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Promettimi che non finiremo così: “Pigiama, computer e biscotti” di Alberto Madrigal
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Promettimi che non finiremo così: “Pigiama, computer e biscotti” di Alberto Madrigal

Davide Genco

NELLE PUNTATE PRECEDENTI: noi di Bossy abbiamo intervistato l’anno scorso Alberto Madrigal per farci raccontare quella che allora era la sua “trilogia berlinese” – trittico di graphic novel composto da “Un lavoro vero”, “Va tutto bene” e “Berlino 2.0”.
Proprio in quell’occasione il talentuoso fumettista spagnolo ci aveva anticipato quale sarebbe stata la sua opera successiva e finalmente eccoci qui, a tenere fra le mani “Pigiama Computer Biscotti”, edito da Bao Publishing.

Il fumetto racconta i momenti che precedono la nascita del primo figlio di Alberto e la presa di consapevolezza del protagonista della sua nuova condizione di padre, con tutte le riflessioni che questo implicherà nella sfera interpersonale e in quella professionale.

Berlino rimane ovviamente a fare da sfondo anche questa volta, ma se nei precedenti lavori l’artista giocava a un continuo salto dal pubblico al privato, qui il suo sguardo sceglie di concentrarsi decisamente sul secondo ambito. Un’altra differenza è che questa volta la natura autobiografica del racconto non viene più mascherata da un finto “avatar”: il protagonista adesso è proprio Alberto, che condivide una sorta di diario personale con il lettore in cui non mancano paure, aspettative e ambizioni.

Con un escamotage metanarrativo che mi ha ricordato le premesse di “Otto e mezzo” di Fellini, l’autore comincia raccontando la sua crisi di ispirazione e il tentativo di dare alla luce il suo nuovo graphic novel. Ma, mentre la storia si dipana, risulta chiaro che quella che Madrigal ci sta raccontando non è la genesi di un graphic novel che non arriverà mai, quanto invece il suo ultimo anno e il percorso di consapevolezza che lo porterà a essere padre.

Non parliamo a caso di “percorso”: al di là delle indiscusse qualità visive di Madrigal, sul piano narrativo una delle sue doti migliori è proprio la sincerità. Alberto ci confida che essere padre non è una condizione innata e che il modo migliore per assumere questo ruolo è quello di essere pienamente consapevoli delle responsabilità, delle rinunce e delle gratifiche che questo comporta, andando oltre la facile narrazione che comunemente celebra l’arrivo del figlio come qualcosa di dovuto.

In questa lucida analisi dei ruoli, traspare un grande rispetto per la compagna: Alberto ne riconosce il ruolo centrale, fa autocritica su quanto lui possa esserle davvero utile e non si permette mai di giudicare o di “tirare a indovinare” su come lei dovrebbe sentirsi; anche quando raggiunge il massimo dell’empatia, l’autore mette sempre in chiaro che il suo è un “guardare da fuori”, posizione che ho trovato narrativamente coerente ed eticamente ineccepibile.

Madrigal è un autore che lascia consapevolmente che sia la storia a dettare lo stile, come ci rivelò proprio nell’intervista dell’anno scorso parlandoci di come avesse perfezionato il suo: in questo senso, il maggiore slancio autobiografico determina alcuni cambiamenti stilistici rispetto a quanto visto in precedenza.

Noto per essere il colorista delle copertine di Zerocalcare (che qui compare per consigliare ad Alberto di aprire il proprio blog – che effettivamente aprirà), stavolta l’autore abbandona la sua caratteristica palette calda sabbiosa per lasciare spazio a un bianco e nero che conferisce un tono di maturità documentaristica al tutto, quasi di distacco, per pudore verso i personaggi reali che animano le vicende. Anche la divisione in capitoli del racconto contribuisce a dare una struttura precisa alla narrazione, che benché tratti appunto di vita reale vissuta riesce a comunicare al lettore chiaramente una riconoscibile dinamica di crescita, evoluzione e climax conclusivo mentre si orienta fra i ricordi di Madrigal.

Proprio rispetto alla gestione dell’arco narrativo, vorrei porre l’accento su una scena molto interessante in cui il cartoonist ancora incerto sulla piega che prenderà il suo fumetto dialoga con un esperto sceneggiatore che lo apostrofa con un:

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“Albè, racconti storie come le ragazzine”.

Tradotto: Madrigal non si rifarebbe nei suoi racconti alla classica struttura in tre atti dove il protagonista ha un obiettivo e lotta per raggiungerlo (il classico approccio del “viaggio dell’eroe”, definito dal suo interlocutore come “maschile” e che potete ritrovare in un film qualsiasi di supereroi, per intenderci), ma piuttosto procede per emozioni, senza un percorso preciso (una modalità invece definita “femminile”).

Cosa vorrà davvero dire questa dicotomia? Che senso ha ridurre uno stile narrativo a uno stereotipo di genere? Madrigal stesso in quanto uomo ribalta con le sue opere la convinzione che solo le donne siano inclini a una narrazione più “circolare”. La verità è che avrebbe più senso dimenticarci completamente del genere di chi scrive una storia, e parlare invece di diversi tipi di sensibilità. Se pensiamo al cinema, opere come quelle di Sofia Coppola o di Federico Fellini appunto, ma anche il “mumblecore” di Joe Swanberg o di Lena Dunham, possono fregiarsi di questo metodo indipendentemente dal fatto che il regista sia un uomo oppure una donna.

A questo proposito, nel suo fondamentale saggio “Capire, fare e reinventare il fumetto” il raffinato cartoonist Scott McCloud individua nella narrativa non fiction una delle opportunità di maturazione del medium fumetto. Ecco, con questo diario illustrato della sua paternità Alberto Madrigal ci consegna il suo lavoro migliore e un importante tassello in questa direzione.

Gi artisti che riescono a coniugare bellezza e sincerità si contano sulle dita di una mano al giorno d’oggi. Perciò, quando li scoprite, teneteveli ben stretti.

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