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Una Fashion Revolution personale: il mio percorso per un approccio sostenibile alla moda
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Una Fashion Revolution personale: il mio percorso per un approccio sostenibile alla moda

Francesca Anelli

La settimana che va dal 20 al 26 Aprile 2020 è la Fashion Revolution Week, appuntamento annuale in occasione dell’anniversario del crollo del Rana Plaza, un edificio commerciale a Dacca, in Bangladesh, che ospitava una fabbrica tessile. L’incidente, avvenuto il 24 aprile 2013, ha ucciso 1138 persone e ha avviato un movimento globale volto a ripensare il sistema della cosiddetta fast fashion e della moda in generale, portando alla luce le condizioni di sfruttamento in cui si trovano le lavoratrici del settore e spingendo i consumatori a prendere posizione. Per scoprire la storia del movimento e avere un quadro più ampio del problema, potete leggere il nostro articolo di approfondimento.

Come si legge sui siti di Fashion RevolutionClean Clothes Campaign, le risorse per contrastare questo stato di cose sono molteplici, ma non dobbiamo essere per forza degli attivisti per contribuire a un cambiamento positivo. La prima cosa da fare è mettere in discussione il nostro rapporto con i vestiti e più in generale con il consumo.

O almeno questo è ciò che ho fatto io.

Da circa un anno infatti ho cambiato completamente le mie abitudini e il mio approccio alla moda, smettendo di acquistare fast fashion e quindi di servirmi da brand come Zara, H&M, Primark e simili, ma soprattutto di guardare ai vestiti, al loro ruolo nella mia vita e ai miei automatismi in merito in un certo modo. Questo secondo punto è per me fondamentale per evitare di cadere in semplificazioni spesso poco produttive. Alla base del progetto Fashion Revolution, infatti, c’è l’idea del consumo consapevole, ma questo non vuol dire per forza o unicamente “boicottaggio”, che anzi è una pratica non promossa dal movimento. Tale posizione è sensata per almeno due motivi: il primo, particolarmente evidente per via della crisi (anche) economica causata dalla pandemia di Coronavirus, è che i lavoratori e le lavoratrici del settore rimangono comunque dipendenti dal sistema, per quanto questo li sfrutti, e uno strappo troppo brusco rischia di danneggiarli ancora di più. Il secondo è che la filiera tessile è talmente complicata e “opaca” che boicottare un singolo o soltanto qualche brand non potrà mai garantire in automatico l’acquisto di abiti prodotti eticamente. Scegliere di non acquistare da un marchio che ci è stato indicato come particolarmente “cattivo” potrà farci sentire a posto con la coscienza, ma non ci offre un quadro realistico della situazione né risolve efficacemente il problema.

E allora perché ho deciso di non acquistare più fast fashion? Semplicemente, ho capito che per me non aveva più senso. Il sistema su cui si reggono brand come H&M, ma anche tanti altri marchi (magari parte della stessa azienda) che seguono le stesse logiche, prevede la produzione di una nuova collezione più o meno ogni settimana: un numero che va ben oltre il reale fabbisogno di clienti e che non potrà mai essere realmente sostenibile, né per l’ambiente né per i lavoratori. Non basta quindi che queste aziende applichino delle buone pratiche e correggano il tiro, perché il problema è lo stesso modello di business su cui si regge il sistema, ovvero grossi volumi, consumo eccessivo e sprechi.

La fast fashion, per sostenersi, induce e alimenta il bisogno di possedere sempre più capi nel proprio armadio, contrapponendo l’ideale di supposta varietà (quando poi migliaia e migliaia di persone vestono esattamente allo stesso modo) a quello di qualità, spingendoci all’usa e getta e allontanandoci dalla possibilità – e dal divertimento – di sperimentare con ciò che già abbiamo, di essere creativ* e lasciarci ispirare. Anche rammendare i propri abiti o modificarli diventa superfluo e inutile, se con 5 euro posso comprare una T-shirt tutta nuova.

Ecco, questo rapporto con la moda a un certo punto ha iniziato a sembrarmi tossico: mi ritrovavo a “fare un salto” dentro un qualsiasi negozio Zara quasi ogni settimana, giusto per passare il tempo, uscendone spesso con vestiti che nemmeno mi convincevano ma di cui sentivo un bisogno totalmente indotto. In pratica sprecavo il mio tempo e i miei soldi senza avere un reale vantaggio per me stessa.

Spesso si guarda all’allontanamento dalla fast fashion come a una rinuncia, da un lato, e come a qualcosa che sarebbe appannaggio soltanto di chi ha sufficienti mezzi economici dall’altro, ma per me è stata soprattutto un’opportunità di crescita e anche di risparmio. Certo, non è la storiella rassicurante e da privilegiati che spesso ci raccontano: l’ho sperimentato sulla mia pelle quando sono ingrassata e buona parte dei miei vestiti non mi entrava più, costringendomi a fare molti più acquisti di quanto avrei voluto. Fare shopping per necessità e non rivolgersi alla fast fashion (nel grosso limite comunque delle taglie a cui arriva) quando non si è né benestanti né magri – come nel mio caso – non è assolutamente una passeggiata, e far finta che non sia così è discriminatorio. Anche per questo motivo, suggerire con leggerezza alternative pratiche che hanno funzionato per noi e solo noi, dando per scontato che siano valide per tutti, non porta da nessuna parte e produce una narrazione discriminante.

