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Sharing: uno spazio multiculturale per crescere insieme [Progetto Sorellanza]
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Sharing: uno spazio multiculturale per crescere insieme [Progetto Sorellanza]

Redazione
Articolo di Letizia Pollano

Ci troviamo a Torino, nell’estrema periferia nord della città: Falchera. Questo quartiere è densamente popolato sia da italiani sia da immigrati. C’è soltanto un tram che lo collega al centro della città: la linea 4.

All’interno di Falchera, c’è un luogo “speciale”: Sharing, un hotel-residence low cost che offre anche il servizio di housing sociale, ossia affitti temporanei a prezzi modici. Ciò contribuisce a mantenere vivo il quartiere, sempre in movimento fra chi torna, chi parte e chi resta.

Da circa una decina d’anni, Sharing ospita un doposcuola molto particolare, gestito dalla fondazione Ulaop, con sede in via San Marino 10 a Torino. Questa fondazione, non lucrativa e di utilità sociale, è nata nel 2010 su iniziativa di Fondazione Cassa di Risparmio di Torino e Fondazione Paideia ONLUS. Il motto della fondazione è: “Ulaop è un luogo amico dei piccoli, ma anche dei grandi”. La sua missione è infatti quella di sostenere la famiglia nelle sue molteplici declinazioni, migliorando la qualità della vita dei bambini e dei genitori in un contesto relazionale allargato.

Lo scopo del doposcuola a Sharing gestito dalla fondazione Ulaop non è solo quello di aiutare i piccoli scolari nello svolgimento dei compiti, ma anche quello di aiutarli a crescere, offrendo un confronto con altre persone e la possibilità di entrare in contatto con realtà diverse. Siamo convinti che mediante il dialogo sia possibile crescere, sviluppare nuovi interessi e nuove capacità.

Lo staff di volontari di Ulaop che opera a Sharing è composto perlopiù da donne giovani e meno giovani: studentesse, lavoratrici e nonne. Ognuna di noi contribuisce a rendere migliore questo servizio grazie al bagaglio personale di conoscenze e di esperienze.

I bambini che frequentano il doposcuola hanno un’età compresa fra i 6 e i 12 anni, quindi dalla prima elementare fino alla prima media, e gli iscritti sono intorno alla ventina. La maggior parte di loro non è italiana, alcuni sono arrivati in questo Paese da pochi mesi, altri invece ci sono nati. Le famiglie non sono in grado di sostenerli nel loro percorso scolastico per due ragioni fondamentali: fratelli minori a cui badare e/o scarsa conoscenza della lingua italiana.

Alcuni dei nostri piccoli utenti hanno delle difficoltà nell’apprendimento, uno di loro ha un lieve ritardo mentale e presenta dei bisogni educativi speciali. Invece, ce ne sono altri che non hanno ancora una casa e sono ospiti di Sharing; altri ancora stanno con noi solo per un breve periodo perché poi se ne vanno. Durante le ore del doposcuola, offriamo a questi bambini la possibilità di “fuggire dalla realtà”, di non pensare alla loro precaria stabilità. Queste situazioni particolari rischiano di ripercuotersi anche sugli altri bimbi, poiché a volte stringono amicizie con altri che poi se ne vanno dall’oggi al domani e c’è il rischio che non si vedano più. Per questo motivo oserei definire il nostro doposcuola come un piccolo “porto di mare”. Alla fine, però, sappiamo che ognuno di questi bambini porterà con sé per sempre un pezzettino di noi.

All’interno del doposcuola prendono forma molti progetti in collaborazione con altri enti: ad esempio abbiamo in programma di prepararne uno con Amnesty International e un altro con il gruppo dei Filonauti, collettivo di ricerca filosofica applicata in ambito educativo.

Io sono arrivata a Sharing quasi un anno fa, avevo da poco compiuto diciott’anni. Appena entrata, per la prima volta, sono stata subito invasa da un’esplosione di risate, sorrisi e colori. Questi bimbi trasmettono la gioia di vivere, nei loro occhi traspare tutta l’innocenza e l’ingenuità di quell’età.

Non nascondo che ci siano momenti un po’ più complicati, un po’ meno belli. A volte si verificano degli episodi di razzismo: può capitare che un bambino di origine marocchina ne prenda in giro uno di origine egiziana. Sono episodi isolati e rari. Nonostante ciò, noi volontarie interveniamo spiegando loro che è sbagliato e insieme lavoriamo affinché non si ripetano più episodi analoghi. Non è semplice quello che facciamo: ci sono volte in cui siamo stanche, altre in cui c’è lo sciopero dei mezzi e raggiungere la periferia diventa un’avventura.

In quasi un anno di Sharing ho imparato molto: mi sono resa conto di quanto siano infondati e privi di una qualsiasi logica gli stereotipi legati agli immigrati; ho scoperto che la scuola, l’istruzione, l’educazione ricoprono un ruolo fondamentale all’interno della loro cultura; ho visto madri stanche e preoccupate, con molti bambini di cui occuparsi, rivolgermi teneri sorrisi di gratitudine. Sento i bimbi reclamare la mia attenzione chiamandomi “maestra”, anche se non lo sono (e loro lo sanno).

Ogni volta che vado al doposcuola, mi si riempie il cuore di gioia.

Immagine di copertina: Unsplash

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