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Due file più indietro: Milano e Louis CK, da un altro punto di vista
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Due file più indietro: Milano e Louis CK, da un altro punto di vista

Redazione
Articolo di Manuel Carminati

L’altra sera ero giusto due file più indietro rispetto a Irene, proprio accanto al tizio che urla “grab that pussy” come si legge nel suo articolo. Penso che Irene abbia spiegato bene cosa sia successo, però voglio aggiungere qualcosa.

Siedo sempre “un paio di file più indietro” di fronte a questi episodi, e questo dà anche i suoi vantaggi: sono un giovane uomo cis etero bianco di cultura occidentale e con una formazione e un tenore di vita elevati, sono il privilegio in persona. Non c’è un problema che mi metta concretamente in pericolo, tranne quelli che mi creo da me o quelli che ideologicamente scelgo di combattere, su cui posso concentrarmi perché posso, massimo dei privilegi, aspettare.
Tutto questo vale ancora di più per un Louis CK.

Quando una persona così sale su un palco ha una scelta: davanti a un pubblico esaltato dalla sua prima (e verosimilmente unica) apparizione, Louis CK poteva scegliere di chiedere scusa e cambiare marcia oppure insistere, anzi, torcere le nostre viscere imponendoci di seguirlo in un percorso verso gli spigoli della contraddizione della libertà individuale e dell’espressione artistica.

Aziz Ansarianche lui oggetto di accuse di comportamenti sessuali inappropriati – ha scelto la prima via, quella del cuore e del perdono, del repulisti più sincero e dell’ammissione di debolezza. Ne è nato un ottimo spettacolo, “Right Now”, ora su Netflix, tanto divertente quanto rivolto umilmente al pubblico, per il pubblico. Un artista che usa le sue battute per farci stare bene proprio quando ci ha fatto stare male. Il parallelismo tra i due personaggi sorge spontaneamente.

Sono contento dello spettacolo di Ansari, ma da Louis CK onestamente avrei voluto l’esatto contrario. Desideravo che mi puntasse quelle sgradevoli accuse in faccia e che, caricato il fucile, mi obbligasse a fissare il grilletto (pun fuckin’ intended) travolto da una sequela di battute viscerali e senza perdono. Bramavo che mi trascinasse giù, nell’inferno in cui si è cacciato fino a quando non ha più senso bruciare e il tuo discorso interno perde di lucidità e capisci che ridere, in nuce, è avere paura.

Louis CK invece ha scelto una terza, insopportabile posizione: fare la vittima.

Qualcuno accusa Irene di essere stata dolce con lui e io credo che bisogna sottolineare un passaggio che forse non trova il giusto peso nel suo articolo. Ho dovuto far sedimentare lo spettacolo un paio di giorni per capire meglio la conclusione ipocrita a cui Louis CK ha voluto condurci.

Questa è la sequenza iniziale dello spettacolo: il protagonista sale sul palco e rompe il ghiaccio con una battuta piuttosto vaga sulle accuse ricevute, in cui si mostra pentito e dispiaciuto ma anche vittima dell’impreparazione; poi ci strappa un sorriso complice dicendo che dopo tutto “sono bravo a masturbarmi, preferisco farlo in compagnia” e che ha passato un anno orrendo perché ora tutti sanno qual è “la sua cosa”, noi siamo fortunati che gli altri non lo sappiano, con uno sguardo confuso, trovando una generica complicità e compassione tra il pubblico; infine, dopo qualche battuta qualsiasi, arriva una scena (veramente mediocre) sulla vecchia nenia del “non si capisce mai cosa vogliano le donne”.

Necessaria parentesi: il film What Women Want è uscito ormai diciannove anni fa (e sembrano quaranta), si sperava che avessimo chiuso definitivamente il capitolo “gli uomini vengono da Marte, le donne vengono da Venere” e l’avessimo lasciato agli autori di Colorado Café. Le battute dei mariti che non capiscono le mogli avevano smesso di far ridere anche anni prima di quel film di merda.

Ciò detto, il filo di Arianna che ci guida per tutto lo spettacolo è onestamente mediocre, violento e mediocre. Perché una persona come Louis CK ha la possibilità di riflettere sulle accuse che ha ricevuto e su quali siano i meccanismi alla base di comportamenti simili. Lo strumento con cui si arriva a scrivere spettacoli come quelli a cui ci ha abituato, tremendi e divini allo stesso tempo, è frutto di un delicato equilibrio tra aggressività, desiderio di controllo e capacità di manipolazione che se ben utilizzate si catalizzano negli sketch che lo hanno reso, per molti, il miglior comico vivente.