Cosa fare, allora, se apparteniamo a una categoria per cui smettere di acquistare fast fashion è particolarmente proibitivo? Innanzitutto, non incolpiamoci più del dovuto: noi possiamo fare la nostra parte, ma è dovere delle istituzioni garantire il rispetto della legge e dei diritti umani. Dare ai consumatori – che non sono un blocco monolitico, ma persone con vite, esperienze, status sociale e difficoltà diverse – tutta la responsabilità di correggere le storture del sistema è un vecchio trucchetto del capitalismo, che deresponsabilizza governi e aziende e riproduce schemi oppressivi.

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Poi, ancora una volta, guardiamo alla questione nella sua complessità. Se il problema sono i valori alla base del sistema fast fashion, possiamo provare a partire non tanto dal “cancellare” questo o quel brand, ma dal ripensare il nostro approccio alla moda in generale. Con questo non intendo assolutamente sminuire l’importanza che la moda può avere nella nostra vita o il desiderio di esprimersi anche attraverso il proprio look, anzi proprio nell’ottica di un rapporto autentico e creativo con la moda il primo passo è innanzitutto abbandonare gli automatismi che ci portano ad acquistare così spesso e soprattutto senza criterio. Più che un semplice “Mi serve?”, chiediamoci “Questo capo soddisfa un bisogno e un desiderio reali?” e ancora “Mi rappresenta davvero?”.

In termini economici, riflettiamo anche sulla spesa reale che acquistare secondo le logiche della fast fashion (ovvero tanto a poco) comporta: 20 magliette a 10 euro sono comunque una spesa elevata, anche se spalmandola nel giro di qualche mese sembra relativamente contenuta. Ciò non toglie, ovviamente, che spendere la stessa cifra in una sola volta non sempre è possibile, ed è normale sentirsi presi in giro da chi vi dice che “basta” mettere da parte 200 euro e riuscirete a comprare il vestito di quel costoso brand sostenibile che tanto vi piace. Come se ne esce, quindi? Ancora una volta è fondamentale riflettere sui nostri reali bisogni: se invece di acquistare ogni settimana una maglietta da H&M solo perché ci sembra una cosa naturale limitassimo quel tipo di acquisti a momenti di necessità o a capi che ci piacciono davvero tanto e poi dedicassimo il tempo e i soldi risparmiati per guardarci intorno? Potremmo scoprire un mondo di piccoli brand i cui prezzi non sono poi così alti rispetto alle catene di fast fashion (specie durante i saldi), realtà che non necessariamente producono con materiali a impatto zero – come spesso si vantano di fare i colossi della moda con palesi operazioni di greenwashing – ma che lo fanno nel rispetto dei lavoratori e non per forza in Italia (dove le condizioni di lavoro non sono automaticamente migliori che altrove), laboratori artigianali che sono più size inclusive delle grandi catene e magari anche aziende medio-grandi che, rispetto alla fast fashion più pura, hanno un numero minore di collezioni all’anno e quindi molto più margine di miglioramento.

Infine, guardare diversamente alla moda significa anche liberarci dal ricatto di dover per forza “comprare” qualcosa. Oltre a fare una visita ai centri sociali e di auto mutuo aiuto che permettono di scambiare gratuitamente i vostri vestiti, potete organizzare uno swap party con i vostri amici o accodarvi a uno dei tanti gruppi che li organizzano, anche tra sconosciuti. Fate un giro su piattaforme come EventBrite o Meetup per scoprirli nella vostra zona, ma anche una ricerca mirata su Facebook potrebbe farvi conoscere il vostro prossimo gruppo (io, per esempio, ho fatto così). E se avete bisogno di acquistare velocemente e a pochi euro un capo che vi serve, considerate anche l’opzione seconda mano. Non parlo di abiti vintage da migliaia di euro, non preoccupatevi: sono tantissimi i negozi second-hand che trattano capi di media e buona qualità a prezzi davvero contenuti. Oltre a catene come Humana e Share, ci sono tanti negozietti di quartiere e perfino bancarelle nei mercati rionali che potete scovare con una bella passeggiata. Questa mappa elaborata da Il Vestito Verde, comunque, copre tutto il territorio italiano.

E poi, la cosa più importante: se deciderete di cambiare le vostre abitudini di consumo, fatelo sapere in giro. Non è necessario partecipare a grandi campagne di sensibilizzazione online (anche se male non fa): si può partire anche solo dal raccontare il proprio percorso alle persone che conosciamo. Un post su Instagram o una confidenza davanti a un caffè sono sufficienti per far partire una scintilla di riflessione critica. Una scelta etica, d’altronde, ha senso se condivisa e raccontata, anche e soprattutto quando è un processo in divenire.

Immagine di copertina: Becca McHaffie

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