Stai leggendo
Tutte le nostre storie: rompiamo il silenzio
Dark Light

Tutte le nostre storie: rompiamo il silenzio

Redazione
Articolo di Laura Z.

Non so bene né da dove né come iniziare, per cui comincerò, banalmente, col presentarmi. Sono Laura, ho 22 anni e sono qui per parlare del mio blog, “Tutte le nostre storie”. Per la precisione, parlerò delle ragioni che mi hanno spinta a realizzarlo. Posso affermare che formalmente ha preso vita nel settembre dello scorso anno, non troppo tempo fa dunque, ma in verità lo covavo dentro me da molto più tempo. Perché, se devo essere sincera, non è stato altro che l’incarnazione della necessità di parlare di un fatto che mi ha stravolta.

Non voglio ora soffermarmi sul fatto in sé, lo vedo superfluo, preferisco argomentare le varie motivazioni che mi hanno portata ad aprirlo. Per spiegarlo voglio partire dal suo nome: “Tutte le nostre storie”. Com’è intuibile, l’idea era quella di creare una sorta di comunità, uno spazio sicuro nel quale le vittime di violenza potessero condividere la propria storia lasciando da parte la vergogna, la paura del giudizio della gente, rinnegare lo stigma di vittima. Rompere il silenzio.

Dopo essermi ritrovata a vivere qualcosa che andava contro la mia volontà, dopo essermi sentita terribilmente impotente, dopo aver sentito di non appartenermi più, ho deciso che mi sarei ripresa tutto ciò di cui sentivo d’esser stata privata: la mia facoltà di volere. La mia persona. Nel caos di tutto ciò che provavo mi sono resa conto che sentivo come l’obbligo di nascondere quel vissuto per la paura di quello che le persone avrebbero potuto pensare o dire. Volevo poter raccontare senza sentire addosso il giudizio della gente. È per questo che si cade nel silenzio, nel senso di vergogna. È per questo che la tua volontà continua a essere stuprata. Perché la società non sa affrontarsi. La cultura dello stupro è insita in tutti noi. Ed è proprio per questo che abbiamo il dovere di parlarne.

In tutta onestà, mi spaventava l’idea di mettermi a nudo, di dichiarare la mia identità; ne ho parlato con tante persone, una di queste mi ha detto “Laura, io ti capisco, so di cosa parli, ma la gente non è pronta per parlare apertamente di questo. Non dire chi sei”. Ebbene, è stato allora che ho deciso che non mi sarei più nascosta. Se davvero dovessimo aspettare di essere pronti, senza mai metterci nelle condizioni d’esserlo, non lo saremmo mai. Il momento giusto è quello che vivi adesso. Il mio può essere considerato una sorta di atto politico contro una società indifferente, distante e talmente chiusa in sé stessa da non riuscire a vedersi davvero. Perché siamo tutti pronti a giudicare ciò che vediamo (una ragazza che torna a casa di notte, magari anche sbronza), ma nessuno si chiede davvero come sia stato possibile (com’è possibile che una persona si prenda il diritto di aggredirne un’altra). Ci fermiamo alla superficie senza farci le domande che ci permetterebbero di capire quanto distorta sia la visione che abbiamo della realtà.

Perché la triste verità è che, volenti o nolenti, in un modo o nell’altro, la colpa ricade quasi sempre sulla vittima. Tutti gli occhi sono puntati su di lei, difficilmente si va oltre, perlomeno non come dovremmo. Attenti alla nazionalità di aggredito e aggressore, dimenticandoci che è di persone che si parla. Augurando castrazioni chimiche, applaudendo, indignandosi due minuti per poi tornare a insultare.

Dopo il mio percorso di superamento del trauma, sentivo la necessità di fare qualcosa. L’idea di rimanere inerme, semplicemente accettando quanto subito e andare avanti, non mi andava a genio; e questo per il semplice motivo che sapevo che non si trattava esclusivamente di me, ma di noi tutti. È una realtà esistente, che si abbatta contro te o contro chiunque altro, o per quanto l’allontani, quella resta là, fissa nel presente. E un giorno quel qualcuno potrai essere tu. Ciò che sentivo di fare era usare le parole che avevo, che ho, per parlare di tutto questo. Perché posso accettare ciò che ho vissuto, ma non posso accettare che ciò continui ad accadere sotto l’indifferenza generale.

È inutile sputare odio, giudicare e dire “se l’è andata a cercare”. Dobbiamo chiederci perché continui a risultare così difficile denunciare, perché dobbiamo sentirci costrette ad aver paura di girare sole la notte solo perché siamo donne. Perché continuiamo a sottostare a questo stato di cose? Se sei donna e torni da sola a casa la notte molto probabilmente incontrerai qualcuno che vorrà approfittare di te, è questo che ti insegnano. Perché, probabilmente, incontrerai qualcuno che ti ricorderà che non è bene stare sola dopo una certa ora, quindi bada bene a ciò che fai.

Ma la verità è che queste cose non succedono esclusivamente al buio, quando sei sola, il vero problema è che al buio ci rimangono. Molto spesso, troppo spesso, succedono nel buio delle mura domestiche. Il 70% delle vittime conosce il proprio aggressore. Quindi non veniteci a dire, non diciamoci, per favore, che ce la siamo andata a cercare. Perché non è così. Non è amando qualcuno che si rivela un violento, né girando sole per la città che ci mettiamo nelle condizioni di subire soprusi e vessazioni. Ma se è così che la pensi, non stai facendo altro che legittimare questa triste e malata realtà. Dobbiamo smetterla di insegnare alle bambine che bisogna aver paura e ai bambini che devono essere forti e coraggiosi a tutti i costi, e cominciare a prendere coscienza del fatto che non è il nostro sesso a fare di noi ciò che siamo. Insomma, è davvero così difficile rendersi conto che siamo solo persone?

“Per quanto voi vi crediate assolti
Siete per sempre coinvolti”
Fabrizio de Andrè, Nella mia ora di libertà

Sul blog di Laura si legge:

Questa pagina è nata dall’esigenza di dare voce alle vittime di violenza, qualunque sia il loro sesso, in modo tale da abbattere la barriera mentale che ci impedisce di affrontare questo grande problema sociale. Invito chiunque a condividere la propria storia, liberarsi da un peso. Dobbiamo rompere il silenzio e dare voce alle parole che la società si rifiuta di ascoltare, che sono le stesse che temiamo di pronunciare.

Potete mandare la vostra storia per condividerla (mantenendo segreta la vostra identità) alla seguente email: tuttelenostrestorie@gmail.com

Qui trovate il blog Tutte le nostre storie

Associazione Bossy ® 2020
Via Melchiorre Gioia 82, 20125 Milano - P.IVA 10090350967
Privacy Policy - Cookie - Privacy Policy Shop - Condizioni di vendita