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Coronavirus: come informarsi e come smettere di essere razzisti
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Coronavirus: come informarsi e come smettere di essere razzisti

Redazione
Articolo di Biancamaria Furci e Alessandra Vescio

C’è una regola generale che andrebbe applicata sempre, ma in particolar modo in occasione di eventi dal carattere straordinario e dai limiti incerti: fidarsi degli esperti, fidarsi di chi quella materia così nebulosa può definirla grazie alla conoscenza. Ed è questo che dovremmo fare soprattutto ora che il Coronavirus ha, come già era stato previsto, oltrepassato i confini italiani, colpendo in modi diversi gli abitanti del nostro Paese. Eppure, proprio adesso che essendo ancora più coinvolti dovremmo attenerci solo ed esclusivamente ai fatti, sembra che questa semplicissima regola sia completamente saltata per aria, a vantaggio della diffusione di notizie false, di racconti ansiogeni, di informazioni incomplete e titoli sensazionalistici. E a creare il cortocircuito della disinformazione, paradossalmente, è stato ed è proprio il mondo dell’informazione.

Così, mentre attorno a noi leggiamo frasi dal tono catastrofista, proviamo insieme a capire cosa stia succedendo.

Cos’è il Coronavirus?

Come si legge sul sito del Ministero della Salute, “i Coronavirus sono una vasta famiglia di virus che causano malattie che vanno dal comune raffreddore a malattie più gravi come la Sindrome respiratoria mediorientale (MERS) e la Sindrome respiratoria acuta grave (SARS)”. Quello di cui si sta parlando in questi giorni è un “nuovo Coronavirus” ovvero “un nuovo ceppo di Coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo”. Il virus che causa l’epidemia attuale è stato chiamato ufficialmente “Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2” (SARS-CoV-2). La malattia causata dal nuovo Coronavirus è stata chiamata “COVID-19” (che sta per CoronaVirus – 2019, anno della sua apparizione). La prima segnalazione di un nuovo coronavirus risale a dicembre 2019, nella città di Wuhan, in Cina.

Cosa sappiamo finora sul Coronavirus?

Ad oggi, 25 febbraio, la presenza di nuovo Coronavirus è stata accertata anche fuori dalla Cina, che resta al momento il Paese più colpito, seguito da Corea del Sud e Iran. L’European Centre for Disease Prevention and Control ha stabilito che il rischio di contrarre il nuovo Coronavirus in Europa è al momento basso/moderato; alto invece è quello di essere contagiati in zone con presunta trasmissione locale. Il rischio che la stessa situazione di contagio che stiamo vivendo in Italia si verifichi anche fuori dal nostro Paese è moderato/alto. Indubbiamente, la velocità con cui abbiamo iniziato ad avere notizie sul Coronavirus in Italia ha generato paure: i numeri dei contagiati che salgono, i primi decessi, le manifestazioni pubbliche cancellate, le scuole e le università chiuse. Da un giorno all’altro ci siamo ritrovati tempestati di notizie, di avvertimenti, di cambi di programma, di previsioni di scenari al limite della fine del mondo.

Il problema però non sta in chi prova paura, ma in chi la paura la fomenta. Come spiega il CNR in un comunicato stampa ufficiale:

[il nuovo Coronavirus] dai dati epidemiologici oggi disponibili su decine di migliaia di casi, causa sintomi lievi/moderati (una specie di influenza) nell’80-90% dei casi. Nel 10-15% può svilupparsi una polmonite, il cui decorso è però benigno in assoluta maggioranza. Si calcola che solo il 4% dei pazienti richieda ricovero in terapia intensiva. Il rischio di gravi complicanze aumenta con l’età, e le persone sopra 65 anni e/o con patologie preesistenti o immunodepresse sono ovviamente più a rischio, così come lo sarebbero per l’influenza.

Secondo Ilaria Capua, direttrice del centro di ricerca “One Health Center of Excellence” dell’Università della Florida e specializzata in malattie trasmissibili dagli animali all’uomo e in particolare sui virus influenzali, quella che stiamo affrontando è “una «sindrome simil-influenzale da Coronavirus». Dobbiamo quindi trattarla come una probabile brutta influenza: Covid-19 è un’infezione che provoca nella maggior parte dei casi sintomi lievi”. E continua: “Troviamo tutti questi malati in questo momento, perché, semplicemente, abbiamo cominciato a cercarli. Cioè abbiamo iniziato a porci il problema se certe gravi forme respiratorie simil-influenzali fossero o meno provocate dal Coronavirus”. In un articolo pubblicato il 24 febbraio, inoltre, Capua sostiene che il virus stia circolando da settimane e afferma: “Tanto più cresce il numero delle persone infette – o meglio: tanto più scopriamo casi pregressi e passati inosservati – tanto meglio è. Perché vuol dire che il numero degli infetti è maggiore di quanto pensavamo. E il potenziale letale del virus, molto minore. Se così è […] vuol dire che la sua presenza, nelle scorse settimane, è stata nella stragrande maggioranza dei casi incapace di provocare una malattia degna di essere portata all’attenzione dei medici“.

Il Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus ha inoltre dichiarato che quella che l’OMS aveva già descritto come un’emergenza sanitaria di interesse mondiale non può comunque ancora essere definita come una pandemia. “Come potremmo allora descrivere la situazione attuale?”, ha aggiunto, “Ciò che stiamo vedendo è un’epidemia in diverse parti del mondo, che ha colpito diverse nazioni in modi diversi e che richiede azioni su misura”. Azioni che molti Stati come l’Italia stanno già mettendo in atto, rispondendo prontamente e senza improvvisazione ai cambi di scenario.

