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Rocketman, la vera fantasia di essere Elton John
Dark Light

Rocketman, la vera fantasia di essere Elton John

Rachele Agostini

“Come fa, un ragazzo grassottello venuto dal nulla, a diventare un musicista?”

Rocketman, il racconto della vita straordinaria di Elton John, è arrivato nei cinema di tutto il mondo il 31 maggio (ma in alcuni Paesi, Italia compresa, ha debuttato con due giorni di anticipo) come ultimo di una serie di film che costituiscono la tendenza cinematografica del momento: i biopic sui grandi musicisti.

È il risultato di un processo di lavorazione turbolento, che ha mosso i primi passi dodici anni fa e ha subìto molti arresti e cambi di direzione, ma ha sempre potuto contare sull’attesa spasmodica di centinaia di migliaia di fan. Seppur non libero da polemiche (di cui l’ultima quella legata alla censura che la Russia ha imposto al film), almeno per ora sembra entusiasmare in egual misura critica e pubblico.

 

Tra i diversi eventi di presentazione del film, spicca la première del 16 maggio al Festival di Cannes dove, alla presenza dello stesso Elton John, è stato presentato fuori concorso e accolto con cinque minuti di standing ovation.

 

Un momento però.
Chiamarlo biopic, mi perdonerete, non è proprio corretto. Perché, parliamoci chiaro: chi entra in sala aspettandosi una riproduzione fedele e accurata della vita del baronetto del rock, è destinato ad uscirne molto deluso.
L’attaccamento alla realtà biografica è minimo e la narrazione non va più in là dei primi anni 80’. I dialoghi risultano molto teatrali, gli elementi surreali abbondano e i successi che Elton John porta sui palchi più prestigiosi del mondo da quasi cinquant’anni non sono utilizzati in ordine cronologico, né sono cantati dalla sua voce.

Questo perché Rocketman è prima di tutto un musical. Un musical vero e proprio.
Le canzoni non esistono quasi mai realisticamente in quanto canzoni, sono piuttosto performance musicali che mandano avanti la narrazione – o in alcuni casi musica di sottofondo, colonna sonora nel senso più classico del termine.

Già presente nelle immagini promozionali, la sequenza della storica performance di Elton John presso il locale Toubadour di West Hollywood è uno dei tanti momenti assolutamente surreali che il film regala.

 

Una scelta stilistica per cui diventa del tutto insensato fare paragoni (o addirittura ipotizzare rivalità) con altri biopic che, anche quando molto vicini a questo per ambientazione e nei temi trattati, si affidano ad una narrazione lineare e realistica.
Una scelta azzardata – perché il musical non è un genere che soddisfa tutti i tipi di pubblico – ma allo stesso tempo l’unica che potesse rendere giustizia a quella vita e quella personalità.
E no, non lo dico io, una persona naturalmente portata a impazzire per qualunque cosa includa numeri musicali e decisa a elevare il musical a genere cinematografico supremo. Lo dice Elton John, che del film è anche produttore (insieme al marito, David Furnish), e lo ha voluto così fin dalle prime discussioni sulla sceneggiatura. Il solo modo per raccontare la sua realtà è vivere la sua fantasia, diceva una scritta alla fine del primo trailer.

Ci rendiamo conto già dopo i primi minuti che ciò a cui stiamo assistendo non è una narrazione ordinaria. Non vediamo quel che davvero è successo nella vita di Elton, ma quello che lui, dalla sedia del rehab in cui ha fatto irruzione con ancora indosso un costume di scena decisamente audace, racconta a chi gli è seduto vicino.

 

Il numero di costumi presente nel film è esorbitante. Basti pensare che sono circa cinquanta solo le montature di occhiali utilizzate.

 

Elton è protagonista, ma è anche narratore. Un narratore inaffidabile, che dilata il tempo, salta da un avvenimento all’altro e distorce i ricordi con il peso delle emozioni ad essi collegate.
Soprattutto, è spinto al racconto da un malessere profondo e insostenibile, che lo ha fatto precipitare in un tunnel di dipendenze e comportamenti autodistruttivi.

