Femminismo

Molestie quotidiane: la nostra esperienza

Oggi potrei raccontarvi di come io e una mia cara amica, da qualche tempo a questa parte, non ci sentiamo più libere di frequentare un posto. Questo per via di alcuni ragazzi che più volte, passando di lì,  si sono fermati a fare battute e osservazioni per nulla apprezzate sul nostro aspetto, turbando la nostra tranquillità. Oppure potrei scrivere di quella volta in cui a un concerto mi sono ritrovata ad abbandonare una postazione dalla visuale fantastica perché un tizio dietro di me si divertiva a starmi addosso (e no, non solo per motivi di spazio). E purtroppo, proseguendo in questo modo, potrei continuare a ripescare numerosi episodi simili presenti nella mia memoria.

Il motivo per cui dovrei raccontarvi tutto ciò? Perché è arrivato il momento di parlare di tutte le molestie quotidiane che a volte neanche riconosciamo, che passano inosservate, ma che influenzano, in qualche misura, la nostra vita.

Molestie: Che cosa sono?

Le molestie sono dei comportamenti indesiderati, spesso adottati per ragioni connesse al sesso o al genere, capaci di generare sensazioni di fastidio, insicurezza o di forte disagio in chi le subisce, e di creare un clima intimidatorio, degradante e/o offensivo. Un commento per strada, un’offesa o una foto inappropriata ricevuta su un social network, una palpatina indesiderata sul pullman e battute fuori luogo hanno il potere di rovinarci – più o meno consapevolmente –  la giornata.

Quali sono i tipi di molestie?

Strade, mezzi pubblici, scuole e università, uffici o altri luoghi di lavoro, spazi online: le molestie possono palesarsi ovunque, in tutti i luoghi della nostra quotidianità. Possono essere a opera di conoscenti, colleghi, di persone a noi vicine così come di perfetti sconosciuti. E possono assumere forme fra le più disparate, alcune verbali, altre fisiche.

Sono molestie:

  • I contatti corporei non richiesti, non necessari e non graditi (compresi carezze sulle guance o sui capelli, pacche sulle spalle eccessivamente lunghe, far passare il braccio intorno ai fianchi o sulle braccia, stringersi sui mezzi pubblici da seduti o in piedi eccetera).
  • Il catcalling, ovvero l’atto per cui molti uomini si sentono in diritto, per strada, di fischiare o fare apprezzamenti quando una donna passa loro vicino.
  • Un corteggiamento continuo manifestato in privato o in un contesto pubblico, anche se la donna ha palesato disinteresse; l’insistenza nel richiedere appuntamenti romantici dettata dal rifiuto di accettare un “no” come risposta.
  • I commenti stereotipanti e sessisti, le frasi ingiuriose legate all’orientamento sessuale o all’identità di genere della persona.
  • Il fissare una donna a lungo facendola sentire a disagio.
  • I commenti non graditi relativi al suo aspetto fisico (su quanto o meno la si trovi attraente).
  • Il vanto inappropriato delle proprie prestazioni sessuali; le battute e pettegolezzi riguardanti le presunte prestazioni sessuali e/o la qualità delle stesse di una donna.

Passando al mondo online:

  • Anche in questo contesto sono da ritenersi molestie commenti a sfondo sessuale, insulti e apprezzamenti inadeguati.
  • L’ insistenza nello scrivere a sconosciute (sia per comunicare “quanto siano bellissime” sia per tentare di intavolare una conversazione).
  • Legate al punto precedente, sono molestie le offese che iniziano ad arrivare qualora queste decidano di non rispondere o dimostrino disinteresse nella comunicazione.
  • L’invio e la condivisione di foto e video a contenuto pornografico.

Molestia o Violenza?

Il nostro codice penale punisce con la reclusione da cinque a dieci anni chi commette violenza sessuale, mentre prevede l’arresto fino a sei mesi o un’ammenda in denaro per chi molesta. La differenza tra i due reati viene stabilita, per la Corte di Cassazione, dal grado di invasività della sfera intima della vittima, che è maggiore nel caso di violenza sessuale.

