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Quando muore Debbie Reynolds

Quando muore Debbie Reynolds

Articolo di Angelo Serio

Il 2016 è stato l’annus horribilis in decade malefica. Sono morti tutti. È morto Umberto Eco, è morto George Micheal, è morta Carrie Fisher, è morta la madre di Carrie Fisher.

Buon Dio, è morta Debbie Reynolds!

Debbie Reynolds (a destra) e la figlia Carrie Fisher.
Debbie Reynolds (a destra) e la figlia Carrie Fisher.

E la cosa mi ha lasciato attonito. Ero sconvolto.

Ho sempre visto Debbie come una donna esilarante, un po’ frivola forse. Una che era brava a recitare, con quel paccone rosso in testa, e che sapeva ridere bene. Ed è un’arte saper ridere bene. Sapeva anche muovere le mani, Debbie Reynolds. Ho cercato di imitarla qualche volta, la sua gestualità mi rapiva perché era convincente. Seguivo quelle mani come lo sguardo di un gatto segue le lucine dei laser.

“Ha ragione Debbie Reynolds che muove le mani in quel modo!”. Spero che qualcuno abbia voglia di scrivere un saggio sulla comunicazione non-verbale delle mani di Debbie Reynolds.

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Non me la immaginavo Debbie Reynolds che moriva, e invece è morta. E il giorno dopo la figlia, classy!

Ripeterò il nome di Debbie Reynolds più e più volte per farmi persuaso del fatto che non ci sia più.

“Vivrà in ognuno di noi”. Blah, fandonie. Non vivrà in nessuno di noi, figuriamoci se Debbie Reynolds con quelle mani vorrebbe vivere in qualcun altro che non sia Debbie Reynolds. Io non vorrei.

Ma perché sono sinceramente commosso della dipartita di Debbie? O dovrei dire di Bobbie? Perché non è solo spirata la meravigliosa attrice, nonché adorata madre di Carrie Fisher, ma per me è morta Bobbie Adler, madre di Grace Adler, la rossa protagonista di Will&Grace. “Oddio è morta la mamma di Grace”, è stata la prima cosa che ho detto con un tono svenevole. E sono stato male per lei, povera amica mia. A rischio di sembrare una drama queen, quale in realtà sono, ho sempre considerato quella serie tv un’amica mia. Ho riservato a Will&Grace un ampio spazio nella parte dei ringraziamenti in entrambe le mie tesi di laurea. È stato per anni, e lo è tuttora, un rifugio per quando sto male, per quando ho quei vuoti che non so che dire, per quando sento che morirò solo. Allora guardo Will&Grace, che non hanno pretese, che pensavano anche loro di morire soli ma poi invece hanno avuto il loro lieto fine. Amavo quando si mettevano in macchina e per il Natale o il Ringraziamento andavano a trovare le loro famiglie. Mi piaceva l’idea che stessero tutti insieme. E andavano a trovare Bobbie per prima. E lei li accoglieva cantando e muovendo quelle mani. Poi rimproverava Grace e intonava la canzoncina del “te l’avevo detto”. Oh, Bobbie cara.

Debbie Reynolds (a destra) e Debra Messing.
Debbie Reynolds (a destra) e Debra Messing.

Oh, Debbie. Che lavorava 340 giorni all’anno portandosi dietro l’etica del lavoro degli anni Cinquanta e l’innovazione dei nuovi tempi. Era l’epitome dell’ottimismo americano, un’amazzone mai stanca. Teatro, tv, cinema: ha fatto tutto. Danzava egregiamente con il divino Gene Kelly e con Donald O’Connor, chi se lo dimentica quel ballo? “Good morning, good morning” a passo di tip tap.

Oh, Debbie Reynolds. O dovrei dire Bernice Brackett, madre di Howard in In&Out? Indimenticabile ed esilarante quando dice a suo figlio, che ha subìto un outing in diretta mondiale prima del matrimonio: “Howard, I want you to know, you are our son and we’ll always love you – gay/straight, red/green, if you rob a bank, if you kill someone […] As long as you get married. I need that wedding. I need some beauty and some music and some place cards before I die. It’s like heroin”. E ancora, quando completamente ingenua – come lo sarà Bobbie Adler dopo di lei, e Debbie Reynolds prima di tutte – dirà: “I can understand he’s gay, but why wouldn’t he want a wedding?”.

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Oh Debbie Reynolds. O dovrei dire Frances, madre di Liberace in Behind the Candelabra? O forse, ancora, dovrei dire madre di tutti noi sognatori in un mondo fatto di bei costumi, mani che si muovono e talento?

Così antica e preziosa, ma così progressista e aperta. Ha saputo scegliere i suoi ruoli, interpretarli con dovizia e maestria, magari lanciare qualche messaggio. Alcuni se ne accorgevano, altri no. Io me ne accorgevo e apprezzavo: “brava Debbie Reynolds”. Dire e non dire: lo ha detto lei che tutti i suoi appuntamenti galanti erano con uomini gay che, a causa di Hollywood che li ostracizzava, si fingevano etero. È stata lei a urlare che il mondo lgbt per lei era, è e sarà una grande famiglia.

Allora che fai quando muore l’icona Debbie Reynolds?

Piangi, che devi fare? Magari riguardi qualche scenetta in W&G dove c’è lei, forse quella in cui Grace le tributa “Mommy” (riprendendo la canzone “Mandy” di Barry Manilow), il gesto di amore di una figlia verso la madre. Lo stesso gesto che la madre Debbie Reynolds ha avuto per la figlia Carrie, seguendola nell’ignoto e accompagnandola al varco. La madre Debbie Reynolds ha amato, come hanno amato tutte le madri di cui è stata il volto.

Fai buon viaggio, Debbie Reynolds. Fai buon viaggio Bobbie Adler, è stato bello essere amico di tua figlia.

 

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