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Violenza di genere: cosa non va nella narrazione dei media?
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Violenza di genere: cosa non va nella narrazione dei media?

Alessandra Vescio

Dopo l’arresto di Alberto Genovese, imprenditore accusato di violenza sessuale, lesioni, spaccio e sequestro di persona, Il Sole 24 ore ha pubblicato un articolo (modificato in seguito e per cui poi la testata si è anche scusata) in cui l’uomo veniva descritto come “un vulcano di idee e progetti che, per il momento, è stato spento”, un imprenditore con una laurea in Economia che non si era mai fermato e che ora è costretto a farlo “almeno per un po’ e in attesa degli sviluppi giudiziari”.

Genovese però è stato arrestato per violenza sessuale “ripetuta e cruenta” su una ragazza di 18 anni che, durante una festa organizzata in casa dell’imprenditore, è stata drogata e seviziata per ore e che è riuscita a chiedere aiuto solo il giorno successivo, quando ha ripreso conoscenza. Il gip ha poi convalidato l’arresto, definendo Genovese come altamente pericoloso e contraddistinto da “una spinta antisociale elevatissima e un assoluto disprezzo per il valore della vita umana, soprattutto di quella delle donne”.
Riportando dunque un caso di cronaca brutale, Il Sole 24 ore ha offerto un profilo dell’imprenditore come di un uomo brillante costretto temporaneamente e solo dalle circostanze a placare la sua genialità.

Non è una novità, purtroppo, leggere titoli e articoli di giornale o ascoltare notiziari che ripropongono versioni distorte e nocive della violenza di genere. Anziché fare luce sulla sistematicità del problema, si esaltano gli elementi tragici, si indugia su dettagli morbosi e si concentra l’attenzione sull’eccezionalità dell’accaduto e sulla ricerca di cause che possano spiegare la vicenda come ovvia conseguenza del contesto in cui si è verificata.

Quando nel 2017 due ragazze americane, che si trovavano a Firenze per motivi di studio, denunciarono per stupro due carabinieri, vennero subito screditate da moltissimi giornali che ne evidenziarono la scarsa affidabilità: perché avevano bevuto e fumato e avuto rapporti sessuali nei giorni precedenti, perché osavano “gettare fango” sull’istituzione dei Carabinieri, perché i due uomini accusati erano “bravi ragazzi”, padri di famiglia e con tanti sogni nel cassetto. Non solo, diversi giornali iniziarono a far circolare anche informazioni poi rivelatesi infondate, come la presunta assicurazione sullo stupro che tutte le ragazze americane farebbero prima di arrivare in Italia (alludendo dunque alla possibilità che le due studentesse avessero organizzato tutto questo solo per poter incassare i soldi dell’assicurazione) e l’altissima percentuale di denunce di stupro false (addirittura il 90%) che ogni anno si registrerebbe a Firenze, insinuando dunque il dubbio in chi leggeva che si trattasse di una dinamica ricorrente. Rumor circolati e considerati plausibili da chi ha scritto gli articoli perché – incastrati in una visione del mondo fatta di bias e privilegi – hanno considerato più credibile che due giovani americane stessero mentendo per gioco, perché poco lucide o persino per approfittare di un sistema, piuttosto che due carabinieri, esaltati dal ruolo di potere che incarnavano e convinti di poter fare tutto ciò che volevano, avessero abusato delle due ragazze.

Le narrazioni tossiche proposte dai media non si fermano neppure davanti alla morte delle donne. Quando si racconta di un femminicidio, le principali cause citate dai giornali vengono ritrovate nella crisi del rapporto, nel “troppo amore” che l’uomo provava per la donna che ha ucciso, nelle difficoltà della vita che lo hanno reso fragile e insicuro. La gelosia che ammazza, i delitti passionali, le separazioni che non si accettano sono il leit motiv dei modi in cui vengono raccontati dai media i femminicidi commessi da partner o ex partner. Casi inspiegabili, ma circoscritti in un contesto problematico. Com’è successo con l’uccisione di Noemi Durini, una ragazza di 16 anni ammazzata nel 2017 da quello che era allora il suo fidanzato. Diversi giornali, nel riportare la notizia, hanno posto l’accento sul sentimento di “amore morboso” che lui provava per lei e sugli attriti che c’erano tra le due famiglie, senza spiegare però che questi contrasti erano dovuti ai continui tentativi della madre di lei di allontanare la figlia dal ragazzo violento.

