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Oscar 2020: È presto per parlare di rivoluzione a Hollywood?
Dark Light

Oscar 2020: È presto per parlare di rivoluzione a Hollywood?

Rachele Agostini

Eccoci qui, di nuovo.
Un’altra Award Season ci scorre davanti agli occhi tra abiti scintillanti, flash dei fotografi e tappeti rossi, e io ancora una volta mi ritrovo a scrivere qualcosa per commentarla.

Lo faccio sempre con piacere e con entusiasmo, e lo faccio qui, su un sito che parla di parità, perché sono profondamente convinta che il cinema e la televisione abbiano molto da dire in questo senso. Le storie che anno dopo anno vengono raccontate sullo schermo, i discorsi che si sviluppano intorno a esse, la considerazione che si riserva a chi le realizza e il modo in cui chi viene premiato utilizza la visibilità data dai riflettori puntati su di sé, parlano. Queste storie dicono molto della nostra società, di come cambia e cosa desidera.

E quindi, appunto, eccoci qui. Scrivo con in corpo tre ore di sonno, come dopo ogni notte trascorsa a seguire in diretta la cerimonia degli Oscar. Scrivo con la fretta di chi aveva in mente una serie di cose da dire e poi si è trovata a dover cambiare tutto.

Perché ieri, sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles, contro le aspettative di tutti o quasi, è avvenuta una piccola rivoluzione. Per la prima volta in novantadue anni della propria storia, l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha assegnato l’Oscar per il Miglior Film a un’opera non statunitense.

 

 

Parasite, del regista coreano Bong Joon-Ho, è arrivato dove Roma di Alfonso Cuaròn, solo l’anno scorso, non era riuscito. Ha attirato su di sé lo sguardo dell’Academy – nota per l’eccessiva celebrazione dell’industria cinematografica hollywoodiana – abbastanza da ricevere, oltre a tre statuette molto importanti (Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Regia, Miglior Film Straniero), anche l’ultima e più ambita di tutte: Miglior Film.

È praticamente impossibile trovare qualcuno che consideri immeritate queste vittorie: Parasite è davvero un film incredibile, profondamente radicato nella cultura della Corea del Sud ma capace di parlare a tutti. Con il susseguirsi di immagini dalla potenza rara a un ritmo incalzante, e con il lavoro eccellente degli attori e di ogni singolo comparto tecnico, racconta il dramma del crescente divario fra classi sociali da cui siamo avvelenati.

La decisione di premiare un film come questo in America (la stessa America che ha appena visto Donald Trump uscire indenne da un processo di impeachment) ha lanciato un messaggio che ieri è arrivato forte e chiaro.

Il più forte, senza dubbio, ma non l’unico.

Iniziando dallo spettacolare numero d’apertura affidato a Janelle Monáe, che ha reso omaggio ai film candidati (e anche a qualche escluso), accompagnata da un corpo di ballo etnicamente diversissimo e da una piccola ma sfavillante apparizione di Billy Porter.

 

«Vogliamo celebrare tutte le donne che quest’anno hanno diretto film meravigliosi. Sono molto fiera di essere qui in quanto artista nera e queer, che racconta storie. Buon Black History Month» ha detto Monáe parlando al pubblico in un momento di break musicale

Il premio per il Miglior Cortometraggio Animato è andato a Hair Love. Sei minuti delicati e commoventi per raccontare la storia di una bambina afroamericana e del papà che impara a acconciare i suoi bellissimi capelli.

«Abbiamo realizzato “Hair Love” perché volevamo vedere più rappresentazione nell’animazione. Volevamo normalizzare i capelli delle persone nere» ha detto il regista e sceneggiatore Matthew A. Cherry, accettando il premio. «Abbiamo messo amore in questo lavoro, perché crediamo profondamente che la rappresentazione sia importante» gli ha fatto eco la produttrice Karen Rupert Toliver.

 

 

La categoria del Miglior Documentario ha visto la vittoria di Made in the USA – Una fabbrica in Ohio (reperibile su Netflix), che racconta l’acquisizione di una fabbrica della General Motors da parte di un’azienda cinese, una narrazione dal punto di vista degli operai. Un inno ai diritti dei lavoratori, ribadito anche da Julia Reichert, una dei tre registi, nel suo acceptance speech.

