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She’s Beautiful When She’s Angry: la nascita di un movimento raccontata in un documentario (su Netflix!)

She’s Beautiful When She’s Angry: la nascita di un movimento raccontata in un documentario (su Netflix!)

Diretto da Mary Dore nel 2014 e ora facilmente reperibile su Netflix, She’s Beautiful When She’s Angry è uno dei documentari che più ho rivisto negli ultimi tre mesi e che, ogni volta, mi lascia arricchita di almeno una decina di nozioni in più. 

Reale,  sentimentale, ma non edulcorato nei suoi contenuti, She’s Beautiful When She’s Angry racconta la storia della nascita del movimento di liberazione delle donne negli Stati Uniti d’America dal 1966 al 1971, dandoci uno spaccato a trecentosessanta gradi sulle battaglie, le vittorie, le perdite, le aperture all’intersezionalità e persino gli screzi interni a quello che è stato uno dei movimenti che, più di tutti, hanno segnato la storia della cultura Occidentale (e non solo). Gli echi di She’s Beautiful When She’s Angry risuonano infatti forti fino ai giorni nostri, sottolineando non solo la necessità di un movimento coeso che lotti per le libertà di tutt*, ma anche mettendoci davanti a questioni e criticità che, nel 2017, avremmo già dovuto superare da un pezzo.

Una delle forze maggiori del documentario è data dal fatto che, a parlare, siano proprio le protagoniste che quell’epoca l’hanno vissuta rendendola celebre, e che delle loro diversità hanno fatto una fonte di coraggio e fucina di idee. Sebbene, inoltre, il documentario sia concentrato su quelli che sono gli albori della seconda ondata di femminismo, notoriamente spesso poco incline all’intersezionalità, le sue protagoniste ci mostreranno uno spaccato di storia che fu in realtà molto variegato e multisfaccettato e che ha poi dato, di fatto, il via alla terza e alla quarta ondata di femminismo.

She’s Beautiful When She’s Angry: le protagoniste

Riuscire a inquadrare ogni singola persona che viene “catturata” dalle telecamere di questo documentario è pressoché impossibile, poiché in quegli anni il movimento femminista era davvero in fermento e attivo più che mai, soprattutto negli Stati Uniti. Chi ama soprattutto le letture femministe, però, rimarrà piacevolmente sorpreso nel  vedere (letteralmente) sullo schermo alcuni dei nomi che più hanno fatto la storia del femminismo, raccontare in prima persona cosa le abbia spinte a scrivere quel dato verso, paragrafo o libro, o a mollare tutto e tutti e fondare un movimento senza il quale molti diritti sarebbero ancora un sogno lontano. Fra tutte, ricordiamo:

  • Muriel Fox

Lo ammetto, sentir parlare e vedere immagini di repertorio di Muriel Fox, che nel 1966 ha co-fondato il NOW (National Organization for Women), mi ha fatto un certo effetto. Senza di lei il documentario probabilmente nemmeno ci sarebbe stato, nonché l’inizio di quella che è stata una vera e propria rivoluzione delle convenzioni sociali.

  • Jacqueline “Jacqui” Michot Ceballos

Attivista del NOW nonché una delle storiche organizzatrici dello sciopero nazionale delle donne nel 1970, “Jacqui” ha fondato nel 1993 l’associazione Veteran Feminists Of America e ha contribuito ad arricchire il movimento con tematiche riguardanti l’immigrazione e la lotta agli stereotipi di genere irrealistici (e non richiesti) promulgati dai media.

  • Roxanne Dunbar-Ortiz

Attivista, scrittrice e storica, Dunbar-Ortiz è una delle figure che forse più rappresenta la corrente separatista femminista (nel 1968 fonda Cell 16, un’associazione spesso citata come il primo esempio di “separatismo eterosessuale” della storia contemporanea), totalmente opposta a quella intersezionale della  terza e quarta ondata. Tuttavia, a prescindere da quella che è la propria posizione in merito, la sua opinione trova voce all’interno di quella delle altre proprio a voler sottolineare come, in un momento di così fermento culturale e, paradossalmente, chiusura esterna mentale, fossero necessarie alcune figure più radicali per smuovere le coscienze più assopite.