Le cause delle molestie

Le molestie, dunque e purtroppo (come sta emergendo negli ultimi tempi), sono azioni che ci ritroviamo a subire più volte nel corso della nostra vita. Ma perché si verificano, e come mai sembrano così connaturate alla vita quotidiana?
Secondo diversi studi il problema sarebbe strettamente legato al potere: a chi lo possiede e lo esercita, e a chi lo subisce. Siccome nella nostra società esso non è distribuito equamente fra i generi, ecco spiegato perché in molti casi le vittime sono donne. In questa prospettiva, le molestie rappresentano un meccanismo attraverso il quale alcuni uomini affermano il proprio potere sulle donne, tanto sul posto di lavoro quanto nella società e nel privato. Capiamo dunque come alle radici di tutto vi siano fattori culturali: cambiarli, educando alla parità e promuovendo la cultura del rispetto, potrebbe essere un passo decisivo verso la risoluzione del problema.

Conseguenze e reazioni

Sul piano emotivo, come dicevamo, le molestie possono generare emozioni spiacevoli quali disagio, tristezza, rabbia, svilimento. Le risposte alle molestie possono collocarsi su un continuum che va dall’evitamento al confronto, ma si registra la tendenza di gran parte delle donne a ignorarle, a non parlarne e ad evitare la persona molesta, per tutta una serie di motivi che vanno dalla paura di peggiorare la situazione a quella di non essere credute o di non veder legittimate le proprie reazioni e minimizzate le proprie esperienze e il proprio sentire. Risposte infelici come “Ma dai, tutte ‘ste storie solo per questo?”, “Ma fattela una risata!” e “Non si può più fare niente” sono sempre dietro l’angolo, e possono far male tanto quanto la molestia in sé.

Molestie: L’importanza di chiamarle con il loro nome

Proprio per questo motivo, chiamare le cose con il nome corretto è di vitale importanza, perché aiuta a definirle e a dare loro il giusto peso. Chiamare le molestie “molestie” e non “tentativi d’abbordaggio”, “complimenti”, “gesti goliardici fatti con leggerezza o tanto per ridere” aiuta ad affermarne la gravità e a rendere valide le reazioni psico-emotive di chi le subisce. Parlarne è importante perché aiuta a far acquisire la consapevolezza che soffrire per questi episodi non è un’esagerazione e che il fatto che li si subisca nel quotidiano non è solo un problema personale, ma sociale e culturale. Lo è perché consente di scoprire che non si è da soli, e che l’unione e la consapevolezza sono i requisiti essenziali per il cambiamento: riconoscere un’ingiustizia è il primo passo per affrontarla. È importante perché il fatto che un qualcosa avvenga quotidianamente, e da tempi immemori, non è un motivo valido per permettere che continui ad accadere. Come un coro dunque diamo forza alle nostre voci, e nessuno potrà più sminuire ciò che abbiamo da dire.

Iniziamo noi donne della redazione di Bossy.
Aggiungetevi pure, quando sarà il momento giusto per voi.

Disagio. Questo è quello che provo ogni volta che succede. E poco importa quanto sia grave la molestia. Ho provato disagio quando un tipo si è masturbato accanto a me mentre aspettavo un autobus notturno; quando un altro, a bordo del suo furgone, mi ha seguita per tutto il tragitto casa-lavoro, rallentando, frenando, ripartendo, fischiando e ridendo sguaiatamente; e mi succede tutte quelle volte in cui la stessa persona fa allusioni sulla mia sessualità o sul mio abbigliamento; quando in palestra sono costretta a spostarmi perché mi sento gli occhi addosso; quando rinuncio a uscire perché non voglio tornare da sola a casa di notte; quando attraverso delle strade buie col cuore in gola. Il disagio provocato dalla molestia, dal sentirmi messa con le spalle al muro, dal non riuscire mai a reagire nel modo giusto. Se c’è un modo giusto. Dal sentirmi dire “stai esagerando”, “sei acida”, “capita, è normale”, “avresti dovuto dire qualcosa”, “si stava scherzando”.  Ebbene, per me non è uno scherzo e non è normale. La frustrazione, la sensazione di pericolo, la rabbia e il disagio che provo ogni volta non fanno per niente ridere.
Alessandra

