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Torna l’Award Season: tra nomination, polemiche e il caso Kevin Hart
Dark Light

Torna l’Award Season: tra nomination, polemiche e il caso Kevin Hart

Rachele Agostini

Succede ogni dicembre. Prima lentamente e poi sempre più in fretta, tutto si prepara per il periodo più bello dell’anno, the most wonderful time of the year. C’è chi è più entusiasta e chi più disinteressato, ma chiunque avverte almeno un pochino il cambio di atmosfera. Non si può restare indifferenti alla sua magia.

Sto parlando, l’avrete capito, dell’Award Season.

(Scusate il tentativo di incipit spiritoso, giuro che non lo faccio più)

L’Award Season è letteralmente la stagione dei premi: una manciata di mesi all’inizio di ogni anno, in cui il mondo dell’intrattenimento tutto – cinema, televisione, teatro e musica – assegna riconoscimenti di grande prestigio alle opere che hanno contribuito a ridefinire l’anno precedente e alle figure a esse collegate.
Ho detto “dell’intrattenimento tutto”, ma non è proprio esatto. Con la sola eccezione dei premi BAFTA (che, avvenendo nel Regno Unito, spostano in piccola parte l’attenzione sull’Europa) ciascuna delle cerimonie che ogni anno animano i freddi mesi invernali ruota intorno al mondo di Hollywood.

Ah, Hollywood. Che fascino.
L’alta moda, i teatri luccicanti, i party esclusivi, le polemiche. Le polemiche?
Sì.

Negli ultimi due anni in particolare – in risposta all’elezione di Donald Trump a Presidente prima, e allo scandalo molestie scatenato dal caso Weinstein poi, ogni evento mondano relativo a Hollywood è intriso di messaggi dalla forte valenza sociale e politica. E dove c’è la politica, si sa, ci sono le polemiche.

 

Lo scorso anno, ricevendo il Golden Globe alla carriera, Oprah Winfrey ha tenuto un discorso, che è già simbolo della coscienza civile del mondo dello spettacolo.

 

L’Award Season di quest’anno non fa eccezione e, mentre ancora se ne prepara l’inizio, già abbondano le discussioni, in particolare intorno alle due cerimonie che ne sanciscono formalmente l’apertura e la chiusura: quella dei Golden Globes (i premi a cinema e televisione assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association) e quella degli Oscar, ufficialmente Academy Awards.

Ora, siccome “mondo dello spettacolo”, “politiche sociali” e “polemiche” sono le tre cose che preferisco al mondo, e ogni anno mi ritrovo a seguire tutta l’Award Season con una passione più morbosa di quello precedente (se mi state immaginando passare intere notti in bianco per seguire le cerimonie in diretta, avvolta da un bozzolo di coperte e con gli occhi prosciugati dallo sforzo di seguire contemporaneamente gli streaming e i commenti in tempo reale su Twitter… beh, avete ragione) lasciate che vi racconti le prime discussioni avvenute nei giorni scorsi.

Le Nomination ai Golden Globes

La 76ma edizione dei premi considerati anticamera degli Oscar e degli Emmy andrà in onda il 6 gennaio, nella consueta cornice di Beverly Hills, e sarà condotta da Sandra Oh e Andy Samberg, una coppia che durante gli scorsi Emmy fu assemblata per caso per annunciare una categoria e suscitò nel pubblico grandissimo entusiasmo.

“Il vincitore è La La Land!” “No, non lo dire! Di’ tutto ma non quello!”

Nella mattina (pomeriggio da noi) di giovedì sono state annunciate le nomination con una cerimonia ufficiale alla presenza della stampa, secondo la tradizione.
Secondo un’altra tradizione, più recente, l’Internet è esploso di commenti per ogni nome che veniva proclamato e le discussioni ancora non si sono fermate.

Le voci principali sono tre:

  • Da una parte c’è chi si dice estremamente soddisfatto per una diversità etnica che non ha precedenti: la metà esatta delle dieci nomination totali a Miglior Film – suddivise nelle categorie “Drammatico” e “Commedia o Musical” – è andata a racconti che hanno per protagonisti personaggi non bianchi; tra i cinque candidati a Miglior Regia ci sono l’afroamericano Spike Lee (per BlacKkKlansman) e il messicano Alfonso Cuarón (per Roma); anche fra le nomination per le performance attoriali, cinematografiche come televisive, la diversity non manca.
  • Dall’altra c’è chi sostiene che invece non sia abbastanza, lamentando il fatto che questa diversità ha un solo genere: non c’è nessuna donna fra le nomination per la miglior regia, tra gli otto nomi annunciati nella categoria Miglior Sceneggiatura soltanto uno è femminile e soltanto due delle quindici attrici nominate per le loro performance sul grande schermo – Miglior Attrice Drammatica, Miglior Attrice in una Commedia, Miglior Attrice non Protagonista – non sono bianche: Constance Wu (prima attrice asiatica a ricevere una simile nomination negli ultimi 45 anni, per Crazy Rich Asians) e Regina King (per il suo ruolo secondario in If Beale Street Could Talk).
  • Infine c’è anche un terzo gruppo, costituito dalle persone che si scagliano contro il politically correct, secondo loro divenuto una moda e responsabile di far prevalere il messaggio sociopolitico di certe nomination (e le eventuali vittorie) sulla qualità artistica dei prodotti. Un gruppo di persone a cui non posso proprio evitare di dare una risposta, anche se forse non la leggeranno mai: davvero dopo ottant’anni ancora non è chiaro che la valenza di questo genere di cerimonie è sempre rivolta più alla dimensione sociale dell’intrattenimento che a quella artistica? E negli ultimi anni ancora di più? Se volete discutere del valore squisitamente artistico dell’intrattenimento, forse è meglio se date un’occhiata solo ai Festival, che si tengono in autunno.