Il comico nevrotico, arrabbiato col mondo avrà sempre il suo effetto, la sua rabbia sarà spesso anche la nostra e, devo ammetterlo, l’altra sera in molti ci siamo spanzati dalle risate con le sue gag, la sua mimica, il ritmo serrato delle freddure. Ma la scelta retorica di Louis CK per questa tournée, il tema di fondo dello show è di “guardarsi l’ombelico”, come giustamente scrive Davide Piacenza su Wired. Lo spettacolo, che gira insistentemente attorno al sesso, non porta da nessuna parte se non a lui stesso e quindi alla sua condizione. L’autore ci aveva abituati a rivolgere tutta quella rabbia, quella nevrosi ultra-Allen, quel nero profondo da stand-up comedy verso noi stessi, verso le proprie e altrui contraddizioni, verso le storture e gli errori marchiani della società; quella stessa rabbia oggi sembra accartocciata, inutile sia per redimere se stesso che per infrangere le regole, tutta spesa verso un politicamente scorretto sempre divertente ma anche un po’ trito e ben pensato per non offendere i presenti (pare, leggendo le recensioni, che nella replica sia stata tolta una battuta fischiata il giorno prima).

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So che riuscirai a farmi ridere ancora con la tua ironia, Louis, ma il personaggio arrabbiato sul palco e quello aggressivo nella realtà si sono corrotti e la loro sgradevolezza ora non distrugge e non costruisce, non scavalca confini. E io non ci casco: non mi farai dire che “era soltanto una sega e poi queste qui non si capisce mai cosa vogliono” e fare così da volano a un tuo rilancio senza ricostruzioni. Il comico ha un potere enorme sul suo pubblico e tu lo hai usato per tutelare te stesso.

A Milano ci affanniamo per rimanere il baricentro della cultura italiana ma siamo contemporaneamente alla periferia della cultura occidentale. Il giorno seguente Louis CK avrebbe fatto tappa in Polonia e poi ancora in Bulgaria. Penso che questo dia una dimensione del suo attuale percorso, una fuga dall’Atlantico per chi non è più profeta in patria. A inseguirlo, platee disposte a cifre notevoli e quelle accuse che, così snobbate e manipolate, rimangono imbarazzanti. Non credo sia un caso essere ripartiti da questo lato dell’Europa: qui ha trovato territori inesplorati, su cui sperimentare alcuni sketch e la propria presenza scenica. Ha trovato un pubblico misto: molti giovani preparati e che non hanno lesinato critiche; molti volti noti, anche giornalisti, a timbrare il cartellino; e infine i fan più esaltati, elettrizzati dalla sua semplice presenza. Quelli che hanno applaudito a ogni battuta, perdendosi interi stralci di spettacolo.

Ne era un buon esempio il tizio che Irene ha sentito urlare. Non “Grab that pussy!” (quantomeno sarebbe stata una citazione) ma “Like the pussy!” e poi in italiano “Viva la figa!”, perché fosse chiaro a tutti cosa intendesse col suo inglese impreciso, compresa la donna al suo fianco. Questo tizio, ben al di sopra dei quarant’anni, come altri ha passato lo spettacolo ad applaudire sguaiatamente per ogni battuta con riferimenti sessuali e a lamentarsi, anche bueggiando, per le battute davvero scorrette, davvero black. Ora, Louis, è questo il pubblico che vuoi tenerti stretto? È questo lo spettacolo che vorrai trascinare?

Dice bene Stefano Piri in questo bellissimo pezzo su Esquire: il mondo è cambiato in fretta in questo ultimo paio d’anni e Louis CK è rimasto se stesso, la peggiore delle condanne che gli potessero comminare. Dopo questo spettacolo ho purtroppo poca fiducia che ne possa uscire, che si stia velocemente destinando all’irrilevanza. Abbiamo altro.

PS: Joe List, il giovane comico che ha aperto – alla grande – la serata, appare nella serie “The Standups” di Netflix. Ve lo consiglio insieme a “Right Now”, ovviamente.

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