A Hildur Guðnadóttir, cellista islandese, è andato l’Oscar per la Miglior Colonna Sonora per le composizioni di Joker. Si tratta della terza donna insignita di questo riconoscimento (prima di lei Rachel Portman nel 1996 per Emma e Anne Dudley nel 1997 per The Full Monty) e della prima da quando la categoria è unica (fino al 2000 le colonne sonore dei film drammatici e quelle delle commedie e musical erano premiate separatamente).

 

“Alle ragazze, alle donne, alle madri, alle figlie che sento una musica provenire da dentro, per favore prendete la parola. Abbiamo bisogno di sentire le vostre voci.”

Taika Waititi, regista e sceneggiatore neozelandese di discendenza maori premiato con l’Oscar alla Sceneggiatura Non Originale per il suo Jojo Rabbit (di cui è anche uno degli attori protagonisti), è il primo indigeno a essere riconosciuto dall’Academy. È stato proprio lui poi, nel corso della serata, a farsi portavoce dell’Academy per riconoscere Hollywood come luogo sorto su terre dei Nativi Americani. “Siamo riuniti qui, sul suolo ancestrale delle tribù Tongva, Tataviam, e Chumash. Li riconosciamo in quanto prime persone in questa terra, in cui la comunità del cinema vive e lavora”.

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Waititi ha accettato il suon premio con l’espressione di ringraziamento maori “kia ora”, e ha voluto dedicarlo “a tutti i bambini indigeni che vogliono creare arte, ballare e scrivere storie”. “Noi indigeni siamo stati i primi narratori, e possiamo farcela anche in questo mondo”, ha detto

Joaquin Phoenix, accettando un Oscar che già si sapeva sarebbe stato suo per la grande prova attoriale in Joker, ha ripetuto il copione delle altre cerimonie in cui è stato premiato, utilizzando il tempo a sua disposizione nel discorso di ringraziamento per focalizzare l’attenzione sulle sue battaglie di attivismo:

A volte ci sentiamo o siamo portati a sentirci come sostenitori di cause diverse, ma io vedo un’unione. Che si parli di disparità di genere o di razzismo o dei diritti dei gay, degli indigeni, degli animali, parliamo di lotta contro le ingiustizie. Parliamo di quella lotta contro una nazione, un popolo, una razza, un genere, una specie che si arroga il diritto di dominare, usare e controllare rimanendo impunita […] Ma noi esseri umani al nostro meglio siamo così creativi e inventivi, possiamo creare, sviluppare e implementare sistemi di cambiamento che siano di beneficio per tutti gli esseri senzienti e per l’ambiente.

Insomma, molti segnali che dipingono questa industria cinematografica come una una macchina immensa, che ha voglia di andare avanti. E di strada da fare ancora ce n’è parecchia, parliamoci chiaro.

Perché il trionfo sorprendente di Parasite non basta a far dimenticare la scarsissima considerazione riservata nel corso di tutta l’Award Season agli attori non bianchi (Cynthia Erivo era la sola persona non bianca a essere candidata nelle categorie della recitazione, che considerano in tutto venti persone, e nessuno degli attori di Parasite è stato nominato).

Perché il risultato storico di una donna non basta a riequilibrare la discriminazione di genere viva e presente nell’industria cinematografica, soprattutto per chi sta dall’altra parte delle telecamere (ancora una volta la categoria dedicata alla regia ha escluso le donne, nonostante Piccole Donne di Greta Gerwig fosse nominato in altre sei diverse categorie, tra cui Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Non Originale).

Perché a chi ha sollevato queste questioni nei mesi che sono trascorsi dall’annuncio delle nomination ai Golden Globes (che segnano sempre l’apertura dell’Award Season) sono arrivate molto spesso risposte come “Se non hanno nominato donne registe forse è perché nessuna era abbastanza brava” o “Dover nominare per forza attori non bianchi è un pericoloso eccesso di politically correct”. Risposte che ignorano – forse per ingenuità o forse per disonestà intellettuale – che è ciò che vediamo riconosciuto e celebrato nel mondo dell’intrattenimento a modificare la percezione e le pretese che abbiamo nei confronti di esso.

Ci sembra che non ci siano (quasi) mai donne in grado di dirigere capolavori, o che l’inclusione delle persone non bianche possa anche non avvenire, perché siamo abituati a vedere riconosciuto il lavoro degli uomini bianchi più di tutti gli altri. Ma non deve più essere così. La realtà è diversa, è fatta di energia creativa che è anche delle donne, che è di tante etnie diverse, e spinge per spezzare questo circolo che si autoalimenta.

Forse, e dico forse, da ieri notte qualcosa ha cominciato a incrinarsi. Staremo a vedere.

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