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La moda che vogliamo. Manifesto per una nuova politica del corpo

La moda che vogliamo. Manifesto per una nuova politica del corpo

Articolo di Nicola Brajato

Clothes make the man. Naked people have little or no influence in society sosteneva lo scrittore statunitense Mark Twain. E come dargli torto? Che sia per questione di protezione, pudore o decorazione (a voi la scelta) l’essere umano si è sempre coperto. E a partire da questo momento, tra noi e gli altri, si è intromesso un piccolo grande mondo che possiamo chiamare “moda”. Una “seconda pelle” che tanto ha da raccontare a chi ci osserva, che prende sempre l’iniziativa, ancor prima di noi, per dire qualcosa, per dire chi siamo, da dove veniamo… ma soprattutto di che ‘genere’ siamo!

Dolce & Gabbana, fall/winter 2013.
Dolce & Gabbana, fall/winter 2013.

Nella propria storia, dunque, il corpo è sempre stato nascosto, e, conseguentemente anche quel ‘dettaglio’ che suddivide la società in uomini e donne: il sesso. Se il nostro essere fisicamente maschietti o femminucce viene dunque celato, l’ingrato compito di comunicare il sesso d’appartenenza è stato assegnato proprio all’abito. Esso diventa così mediatore fra il biologico e il culturale, tra l’individuo e l’alter, ma soprattutto tra il sesso e il genere. Questa ‘seconda pelle’ permette il passaggio dalla costruzione biologica del corpo alla definizione sociale del corpo stesso, processo che plasma le singole individualità in base alla visione egemonica del genere. Pezzi di materia inorganica vengono iniettati di valori culturali che stabiliscono il genere degli indumenti, imponendo socialmente un tipo di abbigliamento maschile e un tipo di abbigliamento femminile.

Dior, New Look, 1947
Dior, New Look, 1947

Oh donne! Aprite dunque i vostri armadi a gonne plissettate, borse firmate e blouson rosa. E voi uomini! Deprimetevi nel guardare la noia che invade i vostri guardaroba, pieni zeppi di giacche, cravatte e calzini rammendati. Fin qua tutto nella norma (appunto!). Proviamo ad invertire le cose.
Oh donne! (ammetto la mia difficoltà nel fare degli esempi in questo contesto poiché la moda femminile ha sempre giocato con i confini tra i generi) Abbiate cura dei vostri baffi e ricordate: la tuta da ginnastica non vi tradirà mai. Oh uomini! Per andare in ufficio non è sempre necessario un tacco 15. Imparate ad accontentarvi anche di un tacco 8. Ah, e non dimenticate… Sempre un po’ di mascara, mi raccomando!
State sorridendo? O state anche soltanto pensando ad un sorriso? Ecco. Questo è un campanello d’allarme. È un segnale che ci indica che qualcosa di grottesco sta accadendo.

Miss Dior advertising
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Questi esempi ci possono far comprendere come il nostro corpo non è altro che una ‘superficie di scrittura’, un medium attraverso il quale vengono messi in relazione significati culturali, stabiliti là fuori, fuori da noi, senza di noi.
Come ci dice la filosofa queer Judith Butler, siamo tutti quanti individui ‘ex-statici’, siamo tutti ‘fuori da noi’. Seguendo questa teoria, il nostro ‘Io’ viene posto esternamente al soggetto che siamo, in un mondo di norme complesse che mutano storicamente. E conseguentemente, tutto ciò che determina l’umano viene definito a priori, anche il proprio modo di vestire. Attualmente possiamo sostenere che non esistano leggi che vietino l’utilizzo di determinati abiti, o lo scambio di abbigliamento tra i due generi. Ma nonostante ciò, ci sono delle leggi non-scritte in materia di abbigliamento che tendono a sanzionare, in modi più o meno diretti, scelte che si posiziono al di fuori da ciò che la matrice culturale ha stabilito essere “normale”. Vedi il caso del suicidio di Andrea Spezzacatena, “il ragazzo dai pantaloni rosa”, vittima di bullismo anche per questioni legate all’abbigliamento. Oppure la storia di Cameron McWilliam, suicidatosi dopo aver incontrato l’ostilità della madre e della società alla sua volontà di utilizzare abiti ‘femminili’. E questi sono soltanto due di una quantità impressionante di violenze, ma soprattutto di negazioni di identità legate ad un “utilizzo errato” dell’abbigliamento.

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Il genere è il frutto di un’interpretazione culturale del sesso, ed insieme a lui anche l’abbigliamento. Essi vanno avanti mano nella mano in quel percorso binario che vuole costruire il maschile ed il femminile. In questa visione l’abito diventa uno strumento di controllo per tenere tutti al proprio posto. Ma se l’abito è il primo oggetto ad essere genderizzato, allora è proprio con lui che si potrebbe iniziare una rivoluzione, prima visiva e poi sostanziale, contro l’estetica binaria.
Chiamatemi rivoluzionario, sognatore, ingenuo, irrazionale… come volete! Ma credo fermamente che ognuno di noi, col proprio corpo, col proprio abbigliamento e con la propria presenza possa diventare un Manifesto vagante per denunciare l’imposizione di un’identità stabilità a priori, ma soprattutto la mancata possibilità di autodeterminazione. Perché la moda non è silenziosa. La moda è attiva. La moda è politica. Ed è lì, pronta a farsi portavoce dell’affermazione dell’umano. Anzi, della pluralità dell’umano.

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