatto tutto da sola, ti stimo per questo. Qualcosa è andato storto nella mia vita, ma dopotutto te ne sono grato.»

 

Solo l’altro giorno ho realizzato pienamente che la famiglia non è un concetto assoluto e granitico. Solo ora capisco che davvero la genetica non conta nulla per un figlio, quando deve indicare le persone a lui care, né si muoverà nella vita affettiva seguendo chi lo ha sostenuto materialmente o secondo valori quantificabili come vorrebbero molti. Queste persone hanno una verità troppo facile nelle loro tasche, invidio la loro certezza, ma la complessità della mia vita mi ha spiegato che tutto è soggettivo, tutto è relativo. Anche chi fosse davvero mio padre.

 

Ho capito che la famiglia è il luogo dove ti è concesso di esplorare, di sbagliare, di vincere e di sentirti amato, la famiglia è con chi giochi e da chi prendi i rimproveri. Non è chi guida, chi ha fatto sesso con chi, chi paga le bollette, chi è maschio e chi è femmina. La famiglia ha la dimensione che le dai, le caratteristiche che scegli di esaltare, ed esiste solo nell’intreccio di persone che si vogliono bene.

Ho capito che la famiglia, la casa, i parenti, il padre e la madre, sono tutte idee declinabili in base alla storia di ogni individuo. Non sono dati, sono sentimenti. L’unico concetto assoluto è l’amore che in essi risiede.

Ci sono tanti modi per rispondere a quella domanda, ma quel giorno mio padre si chiamava Marzia.

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