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Di mele marce e cultura dello stupro
Dark Light

Di mele marce e cultura dello stupro

Jasmine Mazzarello

Harvey Weinstein, produttore di Hollywood in carcere per violenza sessuale e stupro, è un mostro. Jeffrey Epstein, al centro di uno scandalo per il traffico sessuale di minorenni e di violenza sessuale, anche.

Sono casi eclatanti, fenomeni mediatici, mele marce. O no? No. E per un semplice motivo: le mele marce non esistono, non in una società (la nostra) in cui sono proprio il patriarcato e la misoginia a concimare il terreno. Il “caso” Weinstein, che ha dato la spinta al movimento Me Too, ha guadagnato visibilità grazie al movimento stesso e al numero (oltre che allo status sociale) delle donne coinvolte. La vicenda di Epstein è eclatante a causa delle falle nelle indagini e del trattamento delle denunce, fino alla sua misteriosa morte in attesa del processo. Questi casi sono diventati mediatici perché a un certo punto non era più possibile guardare dall’altra parte. Ma quanti casi ci sono, ora, in questo esatto momento, che non finiscono su nessun giornale perché non riguardano un numero tanto vasto di ragazze o donne, men che meno famose, o perché non si trovano sotto i riflettori di Hollywood?

Credere che questi siano casi isolati e questi uomini solo delle mele marce è un errore pericoloso perché ci permette di abbassare la guardia, ci fa dimenticare che gli uomini che commettono violenza contro le donne sono uomini normali. Non sono mostri, ma figli sani del patriarcato.

Prima di analizzare meglio la questione, è doveroso un forse banale disclaimer: le persone realmente malate esistono. Il caso Epstein, in particolare, concerne la pedofilia, che è una malattia e pertanto riguarda una persona che va aiutata; ma va aiutata prima che faccia del male ad altr*. E aiutarla prima richiede di riconoscere i suoi comportamenti e limitare lo stigma tanto da riuscire a vedere i campanelli d’allarme. Per questo è necessaria una profonda consapevolezza della società in cui viviamo e di come si manifestano comportamenti potenzialmente violenti, in modo da fermarli sul nascere.

Gli effetti del patriarcato sugli uomini

Non è questo il luogo per concentrarsi sul perché il femminismo faccia anche bene agli uomini: c’è chi, da uomo, ne ha scritto più approfonditamente . Ai fini di questa riflessione basti sottolineare che proprio il femminismo si concentra, anche, sulla mascolinità tossica, ovvero su come il patriarcato danneggia bambini, ragazzi e uomini adulti caricandoli di aspettative irraggiungibili, come la pressione di incarnare il ruolo di maschio alfa, cacciatore, che non deve chiedere (o piangere) mai.

Il femminismo intersezionale vuole una parità che, oltre a dare alle donne la possibilità di autodeterminarsi, libera gli uomini da questa gabbia. Questo è ciò che serve, alla radice, per un’efficace prevenzione della violenza sulle donne. Punire chi commette i reati resta fondamentale (punto su cui, soprattutto per stupri e violenza domestica, c’è ancora moltissimo da fare), ma l’obiettivo finale non può che essere la prevenzione. Prevenzione affinché i reati per cui punire qualcuno siano sempre di meno. Prevenzione affinché sia possibile riconoscere in anticipo potenziali comportamenti narcisistici, impulsivi, tossici o violenti, e aiutare in particolare persone che potrebbero in futuro agire violenza, ad esempio gli uomini cresciuti in contesti di violenza domestica o che hanno subito altri traumi.

La violenza sommersa

Nessuno nasce mostro. E nessun mostro diventa tale da un giorno all’altro: piuttosto percorre quella strada che potrebbe portarlo in futuro a essere additato come tale. E infatti lo stupro o il femminicidio non sono che la punta dell’iceberg. Sono gli atti estremi, quelli socialmente riconosciuti come reati e quindi sbagliati. Questi però non esistono in un vacuum, ma sono inseriti in una cultura di cui fanno parte una serie di comportamenti, molto più numerosi, che si trovano nella parte sommersa dell’iceberg: il linguaggio, le battute e gli insulti sessisti, gli stereotipi di genere, la rappresentazione mediatica della violenza, la discriminazione di genere e le molestie. Molti di questi sono considerati meno gravi o addirittura accettati come parte integrante della cultura e della società. L’iceberg parte proprio dal linguaggio, che rispecchia la nostra visione del mondo, e prosegue con comportamenti sessisti per culminare nelle molestie, nello stupro o nella violenza domestica.