Kevin Hart e gli Oscar

Spostiamoci ora sull’altra polemica protagonista dei recenti scambi d’opinione fra gli appassionati di cinema e tv.

Riguarda l’annuncio della persona scelta per condurre gli Oscar, che negli Stati Uniti è vissuto nello stesso modo in cui noi italiani viviamo l’annuncio di chi condurrà Sanremo: anche chi afferma convinto che non gliene può fregare di meno, alla domanda “chi condurrà quest’anno il Festival?” saprà certamente rispondere. Perché come il palco dell’Ariston diventa per alcuni giorni il centro di tutti i discorsi del nostro Paese, così accade con il Dolby Theatre e una buona parte del mondo.

Sono decine di milioni le persone che ogni anno seguono la cerimonia, sintonizzandosi per vederla in diretta anche a dispetto del fuso orario o recuperandola in differita.
Ogni anno, gran parte delle aspettative riguardo la serata – che vuole e deve celebrare lo spettacolo innanzitutto dando spettacolo – grava sulle spalle della persona che qualche mese prima viene annunciata come host.

Per l’edizione 2019 quella persona sarebbe dovuta essere Kevin Hart, uno dei nomi più conosciuti nella commedia statunitense.

 

Sarebbe dovuta essere, ma non sarà.
Perché subito dopo l’annuncio sono stati ripescati alcuni tweet che l’attore scrisse fra il 2009 e il 2011, inequivocabilmente omofobi (e non più reperibili).
Le critiche che si sono immediatamente scatenate lo hanno portato dapprima a rifiutarsi di chiedere scusa – sostenendo di aver già dato moltissime prove del suo pentimento e cambiamento e di non voler incoraggiare i troll di Internet – salvo poi dichiarare, solo un paio di giorni dopo, la sua decisione di rinunciare all’ingaggio.

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“Ho scelto di fare un passo indietro come conduttore degli Oscar di quest’anno… questo perché non voglio essere una distrazione in una notte che dovrebbe essere celebrata da così tanti artisti meravigliosi e talentuosi. Mi scuso sinceramente con la comunità LGBTQ per le mie parole insensibili del passato.”

 

Ed è qui che la polemica si incendia.
Perché da una parte ci sono le parole di Kevin Hart, che anche a distanza di anni offendono e lasciano perplessi – soprattutto se si considera che il suo essere un artista e membro di una minoranza esigerebbe da lui una certa mentalità – ma dall’altra ci sono svariate migliaia di persone che, da dietro le loro tastiere, protestano contro offese e mancanze di rispetto offendendo e mancando di rispetto a loro volta.

Da una parte c’è la terribile abitudine collettiva, di cui non riusciamo a liberarci, di non credere le persone capaci di crescere e migliorare e di condannare gli individui anziché soltanto le loro azioni. Dall’altra c’è una persona che aveva a disposizione la più grande piattaforma che possa essere offerta a un artista e, anziché sfruttarla per dare un segnale forte, ha fatto un passo indietro.

Che la decisione sia davvero partita da lui o sia invece da imputare all’Academy e al network ABC (organizzatori della cerimonia e sicuramente spaventati dall’eventualità di un boicottaggio negli ascolti), importa poco. Kevin Hart avrebbe potuto cogliere quell’occasione e insegnare una lezione che ancora a troppi non è chiara: il progresso non è fatto da chi è sempre stato dalla parte giusta, ma da chi era dalla parte sbagliata e dopo averlo capito ha chiesto scusa ed è cambiato.

Sarebbe stato bello. Lo immaginavo uscire da solo sul palco, con uno smoking nero e un fazzoletto arcobaleno che spunta dal taschino, e dire “Innanzitutto mettiamo in chiaro il fatto che otto anni fa ero un coglione. Mi dispiace per tutte le persone che ho offeso, e so che una serata non basta, ma sono qui ora per cominciare a fare la mia parte. Il 100% del mio compenso sarà donato a progetti che supportano la gioventù LGBT+ e questa sera ad annunciare i premi saranno solo ed esclusivamente attori e attrici appartenenti alla comunità. Benvenuti agli Oscar 2019.

D’accordo, forse io ho un po’ troppa fantasia e fiducia nell’umanità.
Ma sarebbe stato bello.

Comunque, se poi la faccenda andasse a finire con un Neil Patrick Harris bis (come qualcuno sta suggerendo), certo non mi lamenterei.

 

A questo punto ci rimangono solo due cose da fare: aspettare di scoprire a chi spetterà il compito di far dimenticare questa polemica e prepararci a tutte le altre che scoppieranno da qui alla prossima primavera.

D’altronde, come dicevo, l’Award Season deve ancora cominciare.

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