Massimo Sebastiani invece avrebbe ucciso Elisa Pomarelli perché lei non ricambiava il suo amore, anzi lo illudeva continuando a frequentarlo. Poco importa che Pomarelli fosse una donna lesbica e non volesse avere una relazione con lui. Ciò che era importante divulgare per i giornali era che lui, quel “gigante buono sempre pronto a dare una mano”, “un ingenuone di provincia […] capitato dentro una storia più grande di lui”, appariva disperato e ammetteva di aver “fatto una stupidaggine”. In cosa consisteva la “stupidaggine”? Nell’avere strangolato Elisa Pomarelli e averne occultato il corpo. Poi c’è Michele Marotta, che proprio pochi giorni fa, l’11 novembre 2020, avrebbe ucciso la moglie Maria Tedesco perché “contrariato dall’atteggiamento che [lei] aveva con un altro uomo”; mentre Alberto Accastello avrebbe sparato alla moglie, ai due figli piccoli e al cane e si sarebbe suicidato a causa della crisi del loro matrimonio e delle liti troppo frequenti.

Sono uomini descritti come troppo innamorati e troppo ingenui per capire che qualcosa non stesse funzionando e che si sono ritrovati, senza alcun preavviso, in preda alla paura di essere abbandonati dalla persona che amavano. Illusi da donne insensibili che non comprendono quel dolore e li vogliono lasciare. Come si fa a non empatizzare? A non provare compassione? A giustificare almeno in parte l’accaduto? Perché l’insistenza che certi media mantengono sulla prospettiva del femminicida e dell’abusante ha proprio questo scopo: suscitare commozione, indurre a empatizzare ma non con la vittima, bensì con l’assassino.

Un colpo di testa, una tragedia inspiegabile, un raptus. I femminicidi e la violenza di genere vengono spesso raccontati così. Certi giornali azzardano addirittura a diagnosticare disturbi psichiatrici che però non hanno riscontro nella realtà. In un’intervista a Ofcs.Report, ripresa anche da Claudia Torrisi per Valigia Blu, il medico psichiatra e Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia Claudio Mencacci spiega infatti molto chiaramente che “da un punto di vista psico-patologico” il raptus omicida non esiste e che “normalmente c’è una lunga preparazione e un’attitudine alla violenza e all’aggressività, che trova un momento culminante già precedentemente manifestato”. È grave poi, continua il medico, che si parli di raptus nel tentativo di assolvere o giustificare chi commette femminicidi e aggiunge che è inesatto anche sostenere che un assassino abbia ucciso perché depresso: per ciò che comporta la depressione, chiarisce Mencacci, chi ne soffre non è portato a commettere atti violenti e aggressivi.

L’elemento del raptus, che sui giornali viene spesso motivato da passati burrascosi e contingenze problematiche, ha un significato importante perché offre a chi scrive e a chi legge risposte immediate e che non necessitano di ulteriori ragionamenti. Individuare cause ed effetti di cosa ci accade attorno è un’esigenza umana, così come lo è la necessità di circoscrivere fatti violenti e drammatici, dare risposte razionali a certi avvenimenti e allontanarli da noi e dalla quotidianità di ciascuno. Abbiamo bisogno di dirci che non ci riguardano e che a noi non sarebbe capitato e che non capiterà mai. Si è trattato di un caso, un evento tragico avvenuto senza alcun senso che vada al di là di quelle medesime circostanze: un uomo innamorato e una donna che lo tradiva; un pazzo e una povera vittima che non ha avuto il coraggio di lasciarlo; un ingenuo e una ragazza che se ne approfitta. Una vicenda dunque che si fa normale, perché frutto di quelle determinate condizioni, di quei determinati atteggiamenti, di quel determinato contesto. E normale lo diventa ancora di più nel momento in cui si descrive una relazione violenta attraverso il codice dell’amore romantico: il “troppo amore” assume concretezza e validità, così come l’idea che tra le infinite sfumature dell’amore ci siano anche il possesso, il controllo, l’abuso, la morte.