È una situazione delicata, serissima e da tenere sotto controllo, soprattutto perché ancora non abbiamo un vaccino, disponiamo solo di dati parziali perché siamo nel pieno dell’epidemia e ci vorranno mesi prima che l’emergenza rientri. Ed è proprio questo il motivo per cui risulta necessario oggi parlare e agire con responsabilità. La cattiva informazione e i racconti allarmistici non fanno altro che generare altro panico e il panico rende sempre e solo poco lucidi.

Stiamo assistendo a un’insensata produzione di articoli su casi sospetti smentiti poco dopo, interviste a personaggi che nulla sanno di virologia, titoli in contrasto con il contenuto dell’articolo, polemiche inutili tra personaggi noti e, ovviamente, tentativi di cavalcare l’onda della paura per un tornaconto politico personale. E tutto questo mentre i medici, i ricercatori e i tecnici al lavoro stanno provando a tenere sotto controllo e a risolvere una sfida difficilissima.

Nessun Paese è stato abbandonato a se stesso, il nostro sistema sanitario è eccellente e le organizzazioni internazionali sono tutte impegnate per lo stesso obiettivo. “È il momento di opporre al virus una reazione di grande coscienza collettiva […] abbiamo il dovere di essere parte della soluzione e non del problema”, ha scritto Capua. Ed essere parte della soluzione vuol dire avere fiducia negli esperti, seguire scrupolosamente le linee guida emanate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e – per chi ha nelle proprie mani il potere della comunicazione – agire con etica e professionalità. Come ha scritto la giornalista Arianna Ciccone: “Oggi più che mai ogni giornalista, ogni testata – pubblica, privata, TV, carta, radio, digitale – deve sentire il peso della propria missione, della propria funzione. Il giornalismo è servizio pubblico, si devono servire i lettori, i cittadini, la società nella maniera più rispettosa e professionale“.

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Nel clima apocalittico di panico e nevrosi non mancano i risvolti sociali più allarmanti e desolanti. Non ci bastava un virus come nemico. Il virus non è identitario, non è inscrivibile in una serie di pregiudizi che si autoalimentano. Così gli abbiamo dato una personalità, un passaporto rassicurante che identificasse subito la sua provenienza: è il virus dei cinesi. I cinesi che non si lavano, che sono sporchi, che vivono in troppi tutti insieme, che non conoscono le norme igieniche. È stato paradossale e parossistico osservare come l’opinione pubblica abbia modificato a proprio piacimento gli stereotipi che imperversavano sulla popolazione cinese.

Uno dei baluardi dell’intolleranza etnica è sempre stato “Almeno i cinesi non rubano, non uccidono, non fanno risse, lavorano e basta”. Una comunità emarginata e sottoposta alle più diverse chiacchiere da bar – “L’hai mai vista la tomba di un cinese?” – eppure fino ad oggi “elevata” in un certo senso al di sopra di altre provenienze. Ed ecco, all’improvviso, abbiamo potuto osservare il voltafaccia di quel razzismo di lunga memoria. Così la provenienza cinese diventa uno strumento dell’odio e si susseguono le aggressioni, le ingiurie, gli atti violenti contro ogni persona che mostri tratti asiatici – perché come si può pretendere che chi compie tali gesti sia in grado di distinguere un cinese da un coreano o da un giapponese o da un vietnamita?

Finalmente abbiamo avuto il nostro nemico, un nemico in carne e ossa su cui poter riversare tutta la nostra apprensione di già tramutata in rancore. È nostro nemico la ragazza di seconda generazione che torna a casa da scuola in autobus, è nostro nemico il turista in visita a una città d’arte, è nostro nemico il proprietario del ristorante giapponese nel quale siamo sempre andati a mangiare sushi “all you can eat”. Abbiamo iniziato a boicottare i locali e gli esercizi commerciali gestiti da cinesi (o da asiatici in generale, tornando al punto di cui sopra) e a guardare con sospetto ogni persona dai tratti somatici più orientali dei nostri. La colpa è di qualcuno, possiamo identificarla.

Si potrebbe dire, a nostra discolpa, che avevamo illustri esempi storici da cui attingere. Senza scomodare date lontane nel tempo come il 1348, quando erano gli ebrei a essere accusati di aver diffuso la peste nera in Europa, non dovremmo far fatica a ricordare campagne politiche basate sull’idea che gli immigrati dall’Africa ci portino la malaria e altre malattie non meglio identificate ma tutte indissolubilmente legate al colore della loro pelle, secondo principi medici ancora sconosciuti. Forse questo protratto clima di terrore che ci porta ad associare gruppi etnici con pericoli di contagio ha influenzato il nostro modo di percepire i virus e le epidemie. Non più particelle infettive di dimensioni submicroscopiche caratterizzati da vita parassitaria endocellulare, quanto piuttosto segni distintivi di Paesi e gruppi etnici da essi indivisibili.

Eppure, mentre eravamo occupati a improvvisarci virologi ed epidemiologi, il Coronavirus ci ha dimostrato la sua totale democraticità. Iniziando a moltiplicarsi in Italia da focolai innescati da persone italiane. E provocando un gran numero di morti in Cina, cosa di cui sembra importare molto poco alla popolazione che ha bisogno di un antagonista per liberare la propria paura. I nemici comuni, ancora una volta, sembrano essere il razzismo e l’ignoranza. Forse, sconfitti quelli, saremo in grado di gestire diversamente anche i virus.

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