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La blackface è un problema, e dobbiamo farcene una ragione
Dark Light

La blackface è un problema, e dobbiamo farcene una ragione

Rachele Agostini

Non immaginavo che mi sarei ritrovata a scrivere un articolo con questo titolo, alle porte del 2020. Ma tant’è.

Se avete trascorso anche solo cinque minuti su internet in quest’ultimo periodo è praticamente impossibile che non vi siate imbattuti nella discussione sulla blackface, che tiene banco trasversalmente su tutte le piattaforme social da diversi giorni. Prima di andare in fondo alla questione vale comunque la pena fare un rapido riassunto delle puntate precedenti:

Il dibattito ha avuto inizio su Twitter quando, commentando le performance di Tale e Quale Show  – programma di punta di RaiUno in cui un gruppo di celebrità, ogni settimana, si trova a impersonare grandi musicisti cercando di somigliare agli originali il più possibile in ogni aspetto -, un certo numero di utenti ha sollevato un problema.
Partendo dal presupposto che tutti i concorrenti sono bianchi, e che la somiglianza anche fisica ed estetica agli artisti imitati è tra le premesse del programma, le imitazioni dei cantanti neri richiedono di fare ricorso alla blackface, ovvero il trucco di scena con cui i bianchi modificano i tratti somatici e il colore della pelle per assumere le sembianze di una persona nera.

In particolare, a dare il via alle polemiche sembra essere stata l’esibizione di Roberta Bonanno nei panni di Beyoncé. Ma quasi tutti i concorrenti del programma, fin dalla prima edizione, si sono esibiti in blackface almeno una volta

Un problema, perché compiere quell’operazione risulta offensivo nei confronti della comunità dei neri italiani, che vedono la loro identità etnica ridotta a una maschera, soprattutto alla luce di un retaggio profondamente razzista che quell’atteggiamento si porta dietro.

La blackface nasce infatti in America alla fine del XIX secolo – quindi in un tempo e luogo in cui la schiavitù era ancora una realtà – nel contesto dei minstrel show, spettacoli di compagnie itineranti che facevano divertire il pubblico bianco della borghesia medio-alta con sketch e numeri musicali interamente basati sull’inferiorità delle persone nere.  Ogni esibizione prevedeva che gli attori si scurissero il volto (con sughero bruciato, carbone o lucido da scarpe) ed esagerassero la dimensione di occhi e labbra, per poi assumere movimenti e accenti molto caricaturali. Si andarono delineando piuttosto rapidamente dei veri e propri “tipi”, simili per logica alle maschere della commedia dell’arte, ma basati su stereotipi profondamente offensivi: ad esempio il Buck (uomo imponente e violento con il pallino per le donne bianche, meglio se vergini), lo Zio Tom (uomo anziano che ha fatto pace con la propria condizione di schiavo perché consapevole della propria inferiorità) o la Mammy (donna corpulenta e dai modi rozzi, che lavora come cameriera o domestica).

Tra i personaggi del Minstrel Show, il più conosciuto in America è indubbiamente Jim Crow, contadino sciancato nato dalla canzone parodistica “Jump Jim Crow” e portato al successo dall’attore Thomas Rice a partire dal 1830. La sua eredità razzista è così pesante che le leggi di segregazione razziale emanate negli USA trail 1876 e il 1965 prendono il nome di Jim Crow Laws

Ora, in un mondo ideale andrebbe così: una minoranza (o una buona parte di essa, quantomeno) si dichiara offesa da un atteggiamento per via della storia che si porta dietro, e subito riceve scuse e la promessa di non farlo più. Ma non siamo in un mondo ideale. Siamo in Italia.

In Italia ci si arrabbia con la minoranza e con chi ne prende le parti, perché “se la prendono per nulla”, e si lamenta un eccesso di politically correct. In Italia non si è capaci di fare i conti con il razzismo che permea la cultura del Paese, e si ricorre – quasi sempre in modo arrogante e maleducato – a una serie di giustificazioni, che però lasciano il tempo che trovano. Nello specifico, le seguenti:

“Lo si è sempre fatto, perché ora di colpo è un problema?”