A volte mi faccio quasi tenerezza quando, camminando per strada da sola, la sera tardi, affretto il passo per paura di essere avvicinata da soggetti pericolosi, o quando chiedo alle mie amiche di mandarmi un messaggio di conferma una volta arrivate a casa sane e salve. Dico che mi faccio tenerezza perché in realtà la notte non mi è mai successo nulla di grave (per fortuna), mentre le situazioni peggiori mi sono sempre capitate in pieno giorno, sotto la luce del sole, in luoghi pieni di gente e nei quali mi sentivo sicura. Per esempio quella volta che stavo camminando per strada in centro a Milano, di pomeriggio, in un quartiere che frequento da anni e nel quale possiamo dire che mi sento a casa. Camminavo spensierata ascoltando la musica, come faccio sempre. Un giorno uguale a mille altri, se non per il fatto che a un certo punto sento una presenza alle mie spalle, troppo vicina. Non vedo la persona in questione ma ne percepisco la presenza, troppo prossima. Rallento il passo per vedere se mi supera, e dato che non lo fa mi giro per vedere di chi si tratti e cosa voglia da me. È un uomo di mezza età, non appena mi volto mi si avvicina ancora di più e inizia a parlarmi dicendo cose che non capisco, come se stesse parlando una lingua straniera. Presa alla sprovvista allora mi sento in colpa per ‘aver pensato male’, dato che probabilmente è semplicemente una persona straniera, che non parla italiano e che si è persa in città (questa è la mia deduzione dopo la breve interazione). Allora provo a parlargli in inglese per capire se ha bisogno di aiuto o di indicazioni stradali, ma lui continua a rispondermi nel suo idioma non meglio identificato e nel mentre mi si avvicina sempre di più. Finché a un certo punto smette di parlare quella lingua inventata per distrarmi e in perfetto italiano mi dice che sono bellissima, cerca di mettermi le mani addosso e di baciarmi contemporaneamente. Nell’istante in cui mi rendo conto della situazione inizio a urlargli di allontanarsi, lo spingo via e scappo di corsa. Non appena voltato l’angolo scoppio a piangere dallo spavento e dalla rabbia e (purtroppo) il primo pensiero che mi attraversa la mente è che non sarei dovuta uscire di casa indossando un vestito.
Giulia

