Femminismo

Queste femministe sono proprio esagerate: quale femminismo è considerato accettabile?

“La gente mi chiama femminista ogni volta che esprimo sentimenti che mi differenziano da uno zerbino”

Così recita una famosa citazione attribuita a Rebecca West. Nel momento in cui una donna prova ad alzarsi in piedi, a protestare, ad autodeterminarsi, a fare di testa propria…viene spesso additata, giudicata, isolata in quanto ‘esagerata’. Questo per sminuire il suo operato e scoraggiarla dal proseguire. Di quello che si prova in questi casi, le donne (e in particolare le femministe) ne sanno a palate.

Dalle streghe bruciate sul rogo alle femministe messe alla gogna mediatica, il messaggio è sempre lo stesso: le donne devono starsene al loro posto. Nel momento in cui osano disobbedire, il loro comportamento dev’essere corretto e ci sono diversi modi per farlo: dal mansplaining, all’umiliazione, alla violenza, ripetendo come un mantra che le femministe di oggi ‘sono proprio esagerate. Quest’ultimo commento, presentato spesso in modo quasi benevolo, mira implicitamente a screditare il femminismo. Non è che il femminismo sia sbagliato, però adesso stanno esagerando. Per ribadire subdolamente quel messaggio. Per rimetterci al nostro posto.

Spesso uomini di spettacolo (e di cultura) sottolineano come lottare per la parità dei sessi sia, appunto, un’esagerazione. Gli esempi, anche solo rimanendo nel contesto italiano, si sprecano. Ma non sono – purtroppo – soltanto loro a credere che una donna che lotta per essere trattata, rispettata e pagata al pari di un uomo sia troppo. Le donne devono starsene al loro posto. E no, non sono certo tutti gli uomini (i sostenitori dell’hashtag #notallmen ringrazieranno): anche se rari, gli uomini femministi esistono, così come quelli, un po’ meno rari, a cui il femminismo è indifferente.

Sul piano sociale, però, è innegabile che esista un livello di femminismo “accettabile”, entro il quale ci sono azioni lodevoli e lecite, secondo la società. Il femminismo socialmente accettato è quello di facciata, che è contro le discriminazioni ma anche (o soprattutto) contro gli assegni di separazione, contro l’uomo che deve offrire la cena al primo appuntamento, contro le ragazze che entrano gratis in discoteca, contro le forme di violenza più visibili.

Il femminismo socialmente necessario, invece, va ben oltre. È quello che, tra le altre cose, lotta per abolire la tassazione iniqua sugli assorbenti, fa pressione per una partecipazione maschile alle rivendicazioni femministe, interviene criticando una battuta sessista e mira a sradicare alla base ogni forma di violenza, soprattutto quelle invisibili, sistemiche. Tra i due femminismi, a mio parere, c’è un’asticella – superata la quale si diventa immediatamente “troppo” femministe. Il femminismo, insomma, va bene solo se contenuto.

Credo che ogni femminista sappia cosa vuol dire temere di superare quell’asticella. Temere di intavolare una discussione ed essere immediatamente additata come ‘esagerata’, ‘ossessionata’ o ‘pedante’. Di fare, insomma, un po’ la guastafeste, e dell’essere una feminist killjoy abbiamo parlato anche qui. Io, personalmente, mi sono sforzata spesso, parlando di femminismo, di non risultare noiosa o rompipalle. Ma poi mi sono chiesta: perché voler essere trattata alla stregua degli uomini è socialmente inaccettabile? Il problema non siamo noi, il problema è la società.

Lottare ogni giorno nel proprio quotidiano per la parità di genere non è esagerato.

Decidere di non ridere a una battuta sessista (perché tanto è solo una battuta, no?) non è da rompiscatole.

Incazzarsi perché qualcuno ci ha messo una mano sul sedere non vuol dire essere troppo sensibili.

Sensibilizzare amici, amiche e familiari, fare domande scomode, intavolare dibattiti seri non è pedante.

Sono tutti atti di coraggio. Atti di coraggio che non piacciono, soprattutto se le donne si uniscono tra loro per farsi valere. È il caso dello stesso movimento #MeToo, nato proprio per creare una rete di donne legate dall’aver subito molestie o violenze sessuali. Persino lo stesso #MeToo è stato definito esagerato. Secondo molti/e si è trattato e si tratterebbe di una caccia alle streghe che ha privato gli uomini della ‘libertà di importunare’, rovinando l’arte del corteggiamento e inducendo così gli uomini a evitare, per paura, contatti con le donne.

Ogni volta che, nominando il #MeToo, si parla di come denunciare una molestia rovini la reputazione del responsabile o impedisca agli uomini di ‘provarci’ (perché si sentirebbero attaccati, ironico eh?) si sta screditando il movimento e uno dei principi per cui si batte: il sacrosanto consenso. Portare alla luce una rete di molestie che va avanti da tempo immemore permettendo a dinamiche di potere in tutto il mondo e in tutti i settori lavorativi di sussistere non è esagerato: è necessario, coraggioso e lodevole.

Bisogna anche dire, però, che non ci si dovrebbe stupire poi molto di questo sabotaggio del femminismo. Va riconosciuto che le persone che criticano le femministe e il loro operato sono spesso le stesse che traggono benefici dalle dinamiche di potere in atto, e sono quindi disposte a tutto pur di non far crollare l’impero sessista in cui viviamo. Sta a noi, alle femministe, riconoscere che il nostro lavoro (perché lottare contro il patriarcato meriterebbe un bello stipendio) è necessario. Più ci chiamano esagerate, più è necessario.

La stessa parola ‘esagerato’ merita una breve riflessione. Come spiega anche Irene Facheris nel suo primo libro, Creiamo cultura insieme, ogni volta che diamo un giudizio ci basiamo unicamente sul nostro punto di vista. Diciamo, ad esempio, che qualcosa è esagerato rispetto alla nostra visione di ciò che è adeguato.

[…] crediamo che la valutazione sia oggettiva ma invece è figlia dei nostri criteri. E più sceglieremo di non farci la domanda “quali sono questi benedetti criteri che utilizzo?” meno capiremo noi e gli altri.

Irene prosegue:

Ogni interpretazione parla di noi. E come sempre, dice invece pochissimo delle ragioni che possono aver spinto l’altro a comportarsi in un certo modo.

Se il femminismo, quindi, è considerato esagerato da chi beneficia del patriarcato, significa che sta facendo esattamente quello che deve fare. E che, anzi, deve continuare a farlo. Chi invece considera eccessivi gli sforzi della lotta femminista potrebbe iniziare a farsi delle domande sul perché la veda in questo modo, analizzando criticamente ciò che ci viene insegnato in quanto figli/e del patriarcato e istruendosi.

Chi reputa esagerato il femminismo non ha ancora preso coscienza di questa disparità ci sia in questo mondo e delle reali ripercussioni che questa disparità ha sulle donne, ma anche sugli uomini e, per estensione, su tutta la nostra società.

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