Innanzitutto, non è diventato un problema “di colpo”, semplicemente chi se ne lamentava fino a ora non era stato ascoltato da un numero sufficiente di persone perché iniziasse ad essere percepito come un problema.

Le stesse persone che criticano ora la blackface di Tale e Quale Show, si erano già espresse allo stesso modo solo qualche mese fa sulla blackface utilizzata in uno spot Alitalia, dove un ragazzo impersonava Barack Obama. Alitalia peraltro aveva ascoltato le critiche e ritirato lo spot

In secondo luogo, la sensibilità comune cambia con il passare del tempo, e sempre più velocemente, quindi una cosa percepita a livello generale come innocua può smettere di esserlo anche nel giro di poco tempo.
Pensiamo alle sigarette: fino al 2004 era possibile fumare in qualsiasi luogo chiuso (la legge antifumo è entrata in vigore nel gennaio 2005) e tutti lo facevano, che ci fossero o meno bambini nei paraggi (lo so per certo perché io ero una bambina, all’epoca); e soli nove anni dopo, una modifica alla legge vietava addirittura di fumare all’aperto nei pressi delle scuole.

“Sì ma l’intento non era mica quello di ferire o offendere”

Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di urtare o far inciampare qualcuno senza volerlo, di rompere/rovinare per errore qualcosa che appartiene a un altro o di commettere una scorrettezza al volante senza averne l’intenzione. Provate a pensare anche a uno solo di questi episodi – se siete maldestri come me avrete l’imbarazzo della scelta – e a come vi siete comportati immediatamente dopo il fatto.
A meno che non siate cresciuti in una foresta, e dunque senza una conoscenza base delle norme indispensabili per vivere in società, vi sarete scusati. Perché funziona così.
Indipendentemente dalla vostra intenzione, avete causato disagio o fastidio a un’altra persona. La vostra totale buona fede non ha cancellato il danno causato dalla vostra azione, e avete espresso dispiacere a riguardo.
“Non avere l’intento di” spesso non basta, purtroppo, e chiedere scusa è un segno di civiltà.

“Non siamo in America. Non possiamo applicare i loro standard alla nostra cultura”

Verissimo. Il problema è che l’America schiavista di fine Ottocento è solo il contesto d’origine della blackface. Come ogni fenomeno profondamente discriminatorio, si è propagato attraverso il tempo e lo spazio ed è arrivato anche nella nostra cultura e anche ai giorni nostri.

La blackface è pratica comune in svariate tradizioni folkloristiche europee (dallo Zwarte Piet olandese alla rappresentazione dei Re Magi in Spagna e Austria, passando per l’italianissima tradizione della Bèla Monregaleisa, tipica del Carnevale di Mondovì) e non di rado sopravvive come tradizione teatrale in alcune rappresentazioni (il caso più conosciuto è l’Otello di Shakespeare, ma ce ne sono molti altri, e in particolare in Germania si è sviluppato di recente un acceso dibattito a riguardo).

Fino a pochi decenni fa liconografia darky – ovvero l’abitudine di rappresentare le persone nere con i tratti estetici esagerati introdotti dalla blackface – è sopravvissuta in molte immagini pubblicitarie, e in UK sono rimaste molto a lungo in commercio le bambole Golliwogg, basate sull’omonimo personaggio dei racconti per bambini che era in tutto e per tutto un esempio di iconografia darky.

Vedi anche

Altri contesti in cui non è così raro trovare esempi di blackface ancora oggi sono il tifo sportivo organizzato (qui un esempio) e ovviamente film, spot e video di Youtube (un calcolo sbrigativo ha portato a individuarne oltre sessanta casi solo in Italia, in questo video di Afroitalian Souls ne potete trovare alcuni esempi).

