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Erin L’Ink: il tatuaggio come catarsi e guarigione [Progetto Sorellanza]
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Erin L’Ink: il tatuaggio come catarsi e guarigione [Progetto Sorellanza]

Redazione

“Sa cosa ci vuole per scrivere? Il perdono.” Avevo conosciuto Roberto Nobile da qualche ora quando mi disse questa frase, durante un pigro pomeriggio dell’estate siciliana. Tatuavo già, ma non avevo idea di quale direzione far prendere alla mia carriera. Sapevo solo di essere nata per scrivere, di appartenere all’inchiostro. E difatti fin da piccola si parla di me come di una enfant prodige, nata con la penna in mano. Ho scritto da sempre: sulla carta, sulle mie scarpe, sulle ante degli armadi nella mia camera di adolescente. Poi l’orizzonte delle superfici si è ampliato ed è arrivata la pelle.

L’inchiostro serviva a fissare i momenti cruciali della mia vita, a sopravvivere agli avvenimenti dolorosi o magnifici e alla perdita delle persone amate. L’atto del tatuaggio era una catarsi potentissima, uno strumento per guarire.

Il primo tatuaggio della mia carriera è stato proprio questo: la copertura di cicatrici da taglio. C. è venuta da me sapendo che ero all’inizio, fidandosi del suo istinto. Aveva bisogno di qualcuno che non la giudicasse. Mi ha dato carta bianca per l’interpretazione del soggetto e nessuna spiegazione. Non serviva. Quello che voleva era andare oltre, svuotare quei solchi dal dolore e riempirli con qualcosa che le ricordasse chi era prima di tagliarsi. Tatuarla è stato un onore e mi ha fornito l’idea – ancora embrionale – che il tatuare andasse oltre il semplice ricalcare immagini.

Volevo comprendere il segno e il suo significato, con l’intento di offrire alla mia clientela la possibilità di riprendere possesso del proprio corpo tramite il simbolo e tramite un rito di passaggio sacro e potente come l’atto del tatuaggio. Da quel momento ho cominciato ad associare la tecnica alla ricerca: potevo ancora soprassedere sullo stile in cui specializzarmi, ma era fondamentale comprendere perché volessi tatuare. Il tatuaggio come azione terapeutica è stata la risposta arrivata quasi subito ed era facilmente intuibile, anche a causa – o per merito – del mio trascorso personale.

Mi ha sempre galvanizzata l’idea di poter essere utile, di vivere dentro la comunità sapendo di dare un contributo concreto. Lavorare con le donne reduci dal cancro o anche da altre guerre non meno importanti o dolorose, riempire le cicatrici con la memoria di chi si era prima della propria battaglia o con la speranza di nuovi domani è sempre stata la scelta giusta e anche quella più naturale. Percorrere questa strada ha attirato da subito clienti compatibili con la scelta di offrire aiuto, portando lontano chi non riusciva a mettere a fuoco la mia scelta professionale. Questa scelta non è impegnativa solo dal punto di vista della comprensione da parte di clienti e colleghi, ma anche per quanto riguarda la ricerca costante e lo studio approfondito del simbolo.

Dopo aver deciso che il tradizionale americano e italiano erano gli stili prediletti, ho cominciato ad ampliare il concetto stesso di tradizione spaziando, grazie anche agli studi antropologici, tra le culture. Nel mio book ci sono una varietà di disegni diversi, che vanno dal traditional americano di Sailor Jerry ai decori dell’arte islamica: diversi soggetti accomunati dallo stile, che diventa ogni giorno sempre più personale.

Malgrado questa ricerca fosse già ambiziosa, per me non era ancora abbastanza. La macchinetta è uno strumento ovviamente importante e i miei insegnanti e titolari hanno fatto del loro meglio per mettermi nelle condizioni di imparare a usare gli strumenti del mestiere. Ma nel rumore, nella vibrazione, nell’azione invasiva della macchinetta c’era qualcosa che non collimava col mio progetto. Quindi ho fatto un lavoro a togliere, nella speranza di capire cosa non andasse: ho ripulito i miei soggetti, semplificato le linee, resi piatti i colori e più precise le sfumature, ho tolto tutti i dettagli che rendevano pesanti e poco tatuabili i disegni. Finché ho conosciuto il lavoro di colleghe coraggiose e speciali come Elena Borio e Grace Neutral: l’handpoked. Per attuare la scelta di riportare il tatuaggio alla sua antica funzione “sciamanica”, quello che mi serviva infatti era un ritorno all’origine della pratica stessa: quindi ho tolto anche la macchinetta e ho cominciato a lavorare a mano. Tutte le sensazioni di non essere abbastanza brava, abbastanza pulita, abbastanza precisa, sono sparite. Durante la seduta il tempo rallenta, dandomi modo di relazionarmi meglio con le persone che chiedono di farsi tatuare. Voglio capirle, ascoltarle, aiutarle a guarire e poi lasciarle andare, sapendo che durante quella seduta c’è stato uno scambio equo.

Ero alla ricerca del metodo giusto, ma è stato lui a trovare me.

Oltre alla possibilità di empatizzare e comprendere l’altra persona, l’handpoked mi ha dato modo di capire una cosa che dovrebbe rientrare tra gli aspetti fondamentali di questo lavoro: quando tatuo, so esattamente dove sono. È questa sensazione che voglio trasmettere a chi sceglie di farsi tatuare da me: sei qui per un motivo, sei presente, sei al sicuro, ce l’hai fatta.
Questo, nella mia esperienza, vale tanto per le donne quanto per gli uomini, il che è la riprova di un comune sentire e di un comune senso di appartenenza con il segno, capace di guarirci. Il tutto unito a un dolore sottile e gestibile, contenuto, associato al significato che ci permetta di perdonare quanto è successo nelle nostre vite e andare avanti.

Dove trovarmi: per il 2019 continuerò a partecipare alle Convention in giro per l’Europa, ma sto cercando lo studio giusto col quale collaborare in maniera più o meno fissa.
Intanto sono qui: Instagram; Facebook .

Immagini di: Erin L’Ink

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