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Roman Polanski: si può davvero separare l’arte dall’artista?
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Roman Polanski: si può davvero separare l’arte dall’artista?

Attilio Palmieri

A quasi due anni e mezzo dall’esplosione del #MeToo e di tutte le altre realtà militanti che si sono autodeterminate in maniera capillare in tanti Paesi del mondo (in Italia abbiamo avuto #QuellaVoltaChe, in leggero anticipo sull’hashtag statunitense, che ha dato vita anche a questo libro), possiamo tranquillamente affermare che c’è stato un notevole incremento di consapevolezza su temi come quello delle molestie e delle violenze, una diffusione di interrogativi che un tempo erano semplicemente bypassati dalla maggioranza delle persone e la sensazione che tanti comportamenti da sempre normalizzati (non da tutti, per fortuna) oggi non lo siano più.

Si tratta di un processo graduale e costante che ha portato tante persone a guardare con altri occhi dinamiche che sono sempre esistite, forme di oppressione in passato prese sottogamba e individui le cui azioni sono da anni piuttosto note. Roman Polanski è forse la figura che più di ogni altra riflette, suo malgrado, questa progressiva evoluzione collettiva per quanto riguarda l’attenzione a questioni sociali come la violenza sulle donne, le molestie sessuali e i privilegi di cui alcuni colpevoli godono, diventando per certi versi il simbolo di un sistema si auto-conserva e che rifiuta di ascoltare le vittime.

In questo stratificato calderone fatto di movimenti, istituzioni, comportamenti dei media e gesti simbolici più o meno rilevanti, le pars destruens e pars construens sono inscindibili; l’una alimenta l’altra come due vasi comunicanti. Dalla prospettiva odierna non è difficile individuare i tanti successi del #MeToo, perché, sebbene sia sbagliato pensare che con il processo a Weinstein e l’eliminazione di alcuni abuser seriali dai loro posti di potere le cose siano realmente cambiate a livello sistemico, è impossibile negare una graduale trasformazione nel mondo dell’intrattenimento per quanto riguarda la rappresentanza delle minoranze e l’attenzione verso gli ambienti tossici e le loro vittime.

Non solo, il #MeToo è sempre più al centro delle storie che vengono raccontate (e finalmente ascoltate) e serie come The Morning Show hanno messo in evidenza con precisione cosa vuol dire essere una donna all’interno del mondo dell’intrattenimento e con che tipo di tossicità ci si trova a convivere. Se questa è la parte costruttiva, va detto che queste trasformazioni sono state possibili solo grazie a chi ha avuto il coraggio di metterci la faccia in modo dirompente, di sfidare il potere a testa alta rischiando il posto di lavoro e la macchina del fango, di puntare il dito contro i predatori sessuali e di convincere i media della bontà di questa causa e quindi spingendoli a fare da megafono.

Il caso Polanski si configura oggi come una perfetta lente per analizzare il progressivo cambiamento di mentalità di una parte dell’opinione pubblica e di conseguenza della capacità dei movimenti femministi e delle loro istanze di attecchire (almeno in parte) anche su alcuni ingranaggi sistemici del mondo dell’intrattenimento. Che Roman Polanski sia uno stupratore e un pedofilo è una cosa nota da decenni, ma oggi grazie al #MeToo le ripercussioni che ha il sistematico chiudere un occhio sui comportamenti degli artisti (atteggiamento che la nostra società ha avuto da sempre) sono sempre più evidenti, perché conosciamo le storie delle vittime ed è più difficile stare a guardare.

La sequenza di confessioni, di denunce, di racconti delle vittime di molestie sessuali e di accuse nei confronti di registi, produttori e mestieranti del mondo dell’intrattenimento (a cominciare dal caso Weinstein), ha infatti cambiato radicalmente la percezione della questione negli Stati Uniti d’America. Nonostante questo, la Francia è stata tra i Paesi che hanno accolto più tiepidamente la rivoluzione del movimento: ha fatto il giro del mondo la lettera che aveva come principale firmataria Catherine Deneuve che sostanzialmente sminuiva le rivendicazioni d’Oltreoceano facendo il più classico dei victim blaming, incolpando cioè le vittime e minimizzando la questione delle molestie per ridurla a un semplice gesto di galanteria.

La percezione del problema è però cambiata anche in Francia con il tempo, perché dall’interno alcune donne hanno trovato il coraggio di dire che il loro sistema è tutt’altro che sano e che se qualcuno desse loro credito ciascuna avrebbe storie orrorifiche da raccontare a proposito di quelli che sui giornali vengono definiti geni della Settima Arte. Una scossa importante l’ha data Adéle Haenel, grandissima attrice francese che lo scorso anno ha raccontato in maniera dettagliata degli anni in cui, appena adolescente e minorenne, è stata ripetutamente aggredita sessualmente dal regista Christophe Ruggia.

Il coraggio dell’attrice francese ha sensibilizzato il mondo del cinema in Francia come mai era accaduto fino a quel momento, ricevendo l’appoggio di diverse star come Marion Cotillard, Isabelle Adjani e Jean Dujardin, oltre che di istituzioni come la UniFrance e la SRF, che ha radiato Ruggia dal suo ordine. Pochi giorni dopo le accuse di Adèle Haenel sono arrivate quelle di Valentine Monnier a Roman Polanski, che raccontano di quando lui nel 1975 l’avrebbe prima picchiata e poi violentata, nonostante l’esplicito dissenso di lei.