Questo non significa ovviamente che tutte le persone che fanno battute sessiste finiranno per commettere stupri. E per fortuna. Ma tutte le persone che attuano comportamenti anche solo velatamente discriminatori contribuiscono, volenti o nolenti, a creare una cultura che giustifica in ultimo la violenza contro le donne.

La cultura dello stupro

La cultura dello stupro è esattamente questo: un substrato che tramite comportamenti più o meno gravi crea quel terreno fertile che permette la giustificazione della violenza sulle donne. La cultura dello stupro è subdola e ricca di non detti che vanno a nutrire ulteriormente il silenzio attorno a molte violenze. Basti pensare a uno dei sintomi di questa cultura, ossia il victim blaming che sposta appunto la responsabilità dall’uomo aggressore alla donna vittima. L’iceberg sommerso della violenza è esattamente ciò che ci permette di arrivare a chiederci cosa possa aver fatto la donna per provocare, invece di condannare i comportamenti violenti dell’uomo. Ed è proprio perché non vengono letti i campanelli d’allarme che si arriva ai casi eclatanti di cui si parlava all’inizio: in pratica, uno stupratore seriale lo diventa nel momento in cui non è stato fermato prima. Non solo prima del primo stupro, ma prima prima. Quando magari cercava di esprimere bisogni che non sono stati ascoltati o chiedere un aiuto che, in quanto uomo, non gli era concesso chiedere e magari l’avrebbe reso più empatico o gli avrebbe fatto cambiare prospettiva. O al limite sì, prima del primo stupro, così che non si consolidasse l’idea nella sua mente magari già in tenera età, che potesse fare ciò che voleva senza pagare alcun prezzo e prendersi alcuna responsabilità. Perché tanto la società (patriarcale) stava dalla sua parte.

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I Weinstein di questo mondo

Personaggi come Weinstein e Epstein sono diventati casi mediatici per la visibilità che hanno ottenuto, per l’entità delle loro azioni e per il numero di donne che hanno corso il rischio di uscire allo scoperto e raccontare la propria versione dei fatti accusando pubblicamente uomini potenti. Ma il rischio è che si rafforzi nella mente delle persone l’idea che si tratti soltanto di mele marce, uomini “malati” diversi da qualsiasi altro uomo che loro abbiano mai conosciuto. Che non si tratta affatto di qualche mela marcia in una società sana lo mostrano i numeri: 1 donna su 3 ha subito violenza sessuale e/o fisica nel corso della propria vita, principalmente per mano del partner.

Gli uomini che compiono e compiranno ancora queste violenze sono tra noi: il problema è che su di loro non brillano i riflettori di Hollywood.

Un altro rischio che si corre nel concentrarsi su personaggi di spicco e sugli scandali a loro collegati è quando questi avvengono lontano da noi, oltreoceano. La rappresentazione mediatica di questi fenomeni trasmette così il messaggio che certe cose a casa nostra non succedano, mentre il patriarcato purtroppo non conosce confini. La scelta di dare maggiore visibilità sui media italiani a uomini accusati negli Stati Uniti rispetto a quando accade in Italia è appunto questo, una scelta, e non riflette di certo la distribuzione delle violenze e delle molestie sessuali, ma descrive anzi il marcio altrove tralasciando pericolosamente i campanelli d’allarme attorno a noi.

Un appello

Gli uomini non sono violenti per natura e il problema non sono gli uomini. Il problema è il modo in cui la società permette che gli uomini vengano cresciuti e la giustificazione della discriminazione nei confronti delle donne che porta alla violenza. La cultura dello stupro tende a responsabilizzare (e incolpare) le donne (che tanto “maturano prima”), mantenendo invece un immaginario degli uomini come immaturi, impulsivi, ma allo stesso tempo potenti. Questa cultura fa un tremendo disservizio sia alle donne sia agli uomini e ci sono innumerevoli modi per combatterla, abbracciando i valori del femminismo intersezionale.

Combattere il patriarcato è necessario per sradicare la violenza, partendo dal fondo dell’iceberg. Per dare vita a un terreno da cui crescano frutti sani.

Artwork di Chiara Reggiani
Con immagini di: Maria Teneva, Olivier Miche, Jen Theodore, Martin Jernberg su Unsplash; adimas su Adobe Stock; yeven_popov su Freepik.

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