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“Disclosure”: come la rappresentazione delle persone trans influenza la realtà fuori dagli schermi
Dark Light

“Disclosure”: come la rappresentazione delle persone trans influenza la realtà fuori dagli schermi

Eugenia Fattori

Dovrebbe essere chiara a chiunque (anche solo per il fatto che questo articolo è scritto da una persona cisgender) l’urgenza di mettere le voci della comunità trans a disposizione di un pubblico più ampio possibile. E, di conseguenza, l’importanza di un documentario come “Disclosure: Trans Lives on Screen”, scritto e diretto da Sam Feder e disponibile su Netflix, che con un paziente, didattico e attento lavoro di informazione si rivolge direttamente all’enorme quantità di persone che sanno poco o nulla delle persone trans nella vita reale, ma le vedono da un secolo rappresentate sullo schermo in modo fuorviante, criminalizzante, ridicolizzante.

Cosa vuol dire essere costantemente rappresentata sullo schermo in maniera riduttiva o negativa, per una comunità che fatica da sempre a inserire le proprie istanze e la propria esistenza nei rigidi schemi della binarietà di genere imposta dalla società lo aveva già spiegato l’autrice Antonia Caruso nel 2018 nel suo intervento alla decima edizione del festival “Some Prefer Cake”: i trans tropes, ovvero gli espedienti narrativi usati per raccontare le persone trans, sono stati in passato centrati sulla chirurgia/medicalizzazione, sulla violenza e sull’inganno “ai danni” di persone cis (il colpo di scena “oddio, questa donna ha il pene” su cui ad esempio è incentrato il plot di “La Moglie del Soldato”), focalizzandosi quasi costantemente sull’esperienza delle persone cisgender che circondano il personaggio trans – la cui esistenza, esplicitamente o implicitamente, costituisce quindi una minaccia alla tranquillità e alla “normalità” dell’esperienza altrui.

Le persone trans sono trattate come “Acceptable Targets”, ovvero bersagli leciti per la ridicolizzazione e la stereotipizzazione in quanto “altro” rispetto a chi guarda, e questo induce a tralasciare la loro umanità. Rappresentare le persone trans come qualcosa da temere o di cui ridere, in sostanza, le rende inferiori e meno umane agli occhi del pubblico, in un processo che finisce per influenzare profondamente e creare un circolo vizioso con la vita reale.

Come mostra il documentario “Disclosure”, non solo “Psycho” e molte altre opere di Alfred Hitchcock, venerate come capolavori, usano ad esempio la fluidità di genere come elemento caratterizzante di chi commette crimini violenti, ma film come “Il Silenzio degli innocenti” o “Vestito per uccidere” hanno la loro intera storyline fondata su serial killer che uccidono per disforia di genere, come se le due cose potessero mai essere direttamente collegate. Nel documentario diretto da Feder viene a un certo punto raccontata l’esperienza dell’attrice Jen Richards che, facendo coming out come trans, si è sentita rispondere da un’amica cis “Sei come Buffalo Bill?”, perché l’unico riferimento che la donna avesse a disposizione rispetto alle persone trans era un killer psicopatico bidimensionale che scuoiava le donne perché invidioso della femminilità.

Sam Feder ha spiegato in prima persona nelle introduzioni del Sundance Festival 2020, dove il documentario è stato presentato per poi essere acquisito da Netflix, le ragioni profonde che hanno motivato la nascita di “Disclosure”: viviamo in un momento storico che vede da una parte l’esplosione delle soggettività trans nel racconto cinematografico e televisivo (ma anche la volontà di emergere come parte attiva del discorso mediatico e istituzionale che viene fatto su di loro), dall’altro un rigurgito di bigottismo e violenza nei loro confronti nella quotidianità.