La prima molestia che mi ricordo è stata una molestia verbale: avevo sedici anni e stavo camminando verso la stazione di Viareggio, dalla quale avrei preso il treno per tornare a casa dopo quattro giorni bellissimi di Lucca Comics. Dietro di me trascinavo la mia valigiona, piena degli acquisti fatti e dei miei cosplay: ovviamente stavo attaccata a Google Maps, perché io a Viareggio non c’ero mai stata e non avevo idea di come arrivare dall’hotel alla stazione. Mentre aspetto che scatti il verde per attraversare la strada, una macchina si ferma: il guidatore abbassa il finestrino e mi fischia dietro. Io mi pietrifico sul posto, come un animale selvatico quando si trova davanti dei fari, talmente scioccata da non riuscire a fare nulla: lui sta lì a ridacchiare ed è sempre ridacchiando che se ne va non appena ri-scatta il rosso. Io ero rimasta ferma, “perdendomi” il mio verde, a chiedermi perché diavolo mi avesse fischiata quando avevo addosso la classica tutona che ci si mette quando si viaggia ed ero sudata fino all’attaccatura dei capelli per lo sforzo di portare la valigia. Non che all’epoca credessi ancora che un fischio per strada fosse un complimento, perché la sensazione di disagio me la sono portata addosso finché il treno era ben lontano da Viareggio e dalla Toscana, però non riuscivo a spiegarmi perché questo sconosciuto mi avesse dovuta fischiare. Oggi me lo spiego in molto molto semplice: perché poteva. Perché io ero sola e palesemente giovane e probabilmente non gli avrei dato problemi se non farmi scendere addosso quella colata fredda di terrore e disagio che ha sicuramente nutrito la sua sete di potere. Di episodi così ne ho vissuti a decine, commenti che si fa finta di non sentire ma che fanno aumentare il passo, che ti entrano nelle orecchie e risalgono in superficie e ti risuonano in testa quando sei davanti allo specchio a scegliere come vestirti per fare qualsiasi cosa. La molestia più grave che ho subito è stata invece su un autobus a Torino, uno di quelli che portano ai palazzi dell’Università e che quindi sono sempre strapieni. Quelli in cui si sta tutti schiacciati, e vabbé, lì lo si capisce, si tira un sospirone e si sopporta. Quando però l’autobus si è un po’ svuotato, l’uomo che mi stava appiccicato ha continuato a starmi appiccicato, e dopo qualche secondo ho realizzato perché, e ho realizzato anche che si stava strusciando proprio sulla mia gamba. Lì lo shock è stato forse troppo: sono rimasta pietrificata per qualche secondo, mentre capivo cosa stava succedendo, ma poi sono riuscita a riprendere controllo di me stessa e a divincolarmi e allontanarmi, un “Ma cosa sta facendo?” mi è uscito quasi spontaneo e ha attirato l’attenzione di altre persone sul bus— e infatti il tizio è sceso alla fermata dopo, perché non aveva più il controllo totale della situazione. La sensazione di sporcizia che ho provato per ore e ore dopo quest’incidente proprio non la si può descrivere, e ogni tanto ancora se ci penso rabbrividisco. Quello che è successo a me, da quando avevo sedici anni a questa parte, per fortuna non è mai stato niente di grave. Lo penso spesso, e poi mi vorrei tirare da sola una mattonata in testa per averlo pensato. Quanto è brutto dover dire che è una fortuna che le molestie che ho subito io non sono mai state troppo terribili? Quanto è svilente il processo mentale che ci è stato inculcato in testa e che mi fa dire che “sì, a me è successo questo, ma poteva andarmi molto peggio”? Eppure è proprio quello che mi succede sempre quando penso agli episodi dei quali sono stata vittima: in confronto alle storie veramente agghiaccianti che arrivano da ogni parte del mondo, sembrano quasi ordinaria amministrazione. Ma quanto non lo sono, quanto: mi hanno lasciato terrorizzata nel momento in cui sono successi, e hanno condizionato il modo in cui mi sono comportata dopo. Ogni molestia lascia i suoi segni, grandi e piccoli, ogni molestia ha le sue ripercussioni: dove scegli di parcheggiare la macchina, come scegli di vestirti, se ti porti lo spray al peperoncino nella borsa o metti le chiavi tra le dita mentre torni a casa. Proprio per questo penso quindi che lo sforzo mentale di andare oltre a quel condizionamento, a quel “sì ma poteva andarmi peggio”, sia quasi un dovere, un esercizio che dobbiamo a noi stesse ma anche a tutte le altre vittime di molestie sparse per il mondo.
Benedetta

La prima molestia di cui ho memoria non la dimenticherò mai. Il ricordo non è chiarissimo, perché avrò avuto sei anni o poco più. Ma, allo stesso tempo, quelle parole, pronunciate da un ragazzo del quartiere, mentre i suoi amici sghignazzavano dietro di lui, ce le ho ancora stampate in testa: “Sai cosa vuol dire scopare?”. Loro erano più grandi, io ero sulle scale di casa e no, non lo sapevo cosa voleva dire scopare. E mi sentivo umiliata, senza capire perché, mentre li guardavo ridere, senza capire perché. Non dissi nulla a nessuno quella volta, neanche quella dopo o quella dopo ancora. Dopo ogni molestia mi sentivo ferita e umiliata, ma oggi faccio fatica a provare quegli stessi sentimenti. Oggi, quando qualcuno mi mette una mano sul sedere in tram o mi saluta con “complimenti” indesiderati quando torno a casa la sera tardi, sono seccata. Come quando piove ma hai dimenticato l’ombrello. Come quando qualcosa succede così spesso che ormai è diventata un’abitudine. Seccante, certo. Ma normale.
Jasmine