Questi tipi di narrazione tossica, talmente comuni da sembrarci gli unici possibili, sono l’espressione della cultura dello stupro in cui siamo immers*, di quel sistema di valori che giustifica, nutre e favorisce la violenza di genere. Che ci fa pensare che gli uomini che uccidono e stuprano le donne sono dei “pazzi”, dei “mostri” o delle anime troppo fragili per sopportare la fine di un amore. Delle persone malate o delle vittime di situazioni sfortunate che la vita ha messo loro di fronte. In ogni caso, persone da cui noi – a differenza della vittima – ci saremmo tenute alla larga o con cui ci saremmo comportate meglio e diversamente.

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Invece non è proprio come certi giornali continuano a raccontare. Gli uomini che uccidono le donne sono quelli che non accettano il rifiuto e la perdita di potere; che – prigionieri dello stereotipo di una mascolinità tossica, inscalfibile e dominante – hanno bisogno di mantenere il controllo sull’altra persona per potersi sentire all’altezza di quell’ideale di uomo a cui aspirano e a cui sono stati educati. Questi uomini che stuprano e violentano non amano, ma possiedono; sentono di avere tutto il diritto di dettare le regole nelle loro relazioni, che siano esse attuali, passate o presunte, e non contemplano lo spazio del rifiuto e la negazione della loro volontà. E non sono casi isolati: sono il frutto dell’educazione sessista e misogina che tutt* noi riceviamo. Sono i figli sani del patriarcato.

Solo partendo da qui, da questa presa di coscienza, possiamo iniziare a comprendere che la violenza di genere non è un insieme di tragedie fortuite né tantomeno una situazione emergenziale, quanto un problema sociale sistemico che necessita di soluzioni strutturali che partano dall’educazione nelle scuole e comprendano la formazione di chi fa giornalismo.

Sui 142 femminicidi registrati nel 2018 dall’Eures, 78 sono stati compiuti da partner o ex partner e l’85,1% dei femminicidi è avvenuto in famiglia. Durante il primo lockdown, e nello specifico tra l’1 marzo e il 16 aprile, il numero antiviolenza e stalking 1522 ha ricevuto il 73% di chiamate in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E mentre gli omicidi continuano a calare, i femminicidi aumentano costantemente di anno in anno. Sono numeri che fanno impressione e che raccontano non di casi eccezionali, ma di una realtà che ha radici forti nella nostra società, di cui dobbiamo prendere consapevolezza e che bisogna iniziare a raccontare con rispetto. Chi fa informazione deve iniziare a raccontarla con rispetto.

Lo dobbiamo alle vittime dei femminicidi e alle donne che sono sopravvissute, a coloro le cui vite sono state depredate non solo dal loro assassino ma anche dal racconto di dettagli scabrosi sulla loro morte, dallo sciacallaggio che ne accompagna la notizia, dalla pubblicazione delle loro foto private insieme a coloro che le ha uccise. Lo dobbiamo alle donne in relazioni abusanti e violente che, circondate da narrazioni che colpevolizzano le vittime, sentono che la loro incolumità e il loro futuro sono a rischio dentro e fuori quel rapporto. Lo dobbiamo alle donne che hanno subito uno stupro e che sono state accusate di essersela cercata, alle survivor di cui abbiamo conosciuto fatti privati che sarebbero dovuti rimanere tali e le cui testimonianze sono state esaminate, scandagliate, screditate da quei media che ripropongono continuamente visioni distorte e infarcite di pregiudizi.

I media sono la nostra principale fonte di informazione, il mezzo che ci racconta la realtà, ma anche il filtro attraverso cui la comprendiamo. Se di una notizia se ne offre una narrazione già inquinata di opinioni, pregiudizi, bias ed elementi tragici e voyeuristici, il giudizio di chi la riceve non potrà che essere condizionato e parziale. Le nostre opinioni si nutrono anche dei racconti che i media ci offrono ed è per questo che è importante pesare ogni parola e ponderare ogni singola scelta tutte le volte che si parla di violenza di genere. Perché è compito di chi fa informazione garantire una divulgazione che sia rispettosa e corretta. Iniziamo a riconoscere che la violenza di genere sia un problema più sociale che personale. E parliamone con rispetto, puntualità e al di là di ogni stereotipo di genere.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di Noah Buscher, Utsav Srestha, Kristina Tripkovic, Davide Pietralunga su Unsplash

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