Negli ultimi mesi il clima in Francia è molto cambiato e proprio in quel Paese in cui Polanski ha potuto realizzare tanti film e che lo ha accolto a braccia aperte da quando è latitante, è nato un fronte sempre più grande che vede in lui e in chi lo difende il simbolo della violenza sulle donne e del sessismo sistemico che affligge il mondo della cultura. I César di quest’anno sono stati un momento di rottura che sarà impossibile dimenticare, un punto di non ritorno per quanto riguarda la lotta contro le logiche misogine e patriarcali che da sempre governano il mondo della cultura. Le dodici nomination al film di Polanski “L’ufficiale e la spia” hanno causato le dimissioni dell’intero consiglio direttivo della manifestazione e in generale sono state recepite come un insulto, uno sputo sulle vittime di violenza sessuale, il simbolo dell’arroganza di un potere maschile e maschilista.

La cerimonia di premiazione ha visto proteste molto accese all’esterno del palazzo da parte di gruppi femministi che si sono riuniti sotto l’hashtag #Violanski e hanno dato vita una giornata di pacifica ma agguerrita disobbedienza civile, ricevendo anche le cariche della polizia. All’interno dell’edificio, invece, è arrivato l’ormai celeberrimo il gesto di Adéle Haenel, che al momento del Premio alla Miglior Regia dato a Polanski si è alzata urlando “Vergogna!” ed è andata via al grido di “Bravo il pedofilo, viva il pedofilo”. L’hanno seguita Céline Sciamma, regista di “Ritratto della giovane in fiamme”, tutto il team del film e altri partecipanti alla premiazione, dando a questo episodio una risonanza mediatica enorme. Nelle ore successive il gesto di Haenel è stato al centro di tante discussioni, facendo dell’attrice il bersaglio di accuse sessiste anche violente ma riuscendo anche a innescare una confronti molto accesi e necessari sul tema sollevato dall’attrice.

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Naturalmente, come sempre accade quando si parla di Polanski, della celebrazione del suo cinema e di lui come il simbolo del privilegio di una categoria che pone alcune persone al di sopra delle altre (se Polanski fosse stato un eccezionale meccanico sarebbe stato trattato allo stesso modo, il suo lavoro sarebbe stato celebrato con lo stesso entusiasmo nonostante la pedofilia, le violenze e gli stupri?), arrivano in massa coloro che per difenderlo sostengono l’importanza della separazione tra arte e artista. Ma cosa significa sostenere questa separazione? Significa soprattutto accettare (e di conseguenza supportare) un sistema omertoso, patriarcale e tossico, in cui le donne e le categorie marginalizzate sono sistematicamente vittime di discriminazioni e abusi fisici e psicologici.

Un modo molto semplice per capirlo è ribaltare il discorso e vedere il branco di neo-avvocati di artisti molestatori o accusati di molestie correre in loro difesa (sul web e sulla carta stampata) ribadendo in grassetto l’eccellenza artistica dei loro lavori ogni volta che si parla degli abusi di cui sono colpevoli, diventando in questo modo i primi sostenitori dell’inscindibilità tra opera e autore. Se quindi il tanto caro principio della separazione tra arte e artista vale solo in un verso o solo quando fa comodo, allora è evidente che non c’è nulla di rigoroso in questo, non c’è alcuna volontà di difendere l’arte in questo comportamento, ma solo la difesa (più o meno consapevole, perché la cultura patriarcale e misogina in cui tutti siamo cresciuti ci condiziona in modi che non sempre riconosciamo) di un potere costituito, il mantenimento del privilegio di alcuni a scapito di altr* mascherato dalla tutela delle opere d’ingegno.

Gli ultimi César sono il simbolo di un cambiamento magari non rapidissimo ma costante, il segnale che i movimenti femministi di tutto il mondo stanno rompendo gli argini grazie al coraggio delle tante donne che quotidianamente mettono in comune i loro traumi anche a costo di danni d’immagine incalcolabili, consce del fatto che alimentando la call-out culture colpiscono il potere lì dove fa più male, perché per chi giorno dopo giorno si copre a vicenda veder messa in discussione la propria reputazione costituisce un vero disastro e svela uno dei punti di maggiore fragilità della mascolinità.

In questo processo di autodeterminazione collettivo e costante Roman Polanski è diventato un simbolo (citato anche da BoJack Horseman, in cui una regista denuncia il fatto che persino lui, che dovrebbe stare in prigione, lavora più di lei), il punto da cui iniziare a parlare della necessità di spostare il focus, di cambiare la prospettiva con cui vengono analizzati questi casi: smettere di guardare alle possibilità artistiche che gli abuser non avrebbero più, ma vedere quelle che che sono ingiustamente precluse con sistematicità a tantissime altre persone – soprattutto donne.

Bisogna iniziare a pensare a tutte le Greta Gerwig e le Andrea Arnold che avremmo potuto avere e non abbiamo, a tutti i “Ritratto della giovane in fiamme” che in oltre un secolo di cinema avremmo potuto vedere e che purtroppo non abbiamo visto per via di una cultura patriarcale che mortifica le donne, che le sminuisce umanamente e artisticamente, che chiude loro le porte professionali, che le paga meno rispetto ai maschi e che abusa di loro psicologicamente e fisicamente.

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