Quando mi sono ritrovata per la prima volta un pene davanti, non l’ho chiaramente riconosciuto. Del resto, avevo 5 anni. Ero all’asilo, un bambino mi aveva attirata in un angolo del cortile con la scusa “ti devo dire una cosa” e si era abbassato i pantaloni. Non so esattamente cosa ho pensato, ma ricordo chiaramente che alla vista della sua nudità ho scosso la testa più volte da un lato all’altro, in senso di disapprovazione, come a dire “questa cosa non si fa”. Dopo sono corsa alla maestra, l’ho strattonata per la gonna e l’ho fatta abbassare per dirle qualcosa all’orecchio. Non ricordo cosa le dissi – mi piacerebbe tanto saperlo, con che parole una bambina di 5 anni può descrivere una molestia? Ma soprattutto, a 5 anni è possibile riconoscere una molestia? Non lo so, so però che quell’azione mi turbò molto e che mi era chiaro che quella cosa non (mi) dovesse accadere. Quella è stata la prima “dick pic” cui sono stata sottoposta. Non avrei immaginato che poi, complici le dating app che ho esplorato in lungo e in largo, ne avrei ricevute diverse altre. Ovviamente sempre non richieste, altrimenti si chiamerebbe “sexting consensuale”. Il problema della dick pic è che appunto ti costringe a vedere qualcosa che non vuoi vedere, di cui non ti è stato chiesto il permesso, e che ha una connotazione sessuale esplicita che, proprio perché non l’hai richiesta, non ti fa piacere vedere (men che meno eccitare) ma che anzi ti mette a disagio. Di più: ti fa sentire violata. Perché diciamolo una volta per tutte: la dick pic è una molestia. E non ha a che fare col sesso, ha a che fare col potere. Come per le dick pic, per le altre molestie quotidiane i gradi di reazione sono i più disparati, tutti comunque validi perché le sensibilità sono soggettive. Nonostante io professi la necessità di parlare di molestie e di non tacere, confesso che non ho il coraggio di rispondere al catcalling per strada, ad esempio. Ormai la mia mente avrà costruito un meccanismo di difesa per cui ogni volta che sento che qualcuno mi fischia o fa battute per strada, la prima cosa che penso è “avrò sicuramente sentito male”, dopodiché faccio di tutto per pensare ad altro e far passare quel momento. Ma in cuor mio lo so che è assurdo che io sia così rimbambita da sentire, guarda caso, sempre fischi per molestie, è assurdo che io fraintenda sempre ciò che sento, che sia sempre “solo una mia impressione”. Nonostante quella voce nel mio subconscio provi a modo suo a tutelarmi, scuotendo la testa e dicendomi “avrai sentito male”. Non ho sentito male, ho sentito benissimo. Altrimenti non farebbe un male cane. Un anno fa sulla mia pagina Facebook ‘Match and the City’ ho condiviso il racconto di una ragazza che era diventato virale: era andata in giro in bicicletta con una gonna corta e degli stivali al ginocchio, le avevano fischiato per strada, le avevano dedicato occhiate prolungate, fino a battutine da parte di una persona in divisa (ahinoi, sì). Sotto al post si è scatenato il flame e la cosa che più mi ha ferita è stato vedere che la maggior parte dei commenti erano contro quella testimonianza: alcuni uomini prendevano le distanze sentendosi offesi, come a dire “non siamo tutti così” e seguendo l’idea diffusa che “dopo il #Metoo non si può neanche più far un apprezzamento che rischi di essere denunciato”, fino a un utente che aveva avuto la faccia tosta di scrivere “se una donna non apprezza un complimento per strada, vuole dire che ha problemi di autostima ed è una persona insicura” (sic). Ma il commento che mi ha ferita di più è stato quello di una donna che sminuiva la reazione della vittima del racconto, dicendo che a lei era capitato di andare in giro vestita “in quel modo” ma non le era mai capitato nulla del genere, quindi la ragazza stava “esagerando” o magari si era “inventata” tutto per denigrare le divise e gli uomini. Da lì ho cominciato a prendere più consapevolezza rispetto al maschilismo interiorizzato delle donne, che è tutt’oggi una delle cose che mi fa più male constatare, offline e online. In generale, negare a una persona la veridicità del proprio dolore per me significa annichilirla e toglierle quasi il diritto di esistere. Significa violentarla due volte. Per questo, se non riusciamo a reagire in prima persona, credo che chiunque abbia un megafono reale o virtuale davanti a sé per amplificare la propria voce debba almeno sentire il dovere morale di non smettere di parlarne e di segnalare che – ancora, sì! – una molestia è una molestia.
Marvi

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