  • Susan Brownmiller

 La figura di Susan Brownmiller, similmente a quella della Dunbar, è spesso controversa e causa di dibattiti. Uno dei punti cardine del movimento, Brownmiller è tutt’oggi nota principalmente per il suo libro Against Our Will: Men, Women, and Rape, che nel 1975 divenne un vero e proprio bestseller. Le posizioni della Brownmiller, così come il suo apporto al movimento, erano prettamente incentrate sulle questioni legate allo stupro, perpetrato secondo la scrittrice e giornalista dagli uomini nei confronti delle donne, per mantenerle in una sorta di stato intimidatorio del terrore.

  • Kate Millett

Pietra miliare della seconda ondata del femminismo, Kate Millett ha scritto quello che viene considerato come il manifesto del movimento stesso: Sexual Politics, che nei suoi punti focali metteva nero su bianco le teorie legate al patriarcato, alla sessualità (libera), e alla necessità di una rivoluzione dei ruoli di genere. Così come nella vita, nel documentario la testimonianza di Millett dimostra come, quando e perché anche le questioni legate all’orientamento sessuale siano entrate (nonostante le reticenze di nomi come quello di Betty Friedan), all’interno del movimento di liberazione delle donne, contribuendo a cambiarne per sempre il corso.

  • Linda Burnham

Uno dei motivi maggiori che mi hanno spinta a vedere e rivedere  più volte She’s Beautiful When She’s Angry è proprio Linda Burnham, una delle fondatrici dell’organizzazione Black Sisters United, che ha finalmente portato alla luce le questioni legate a razza e classe anche all’interno del NOW. Riassumere l’attività politica e di attivista della Burnham è praticamente impossibile, ma vi garantisco che anche solo per avere uno spaccato più completo su quella che è stata un’ondata tanto controversa quanto sfaccettata, basta ascoltarla parlare per dieci minuti durante questo documentario.

She’s Beautiful When She’s Angry: le tematiche affrontate

Lo ammetto, per i primi quindici minuti del documentario il mio unico pensiero è stato “oh no, non dirmi che devo stare qui ad ascoltare unicamente donne eterosessuali, cisgender, bianche e di classe media parlare di femminismo, per giunta di seconda ondata, senza nemmeno riconoscere questioni che esulino dalle loro”.

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Passati i primi momenti di perplessità, però, sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla moltitudine di questioni toccate dal documentario, che mi hanno dato uno spaccato molto più coerente (e che non conoscevo appieno, perché partivo piuttosto prevenuta), proprio sulla seconda ondata di femminismo. Sebbene, a oggi, non sia d’accordo o comunque veda con occhio diverso alcune posizioni, tutte le questioni toccate da She’s Beautiful When She’s Angry mi hanno arricchita, dandomi spunti di riflessione sul classismo, lo stupro, il diritto all’interruzione di gravidanza, il sessismo e, soprattutto, il machismo.

Il documentario stesso ha proprio preso una piega diversa dal momento stesso in cui la parola “machismo” è stata pronunciata come opposta a “maschile”, facendomi capire esattamente dove e quando sia stato piantato il seme dell’intersezionalità e della lotta alla violenza di genere.

Cosa ci lascia in eredità  She’s Beautiful When She’s Angry?

Guardare She’s Beautiful When She’s Angry è un tuffo al cuore per due motivi: se da un lato riporta alla luce la storia di donne coraggiose alle quali – questioni separatiste con le quali non concordo o meno a parte – dobbiamo molto, dall’altro ricorda quanto ancora ci sia da fare per raggiungere l’uguaglianza e la parità. Sebbene quest’ultimo messaggio possa risultare scoraggiante, le protagoniste del documentario si susseguono l’una all’altra passandosi un testimone che, ancora prima, era passato fra le mani di Mary Wollstonecraft e Emmeline Pankhurst, e che ora è nelle nostre mani, mani di donne, uomini, immigrati, transgender, cisgender e così via.

In un periodo di incertezze sociali e fascismi, She’s Beautiful When She’s Angry regala un’ondata di coraggio, motivazione e certezza che, sono certa, spronerà chiunque a non arrendersi proprio mai.

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