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Premi Oscar 2017: perché non dobbiamo ricordare solo il finale

Premi Oscar 2017: perché non dobbiamo ricordare solo il finale

Articolo di Rachele Agostini

“Vedi tesoro… tanti anni fa, quando nonna era giovane, successe che in un’edizione degli Oscar annunciarono la vittoria del film che tutti davano come favorito, per poi accorgersi poco dopo che c’era stato un errore ed il riconoscimento spettava in realtà ad un altro, quello in cui nonna nemmeno osava sperare.”
Succederà, giuro.
Quando (se) avrò dei nipoti, racconterò loro quello che ho visto accadere in diretta la notte (mattina) di domenica.
Un anno fa, in seguito alla già leggendaria vittoria di Leonardo DiCaprio, ci chiedevamo, un po’ ironicamente e un po’ sul serio, se saremmo mai stati di nuovo testimoni di un evento tanto clamoroso. La risposta, evidentemente, non ha voluto farsi attendere.
Se è risaputo che per rimanere impressi nella memoria delle persone i modi siano fondamentalmente due – ovvero essere protagonisti di una pessima figura oppure artefici di qualcosa di rivoluzionario – ben più raro è che questi siano condensati in un singolo momento; la 89ma edizione degli Academy Awards lo ha visto succedere.

Per chi ancora non fosse a conoscenza dei fatti (quindi probabilmente nessuno, considerata la rapidità e l’ampiezza con cui video e racconti dell’accaduto si sono diffusi), nelle prime ore di domenica mattina il palco del Dolby Theatre di Los Angeles ha vissuto il momento più surreale della propria storia, durante l’assegnazione dell’Oscar al Miglior Film.
Faye Dunaway e Warren Beatty (che d’ora in poi non saranno più ricordati per le loro iconiche interpretazioni di Bonnie e Clyde nel film Gangster Story), hanno infatti assegnato al favoritissimo La La Land, già vincitore di sei statuette su un record di quattordici nomination, il titolo che apparteneva in realtà a Moonlight.
L’errore non è durato più della manciata di minuti che sono serviti al produttore Jordan Horowitz ad accorgersi dell’errore, interrompendo il proprio discorso di ringraziamento per invitare sul palco i legittimi vincitori e insistendo per consegnare in prima persona il premio, in una prova di grande eleganza e fair play.

“C’è stato un errore, è Moonlight il miglior film. Non è uno scherzo, avete vinto voi. Venite su.”

Le reazioni di sgomento ed incredulità sono rimbalzate nel giro di qualche istante dalla platea alla rete, che com’è ormai consuetudine si è suddivisa in due “sguardi” differenti sulla stessa questione: da una parte gli ironici, dall’altra i polemici.

Perciò da una parte battute [“Ha vinto La La L’altro film”, “La vendetta di Leonardo DiCaprio si sta abbattendo su Hollywood”] e meme [molti dei quali paragonano questo orribile scivolone a quello di Steve Harvey, che nel 2015 annunciò la vincitrice sbagliata di Miss Universo], e dall’altra teorie che sfiorano il complottismo, secondo cui lo scambio di buste che sembra aver causato l’errore non sia stato accidentale, ma piuttosto architettato per attirare la massima risonanza possibile sull’evento (se fosse davvero così, il premio per la migliore interpretazione maschile spetterebbe al conduttore Jimmy Kimmel, che nelle inquadrature finali sembrava quasi sul punto di scoppiare in lacrime per l’imbarazzo).

A questo punto sorge un problema.
Seppur inevitabile, il clamore che continua a circondare il momento finale della serata sta rischiando di far dimenticare tutto ciò che è successo prima, ovvero i tantissimi episodi che avrebbero comunque contribuito a consegnare questa edizione alla storia, come la più impegnata di sempre:

Mahershala Ali e Viola Davis, che con la loro vittoria nella categoria di Supporting Actor e Actress, sono rispettivamente la prima persona musulmana a ricevere un Oscar e la prima donna a collezionare le tre maggiori onorificenze nell’ambito della recitazione (Tony, Emmy ed Oscar).

(Ritratti ufficiali dell’Afterparty di Vanity Fair)

– La vittoria per il Miglior Film Straniero del regista iraniano Asghar Farhadi, e la sua scelta di non presentarsi ad accettare il premio, in segno di solidarietà verso chi ha subito le conseguenze del Muslim Ban.
– L’apparizione a sorpresa di Katherine Johnson, donna afroamericana ormai novantottenne, responsabile di molti successi della NASA e raccontata in Hidden Figures (uno dei candidati a Miglior Film)

Vedi anche

– Le provocazioni dirette di Jimmy Kimmel al Presidente Trump, che seppur ironicamente hanno accompagnato ciascuno dei suoi interventi, fin dal monologo d’apertura.
– La comparsa, sugli abiti di molte celebrità, dei nastri blu simbolo della American Civil Liberties Union che (come il nome lascia intendere) lotta per la difesa dei diritti civili.

Due delle celebrità che hanno “indossato” il loro sostegno: Lin-Manuel Miranda e Emma Stone 

– Le frasi rivolte più o meno direttamente all’operato di Trump: l’attore messicano Gael Garcìa Bernal che afferma di essere contro ogni tipo di muro, e Alessando Bertolazzi [unico vincitore italiano per il Miglior Trucco] che dedica il premio a tutti gli immigrati, sono solo due esempi, ma ce ne sono molti altri.

Ancora più grave, poi, è che tutto questo rumore stia di fatto mettendo in secondo piano il valore della vittoria di Moonlight: si discute dell’errore molto più che del film, e anche chi ne parla fa quasi sempre riferimento al fatto che abbia “fregato i favoriti”, non importa che se ne dicano entusiasti (arrivando talvolta perfino a gioire dell’umiliazione del cast di La La Land) o delusi (spesso tirando in ballo concetti inascoltabili quali il razzismo al contrario e i già citati complotti).
Personalmente – mi perdonerete se parlo ancora di me stessa – ho amato profondamente entrambi i film, perché seppur in maniere diverse hanno lasciato la loro impronta dentro di me. Allo stesso tempo mi rendo conto che ognuno abbia diritto al proprio gusto personale, e che un’opera d’arte possa non essere apprezzata anche quando è innegabilmente perfetta da un punto di vista estetico o importantissima per il messaggio che trasmette. Quello che non capisco, piuttosto, sono le inutili battaglie da tastiera di chi deve per forza sminuire un film per esaltare l’altro.

Il fatto però, ciò che mi rende orgogliosa di questa vittoria come se avessi preso parte io stessa alla realizzazione del film, è proprio questo: quando si assegna il titolo di Miglior Film si riconosce il lavoro di produzione che sostiene un progetto cinematografico.
Premiare Moonlight significa esaltare un gruppo di persone che ha impegnato tutte le proprie risorse per dare risonanza ad una storia mai sentita fino ad ora… quella di un uomo gay e di colore.
Significa urlare a voce alta, in faccia a chi (soprattutto ultimamente) si ostina a dire il contrario, che anche chi sfugge ad un’idea di normalità decisa da altri merita di essere raccontato.

“Al diavolo i sogni! Questa è realtà” (Barry Jenkins, regista e sceneggiatore di Moonlight)
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