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Street Scream, o sul valore sempre attuale delle idee semplici (in chiave francese)
Dark Light

Street Scream, o sul valore sempre attuale delle idee semplici (in chiave francese)

Benedetta Geddo

Non vorrei cadere nel banale, ma è vero che il legame che si crea tra lo sconclusionato studente Erasmus e la città che lo ospita per una durata di tempo variabile è speciale. Almeno, so che per me è così – quando sono arrivata a Chambéry, nel bel mezzo delle alpi francesi, onestamente volevo tornarmene a casa a gambe levate, ma adesso quando guardo fuori dalla finestra la mia pianura piemontese non mi manca poi più di tanto. Quando poi passeggiando per il centro storico trovo un progetto come Street Scream, allora il mio affetto aumenta un bel po’. Per la femminista militante che si nasconde dietro alla mia maglia di Darth Vader queste cose non possono mai passare in sordina, e quindi non potevo raccontare tutto anche a voi, lettori di Bossy?

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Street Scream, grido di strada. È il progetto di street art realizzato da Hugo Szczepaniak e Roby Personnaz per le strade di Chambéry, ed è geniale nella sua semplicità: sette paia di scarpe, sette QR code, sette luoghi della città in cui sono avvenuti stupri e harassment e violenze sulle donne. Tre ingredienti che insieme hanno creato un progetto valido, e dal messaggio sempre potente, che purtroppo non ha ancora perso importanza. Per ogni paio di scarpe, un QR code che, se scannerizzato, rimanda alla foto di un volto femminile, in lacrime o in collera, un ventaglio di emozioni per una denuncia che è silenziosa, nonostante ci sia un grido nel titolo del progetto, ma non per questo meno importante.

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Andare in giro per la città a cercare i sette paia di scarpe è stata la mia prima vera esperienza da «giornalista sul campo», io e la mia macchina fotografica e le mie cuffie sulle orecchie ― qualche paio era già sparito perché #maiunagioia, ma sono riuscita a scovare gli altri, a guardare le foto associate al QR code, a rifletterci su. E a fare un paio di domande a uno dei realizzatori del progetto, Hugo Szczepaniak. Ringraziamo anche le mie immense skills in francese per questa intervista (in cui ho chiesto «scusa, puoi ripetere?» almeno venti volte perché sette mesi in Francia sì, ma per l’argot francese proprio non c’è speranza).

B. Com’è nata l’idea per Street Scream? Qual è stata la sua genesi?

H. È stato un progetto per l’Università, dove studio Comunicazione. Avevamo da realizzare un’opera in strada, ovunque volessimo nella città, e secondo me il tutto doveva avere anche un aspetto di denuncia.

B. E perché hai scelto proprio questo soggetto?

H. Perché è un tema che sento molto vicino. Ha continui effetti su molte delle persone con cui vengo a contatto ogni giorno, sulle mie amiche, e ormai è da molto che mi sono informato e documentato sui problemi delle molestie stradali. Era molto importante per me parlarne.

B. Qual è stato il processo creativo dietro al tutto? Come l’avete davvero realizzato?

H. Per prima cosa abbiamo raccolto le scarpe, di qualsiasi modello fossero. Non volevamo basarci su dei cliché, ci bastava che ogni paio appartenesse davvero a una ragazza. Ci siamo poi informati sui posti dove posizionare le scarpe, e come ultima cosa abbiamo fatto le foto. C’è stato anche tutto un lavoro dietro agli scatti, perché quello che volevo era un’emozione vera e autentica, e quindi abbiamo discusso molto con le modelle.

B. Mi sembra di aver capito che abbiate ricevuto anche delle critiche per questo progetto. È vero?
H. Oui. Mi è stato rimproverato di essere un uomo, e quindi di essermi immischiato in una questione che non mi riguarda per niente, e che quindi non dovrebbe interessarmi.

B. «Non dovrebbe interessarmi»… Mi ricorda il discorso di Emma Watson, fatto per presentare al mondo il suo HeForShe, quando ha detto che «il femminismo è anche per gli uomini» e di certo non fatto per escluderli. Mi verrebbe da chiederti cosa pensi di questa frase.
H. Rientra perfettamente nello stesso discorso delle critiche che ho ricevuto. Non penso che lottare contro la stupidità della società sia una prerogativa esclusivamente femminile. È un peccato che ci sia ancora qualcuno che rifiuta e rigetta gli sforzi di qualcun altro: non serve molto allo scopo ultimo. Anzi.

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B. Com’è la situazione della violenza di genere in Francia? Si sta facendo qualcosa a livello nazionale, magari per sensibilizzare il pubblico?

H. So che ci sono molte città che fanno tanta informazione, da qualche anno a questa parte, ingaggiando anche degli artisti locali o non. La città di Lione ha anche messo in piedi tutto un programma contro le molestie sui mezzi pubblici.

B. E sono sforzi sufficienti, secondo te?
H. In realtà no, non proprio. Ci sono ancora tanti posti, Parigi prima di tutti, dove la questione è veramente rimasta all’età della pietra. Penso che non sia solo possibile fare molto, molto di più, penso che sia anche necessario.

B. Hai una sorta di ultimo commentaire al Street Scream che ti piacerebbe esprimere?
H. Sono davvero contento di aver potuto far passare un messaggio contro la violenza di genere in questo modo. Ho messo il cuore in quello che ho fatto, e spero che il progetto abbia smosso le persone che l’hanno visto, che le abbia fatte pensare e riflettere.

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È vero, Street Scream è un progetto scolastico, piccolino, che forse non cambierà il mondo. Ma mi ha scaldato il cuore vederlo per le strade di questa città che è diventata un po’ la mia seconda casa. Mi ha ricordato che in realtà anche la più piccola manifestazione, anche la più piccola onda aiuta. Anche il più piccolo grido si unisce alla voce, e la rende più forte. Capace di farsi sentire

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