Seguendo il suo sguardo vediamo il bambino paffutello di un sobborgo inglese trasformarsi in una rockstar, e incontrando le persone che più hanno definito quel percorso capiamo cosa ha trovato e cosa ha perso lungo la strada, cosa gli è successo davvero.
Conosciamo i suoi genitori, Sheila e Stanley, egoisti e assenti (interpretati da Bryce Dallas Howard e Steven Mackintosh), e con loro la feroce paura della solitudine che Elton porta con sé nell’età adulta. Incontriamo John Reid (Richard Madden), suo produttore ma per un periodo innanzitutto suo amante, e vediamo nel degenerare della loro storia quanto il bisogno estremo di essere amati possa portare a vedere come amore anche quel che amore non è. Troviamo in Bernie Taupin (un luminoso Jamie Bell), amico e partner artistico incontrato per caso grazie ad un annuncio sul giornale, l’unico legame davvero stabile e positivo; la loro è, in un certo senso, la vera storia d’amore di questo film.

 

La trasposizione cinematografica della relazione fra Elton John e John Reid include una scena d’amore, che ha fatto di Paramount la prima major cinematografica a mostrare esplicitamente rapporti sessuali omosessuali.

 

Siamo con Elton mentre gli prendono vita sotto le dita canzoni destinate a diventare successi immortali, mentre incanta ed entusiasma le folle dal Troubadour al Dodger Stadium, mentre firma autografi e si circonda di lusso.
Ma ci siamo anche mentre fatica ad accettare la propria identità di uomo omosessuale, nel suo continuare a sentirsi abbandonato e rifiutato, ed ogni volta che l’adrenalina del successo diventa una dipendenza che viene ricercata costantemente in qualsiasi eccesso.

Anche se da come ne ho parlato finora potrebbe sembrarlo, non penso che questo film sia perfetto. Tutt’altro. Risulta un po’ troppo sbrigativo in alcuni punti, un po’ troppo teatrale per il cinema in altri e – senza voler rivelare troppo – sbrodola sul finale cadendo nella retorica e forse anche un po’ nel patetismo.
Eppure, alla fine, comunque funziona.

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Funziona grazie alla casa di produzione Paramount, che (dopo qualche esitazione) ha dato al film l’audacia visiva che meritava.
Funziona grazie al produttore musicale Giles Martin e al costumista Julian Day, che tenevano fra le mani l’essenza della presenza scenica di una delle più grandi icone musicali della storia e sono riusciti, riarrangiando brani (reperibili anche nell’album della colonna sonora) e ridisegnando abiti (attualmente in mostra a Los Angeles come vere e proprie opere d’arte), a reinventare Elton senza mai mancargli di rispetto.
Funziona grazie al regista Dexter Fletcher, che con la sua visione ha dato credibilità all’incredibile; e funziona grazie al cast, forte di un ensemble in grado di offrire performance davvero convincenti (anche i “piccoli Reggie”, Matthew Illesley e Kit Connor, vanno menzionati), ma soprattutto per l’incredibile prova attoriale di Taron Egerton.

Ecco, avevo talmente paura di lasciarmi trascinare dall’amore che nutro nei suoi confronti e risultare una tredicenne che scrive al Cioè parlando di lui, che sono arrivata fino a qui senza mai nominarlo. Lui, che si porta sulle spalle l’intera storia e ha dato a quest’interpretazione tutta la sua voce e le sue energie ogni singolo giorno della lunga lavorazione, riuscendo nel compito difficilissimo di diventare Elton senza mai scimmiottare né cadere nella macchietta. Lui che è anima e centro del film – e la vera ragione per cui mi ci sono affezionata tanto.

 

Dopo molti tira e molla che vedevano nel ruolo di Elton John nomi molto più noti, fu proprio lui a scegliere Taron Egerton, con il quale ha sviluppato ora un’amicizia autentica.

 

Rocketman non è la storia di come Reg Dwight è diventato Elton John, ma piuttosto di come queste due dimensioni dello stesso individuo abbiano lottato per anni una contro l’altra, prima di fare pace.
E di più: è la celebrazione della vita e dell’arte di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, che arriva proprio mentre sta girando il mondo per mettere un punto alla propria carriera (Farewell Yellow Brick Road, il suo tour d’addio lungo quasi tre anni, sta giungendo al  termine, e dopo essere già passato da Verona tornerà a Lucca a luglio).

Una tragicommedia musicale schizofrenica e sopra le righe, il cui messaggio profondo però arriva forte e chiaro: non si è mai, mai troppo in basso per rialzarsi in piedi.

 

 

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