Questo pensiero è esplicitato anche da Laverne Cox, oggi forse l’attrice trans più celebre e visibile, che ha dichiarato al Time:

“La narrazione portata avanti dai film – e anche dalle attuali politiche pubbliche – è che ciò che conta è il sesso che ci viene assegnato alla nascita, sottintendendo che le persone trans non sono “veramente” ciò che dicono di essere. Questo è il motivo per cui ci uccidono. Questo è il motivo di leggi create apposta per danneggiarci. Quello che dobbiamo smantellare è il costante disconoscimento della femminilità delle donne trans, della mascolinità degli uomini trans e della validità delle identità non binarie”

Sarebbe infatti ingenuo pensare che portare avanti per un secolo una rappresentazione così limitata e associata a percezioni negative, così disumanizzante, non contribuisca a formare nella mente del pubblico l’idea che le vite trans valgano meno. Soprattutto se la narrazione finzionale è accompagnata a una narrazione giornalistica (l’ultimo esempio italiano è di pochi giorni fa) che non fa che rafforzare lo stereotipo. E soprattutto se si vive in un mondo in cui le persone trans vengono uccise per il solo fatto di esistere e in cui a un’artista trans, nella liberale Bologna, la stessa città in cui le sue opere appaiono sui manifesti delle strade principali durante il Pride, può ancora succedere di essere aggredita per strada senza nessun motivo se non, appunto, esistere nel mondo.

Sarebbe ingenuo e sarebbe ipocrita, perché le due cose sono costantemente collegate: il non riconoscimento da parte dei media delle donne e degli uomini trans e delle persone non binary sullo stesso piano di esistenza delle persone cis fornisce a chi guarda/legge un’idea fuorviante che fino a poco tempo fa non era contrastata da altre narrazioni o da un’esperienza di prima mano, essendo spesso le persone trans costrette anche a mimetizzarsi per evitare discriminazioni sociali e lavorative. Questa idea errata le rende bersagli facili da giustificare, rende facile trasformare la loro esistenza in una fantomatica minaccia alla vita delle persone cis e tragicamente semplice sminuirne il diritto all’esistenza.

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Probabilmente, se non avessimo alle spalle decenni di televisione e cinema che confondevano le identità trans (ad esempio con il crossdressing), le inquadravano come un inganno o dipingevano le persone trans come pericolose, disturbate e persino psicopatiche, non sarebbe oggi così facile per esempio per le frange femministe trans escludenti diffondere l’idea bislacca che identificarsi come trans o non binary sia una sorta di isteria collettiva. Idea portata avanti ogni giorno e di recente anche in Italia proprio dai tentativi di sedicenti, autodichiarate femministe e/o intellettuali di difendere posizioni trans escludenti sul DDL Zan contro l’omolesbobitransfobia, tirando in ballo presunte minacce all’esistenza del sesso femminile, complotti del politicamente corretto o, appunto, isterie collettive che porterebbero la transizione di genere a diventare una sorta di “moda” – come se entrare a far parte di una categoria che riceve insulti, minacce e rischia la vita per il solo fatto di esistere potesse essere qualcosa che si fa per capriccio.

Come se non esistesse un preciso, distinto e serio problema legato alla discriminazione delle soggettività trans (in Italia e nel mondo) che necessita non solo di una tutela immediata da parte della legge, ma anche di un lavoro di educazione e di comprensione.

“Disclosure” fa esattamente questo: si rivolge alle persone cisgender raccontando in modo semplice e lineare i danni di un secolo di rappresentazione tossica delle persone trans e mette insieme i pezzi di una storia che per chi non la vive sulla propria pelle potrebbe finire sepolta nella montagna di stereotipi con cui cinema e tv dominati dal male gaze ci aggrediscono quotidianamente.

Lo scopo è evidente e utilissimo: dal punto di vista di persone marginalizzate e costantemente messe all’angolo dalla società cisnormata, “Disclosure” cerca di fornire a chi si approccia con buona fede e sincera curiosità all’argomento le basi per leggere meglio quello che sta sepolto sotto le scorciatoie narrative. Un’operazione del genere non solo non è un dovere, ma è un atto di vera generosità e apertura verso il pubblico mainstream che fa convivere testimonianza ed educazione, per porre attenzione sull’importanza della rappresentazione di ciò che accade fuori dallo schermo e mettere in primo piano la sua funzione nel riconoscimento di sé delle soggettività trans e l’influenza molto concreta sulla vita delle persone che racconta.

Leggi i commenti (3)
  • psycho (norman bates non era transgender) e il silenzio degli innocenti sono oggettivamente capolavori nonostante la rappresentazione negativa della fluidità, comunque oggi la rappresentazione delle persone transgender è molto migliorata nei film, le minoramze sono molto più rispettate

    la teoria del male gaze la trovo discutibile

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