Un esempio della blackface su youtube: il comico Dado, in un video parodia del successo sanremese “Occidentali’s Karma”, ha utilizzato la blackface soltanto due anni fa

“Se i bianchi imitano solo i bianchi e i neri solo i neri allora è segregazione”

Questa è un’altra obiezione legittima, anche se bisognerebbe comunque andarci piano con i paragoni (ogni volta che qualcuno tira in ballo l’apartheid in questa discussione, una copia della biografia di Nelson Mandela riposta su uno scaffale prende fuoco spontaneamente). Nessuno dice che i personaggi neri non possano essere imitati, non sono una specie protetta da salvaguardare. Ognuno può imitare chi vuole, basta solo non farlo in modo irrispettoso. Siccome però non esiste un modo rispettoso di modificare la propria etnia, nemmeno se si sta solo giocando, l’imitazione di una persona nera da parte di un bianco dovrà fermarsi agli abiti, ai manierismi e alla voce.

Nel caso di Tale e Quale Show, in cui gli autori si sono chiusi in un angolo da soli imponendo una condizione che obbliga a un comportamento offensivo, l’unico modo per non essere offensivi sarebbe, effettivamente, avere concorrenti neri e far imitare a loro i cantanti neri. Oppure basterebbe cambiare le regole.

La blackface non è indispensabile per un’imitazione efficace di un personaggio nero. Channing Tatum e la sua acclamatissima imitazione di Beyoncé nel programma “Lip Sync Battle” ne sono la dimostrazione perfetta

Insomma, non immaginavo che mi sarei mai ritrovata a scrivere questo articolo a qualche mese di distanza dal 2020; e non lo immaginavo perché io, comunque, ho il privilegio di essere bianca. Anche arrabbiandomi ogni giorno con certi rappresentanti politici del nostro Paese per la cultura razzista che propagano, anche indignandomi davanti al razzismo in ogni sua forma, io non ho mai fatto né mai farò i conti a livello personale con il razzismo, e non avevo un’idea precisa di quanto radicato fosse. Anzi sicuramente non ce l’ho nemmeno ora. Però ho capito che la situazione è un po’ più grave di quello che credevo.

A livello generale, noi maggioranza bianca in Italia siamo razzisti e non vogliamo ammetterlo.
Siamo razzisti e vogliamo poter decidere cosa è razzismo e cosa non lo è.
Siamo razzisti, ma “qui non è mica l’America e non è mica il 1890, quindi basta lamentarsi”.
Siamo razzisti, ma “il razzismo è quello che si manifesta in forme feroci e violente, e basta. Noi siamo immuni da comportamenti razzisti, ce lo ha detto anche il nostro amico nero.”
Siamo razzisti, ma “se un’ideologia si manifesta in dimensioni ridotte e in forma lieve allora non è un problema davvero, c’è ben altro di cui occuparsi.”

Certo, di fronte a chi picchia una persona per il colore della sua pelle o a chi tiene i porti chiusi e tira giù i centri d’accoglienza con le ruspe, un gruppo di celebrità che si pittura la faccia è effettivamente un nonnulla.

Ma allora, se è un nonnulla, non è più facile se partiamo da lì?

Leggi i commenti (1)
  • Cosa è (o non è) razzismo, non è certo una cosa che può essere decisa da chi compie il gesto “accusato”.
    Tuttavia, neanche la “vittima” ha il diritto di definire cosa è razzista.
    Il giudizio non deve essere nelle mani né della vittima, né del carnefice.
    Solo se la definizione della morale e dell’etica viene messa nelle mani della logica e del ragionamento, si può avere giustizia.
    In questo articolo non c’è un ragionamento che dimostri dove sta l’errore.
    Si afferma solo, con lunghi giri di parole, che “non è giusto perché… non lo è”.

    E questa è una cosa gravissima, e deleteria sia per chi viene attaccato, sia per chi si “pensa” di stare difendendo.
    Perché, se si accusa qualcuno che quella cosa è sbagliata, a prescindere, senza possibilità di argomentare, allora quando davvero si additerà ad un gesto malvagio, il malvagio potrà dire “Avete visto? inutile che controllare. Sono in errore come lo erano per quell’altra questione della blackface”.

    Un commento non può essere esaustivo della mia posizione, ma in sintesi mi trovo concordo con la versione di Wesa:
    https://www.youtube.com/watch?v=nlKb-j9w6q4

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